In The Loop

Pubblicato da Blicero il 25.08.2009

No You Fucking Can't

Già nel 2002 la guerra in Iraq pareva inevitabile. Il giornale online conservatore “Frontpage Magazine” riunì in quell’agosto quattro esperti per discutere sull’opportunità dell’invasione statunitense. “Ok, se siamo tutti così certi della terribile necessità di invadere l’Iraq, quando dobbiamo farlo?” Michael Leeden, direttore dell’American Enterprise Institute (un think tank neocon)1, rispose senza indugio: “Ieri”.

Il controverso giornalista-storico, poco dopo quell’intervista, pubblicò il libro “The War Against the Terror Masters: Why It Happened. Where We Are Now. How We’ll Win.” (“La guerra contro i maestri del terrore: perchè è avvenuta. Dove siamo ora. Come vinceremo.”) nel quale scrisse:

Noi dichiariamo guerra totale poiché combattiamo nel nome di un’idea, e le idee o trionfano o falliscono…completamente. […] Noi possiamo comandare grazie alla forza di un grande esempio morale … [ma] la paura2
è molto più affidabile, e dura più a lungo. Una volta dimostrata la nostra capacità di infliggere ai nostri nemici terribili punizioni, il nostro potere sarà di gran lunga maggiore.

Seguitissimo dai falchi neocon della disastrosa amministrazione Bush, Leeden ha delineato (insieme ad altri) le linee guida della politica estera americana post 11/9. Tralasciando le ormai tristemente note questioni sulle armi di distruzione di massa e sulle menzogne governative per rendere accettabile al pubblico un conflitto assolutamente pretestuoso, è il ruolo di personaggi come Leeden che dovrebbe portare tutti quanti a chiedersi: qual è stato (o qual è) il ruolo di questi consulenti/spin-doctor/”teorici” nelle due guerre angloamericane di inizio secolo? Fino a dove finiscono le “idee” che ispirano un agire politico e l’agire politico stesso? Chi decide di bombardare e mandare i soldati: il Presidente, il Primo Ministro o qualche professore di mezza età che sta dietro le quinte delle quinte?

In the loop” (2009), una sorta di spin-off della fortunata serie tv britannica “The Thick Of It“, affronta le suddette tematiche con una satira acida, penetrante e matura. Girato con un taglio che sta a metà tra il documentario e i fulminei movimenti di cinepresa à la “The Shield“, il regista e ideatore Armando Iannucci ci porta nelle ovattate stanze della diplomazia parallela UK-USA – sale conferenza gremite di manipolatori, comitati segreti-ma-non-così-tanto-segreti, gradi e stellette militari, violenza verbale e ritorsioni interpersonali che proiettano i loro perversi risultati sulla tenuta democratica di un intero sistema.

No, You F*****g Can’t

Stati Uniti e Regno Unito stanno preparando una guerra imprecisata (anche se è chiarissimo il riferimento) in Medio Oriente. La situazione però precipita quando un ministro del Gabinetto britannico, Simon Foster (Tom Hollander, una specie di Candido scaraventato al centro di un intrigo politico), si lascia sfuggire in un’intervista che una guerra in quelle zone è ormai “unforeseeable”, imprevedibile. La fumosa dichiarazione manda in fibrillazione la stampa, fa indiavolare Malcom Tucker (un meraviglioso Peter Capaldi), vulcanico e volgarissimo3
capo delle comunicazioni di Downing Street e viene utilizzata per scopi differenti dal falco americano Linton Barwick (un ottimo David Rasche) e dalle sue due nemesi politiche, Karen Clarke (Mimi Kennedy) e il generale Miller (Tony Soprano James Gandolfini), contrari alla guerra.

S. Foster

Preoccupato unicamente di non fare la figura del fesso, Foster aggrava irreversibilmente le circostanze con un’altra sciagurata dichiarazione alla stampa, ingarbugliandosi in un’esilarante intervista dentro metafore riguardanti aerei e montagne:  “Per camminare sulla strada della pace, qualche volta bisogna essere pronti a scalare la montagna del conflitto”. Praticamente una dichiarazione di guerra.

Il film prosegue sull’asse Washington-Londra e osserva le schermaglie politiche e i massacri verbali tra Barwick, Clarke, il generale pacifista Miller, Tucker e alcuni giovani aspiranti spin-doctor ossessionati dal successo ma enormemente incompetenti, fino ad arrivare al Consiglio di Sicurezza ONU che in definitiva autorizza  la guerra4 – ovviamente dopo alcuni ritocchi ai rapporti “d’intelligence” e opportune manipolazioni mediatiche.

L’atmosfera di sospensione e assurdità subito dopo il voto è ben esplicata da quello che dice Toby Wright (Chris Addison), assistente del ministro Foster, nella “stanza della meditazione” all’interno del Palazzo di Cristallo: “Bene, mi ricordo che il giorno in cui è stata dichiarata la guerra mi sono girato verso il Ministro, e lui mi ha detto: ‘Questo è quanto, allora. Qualcuno ha una mentina?'”

Grazie di tutto il pesce, Tony

In “In the loop” non c’è una chiara connotazione politica dei personaggi: non rappresentano alcun partito, apparentemente. Tuttavia sono ben riconoscibili i due movimenti che hanno dominato negli ultimi anni la scena pubblica negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: il neoconservatorismo statunitense e il New Labour di Blair.

È una scelta intelligente che offre diversi spunti di riflessione. Slavoj Žižek anni fa ha scritto che ci troviamo nell’epoca della “postpolitica postmoderna”:

Nella postpolitica il conflitto tra le visioni ideologiche globali incarnate dai diversi partiti che competono per il potere viene rimpiazzato dalla collaborazione dei tecnocrati illuminati (economisti, specialisti dell’opinione pubblica…) e dei multiculturalisti liberali; attraverso il processo di negoziazione degli interessi si raggiunge un compromesso nella forma di consenso più o meno universale. La postpolitica sottolinea quindi la necessità di lasciarsi alle spalle le vecchie divisioni ideologiche e di affrontare i nuovi problemi armati della necessaria conoscenza specialistica e di una libera riflessione che tenga conto dei bisogni e delle richieste concrete della gente.

E come si fa a tener conto dei “bisogni” della gente? La teoria fondamentale del New Labour è che si dovrebbero adottare tutte le buone idee, senza alcun pregiudizio, e applicarle a prescindere dalla loro origine – questo è l'”estremismo di centro”, il “centro radicale”.

Tuttavia è nella decisione di muovere guerra all’Iraq che il New Labour ha trovato il proprio punto di rottura, sprofondando nell’incoerenza della sua logica. L’ipocrisia insita nell’abbandono di ogni ideologia si è rivelata nient’altro che una rimozione del politico, ovvero la rimozione della sfera decisionale dell’opinione pubblica, anche se manipolata – non teniamo conto della gente, teniamo conto di quello che noi pensiamo sia meglio per la gente, cioè per Noi, finalmente senza più fastidiosi filtri di sorta.

Nel film questa specie di disturbo bipolare è perfettamente incarnato dallo spin-doctor Malcom Tucker, che ne porta anche i segni fisici. Costantemente sull’orlo di una crisi di nervi, il volto sempre teso, gli occhi sgranati, la frenesia compulsiva dei movimenti – il perfetto corollario, la protesi corporale di una personalità brutale, psicotica, soverchiante, aggressiva.

M. Tucker

In un articolo sul Guardian, Alastair Campbell (responsabile delle comunicazioni di Tony Blair dal 1997 al 2003) non si è definito offeso dal suo equivalente (Tucker) in pellicola: si è definito “annoiato”. Il film, secondo lui, sarebbe troppo “antipolitico”, mancherebbe di rilevare le diverse “tonalità di grigio” che compongono (de-colorano) la politica e, infine, si allontanerebbe troppo dalla realtà. Campbell ovviamente non si è accorto che la satira di Iannucci distorce e deforma la realtà per far emergere non solo il grigio, ma tutta la gamma cromatica che tinteggia la vita pubblica, gettando un fascio di luce su una scritta che potrebbe stare sui muri più in ombra di ogni città: “Vogliamo più politica!”

E questo ci riporta alla domanda iniziale: chi prende veramente le decisioni? Il Governo o alcuni indefiniti consulenti dal modus operandi piuttosto ineffabile? “In the loop” ci suggerisce la risposta più complessa/problematica/inquietante, proprio perchè è diventata, a posteriori, la più plausibile. E lo fa dire al generale Miller, verso la metà del film:

Lui [riferendosi al falco Barwick, nda] ha i suoi piccoli cannoni, le sue piccole armi…e questo è il problema con i civili che vogliono andare in guerra. Una volta che ci sei stato, una volta che l’hai vista, non vuoi più ritornarci, a meno che tu non sia fottutamente obbligato a farlo. È come la Francia.

E dall’espressione del generale si fa davvero fatica a capire se sia più pericolosa la guerra o la Francia.

Gen. Miller

  1. E non solo: Leeden è una vecchia conoscenza di certi ambienti italiani: si va dai legami con la P2 al Nigergate. []
  2. Interpolazione I: Biopolitica.

    Paura, paura e biopolitica. Il primo ad usare il concetto di “biopolitica” fu Georges Bataille, ma a definirla compiumente è stato Michel Foucault negli anni Settanta del secolo scorso. Secondo il filosofo sloveno Slavoj Žižek l’obiettivo principale della biopolitica è

    la regolamentazione della sicurezza e del benessere delle vite umane […] La biopolitica è in definitiva una politica della paura, incentrata sulla difesa contro potenziali persecuzioni o molestie… La paura come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell’empia depravazione sessuale, di un eccesso di Stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie.

    Chissà se Leeden l’ha letto. []

  3. Interpolazione II: Della Volgarità Della Satira.

    Per anni schiere di perbenisti bigotti, moralisti d’accatto e censori repressi hanno legato intorno al palo della Pubblica Indignazione Pelosa la Volgarità e le hanno dato fuoco – bagnandosi sotto il loro vestitino porporato come farebbe un erotomane castrato alla lettura di Piperno. Essi hanno sempre ignorato che la volgarità è la tecnica della satira, e alcune parti della sceneggiatura di “In the loop” sono lì a dimostrarlo:

    Malcom Tucker – Why the fuck would I tell you about it? I told you to fuck off twice.

    Judy – It’s a scheduled media appearance by this department’s secretary of state so it falls well within my purview.

    M.T. – Within your purview?

    J. – Yes.

    MT – Where do you think you are, in some sort of regency fucking costume drama? This is a government department, not a fucking Jane fucking Austen novel!…Allow me to pop a jaunty little bonnet on your purview and ram it up your shitter with a lubricated horse cock!

    []

  4. Senza alcun veto: la satira, la satira! []

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Drop the Hate / Commenti (2)

#1

ivo
Rilasciato il 25.08.09

“la volgarità è la tecnica della satira”
senza offesa, tu confondi satira con comicita’ – la volgarita’, il peto, la pernacchia sono i tool principali della comicita’ – la satira e’ un’altra cosa, molto piu’ sottile che quando funziona bene lo capisci dal ghigno storto che ti si forma in bocca.

#2

harlot
Rilasciato il 25.08.09

Un certo tipo di volgarità, non la volgarità tout court – ho riportato un dialogo del film, non a caso.

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