L’eterna ‘invasione’: come la disinformazione condiziona il dibattito sull’immigrazione

Pubblicato da Blicero il 20.06.2018

Il 25 maggio 2018 ho tenuto una lezione all’Università di Firenze, nell’ambito del convegno «La media education nella società globale» organizzato dal SCIFOPSI (il dipartimento di scienze della formazione e psicologia). L’intervento si è concentrato sulla rappresentazione dei migranti e dell’immigrazione sui media italiani, un tema di cui mi sono occupato spesso su VICE Italia e altrove.

Qui di seguito riporto gli appunti e la traccia, che è stata ampliata ed editata per la forma scritta. Il testo è diviso in tre parti:

1) Una premessa su «fake news»/disinformazione; il racconto dell’immigrazione visto dalle ricerche accademiche; le «notizie da paura»;

2) L’analisi del frame dell’«eterna invasione» attraverso vari casi e teorie; [> Pagina 2]

3) «Tutti i crimini degli immigrati»: analisi dell’immigrazione vista con l’ossessiva lente della cronaca nera e della minaccia alla sicurezza personale e collettiva. [> Pagina 3 > Pagina 4].

Le slide che ho proiettato sono invece reperibili su SlideShare.

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1 – Premessa: si fa presto a dire «fake news»

La discussione globale sui media degli ultimi tempi, più o meno da quando ha vinto Donald Trump, è stata pressoché dominata da due parole: «fake news», ossia notizie false.

Il solo nominarle evoca sordidi tentativi di influenzare elezioni, orde di troll russi che manovrano nell’ombra e siti bufalari pronti a svuotare la democrazia dall’interno – nonostante il loro impatto non sia mai stato chiarito del tutto. Anzi, alcune ricerche (come una recente del Reuters Institute for Study of Journalism) ne hanno sottolineato la loro sostanziale irrilevanza rispetto alle fonti mainstream e tradizionali. Se ne parla comunque tanto, quasi ogni giorno, a ogni latitudine.

Ora, più o meno un anno fa, il termine poteva avere un significato circoscritto – notizie completamente false, fatte con l’intento di colpire un avversario politico e/o generare traffico e introiti pubblicitari. Con il progredire del dibattito, dentro le fake news ci è finito un po’ di tutto; al punto che, come ha scritto il giornalista e ricercatore Philip Di Salvo, sarebbe più corretto parlare di un «un contenitore vuoto in cui buttare diversi ambiti e altrettanti problemi che, affiancati, finiscono per ammassarsi senza portare a un risultato di senso». Lo stesso Trump, per fare un esempio, lo usa spesso – principalmente come clava da dare in testa a giornalisti e politici a lui ostili.

Ma cos’è una «fake news»? Definirle è estremamente difficile. A questo proposito, studiosi di media come Claire Wardle di First Draft hanno proposto di fare un passo in avanti, individuando in maniera rigorosa tutte le forme in cui si estrinseca la disinformazione.

(Via Valigia Blu)

Teniamo a mente queste sette forme, perché se c’è un campo informativo in cui tornato insieme ciclicamente – intersecandosi e contaminandosi tra loro – è sicuramente quello legato all’immigrazione.

2 – Il racconto dell’immigrazione nei media italiani: un fotogramma sempre uguale

Ma, appunto: com’è a grandi linee il racconto dell’immigrazione che si fa nei media italiani?

Per provare a dare una risposta preliminare mi affido a un saggio accademico che si chiama Tracciare confini, curato da Marco Binotto, Marco Bruno e Valeria Lai (autrice anche di un ottimo libro sulla cronaca nera, Black news). È una ricognizione molto approfondita e dettagliata – e per questo la terrò come bussola di questa analisi – di come l’immigrazione è recepita e raccontata dai media italiani.

E sul punto, gli autori non hanno dubbi: salvo estemporanee eccezioni,

si tratta […] di un fotogramma fermo ormai da quasi quaranta anni su un fe-nomeno in perenne movimento. I media sembrano accontentarsi di questa immagine statica e apparentemente immutabile. Hanno scelto un particolare, una parte da ingrandire ed esaltare. È quella nera, la parte oscura e tenebrosa presente in ogni fenomeno umano. È quella problematica; quella legata al vocabolario del delitto, alle sue emozioni e ai suoi dolori; alle paure, al terrore di essere invasi e al timore dell’ignoto, della povertà e del degrado.

I media italiani, dunque, sembrano essere totalmente schiacciati sull’«aspetto deviante, o meglio sul rapporto tra devianza e necessità della norma e del controllo, tra pericoli dell’arrivo e necessità di ristabilire il rigore della legge, di ripristinare l’ordine».

Un simile atteggiamento è una costante almeno dalla seconda metà degli anni ’80, ossia da quando «il fenomeno migratorio diventa pubblicamente più visibile e, soprattutto, si iniziano a rilevare nelle testate italiane i primi segnali di politicizzazione del discorso sull’immigrazione evidenziando solo pochi anni dopo un aumento della notiziabilità dei crimini commessi dagli immigrati».

Da allora, argomenta Andrea Cerase, «l’informazione italiana ha molto insistito sul coinvolgimento di immigrati in attività criminali o illecite, soprattutto come autori di reati, spesso spiegati come conseguenza di una condizione quasi ‘ontologica’ di disagio e marginalità». Come si spiega, però, questa tendenza? Cerase individua almeno tre motivi:

1) La «forte dipendenza dei media dalle fonti giudiziarie e come effetto delle routine produttive interne al campo giornalistico»;

2) La «cristallizzazione degli stereotipi spersonalizzanti, collegata all’imporsi della preoccupazione per la criminalità nel discorso pubblico italiano e della costruzione degli immigrati come folk devils, colpevoli elettivi di ogni crimine, tipica dei fenomeni di panico morale»;

3) I media come «interpreti del tentativo di tradurre in consenso politico-elettorale i crescenti sentimenti d’insicurezza dell’opinione pubblica e di paura nei confronti dell’Altro, che in altri paesi europei si deve soprattutto all’iniziativa dei movimenti politici populisti».

Con un simile sguardo non stupisce che la narrazione dell’immigrazione abbia «connotati cupi e oscuri» e segua «un ritmo costante e stereotipato, nonostante la dinamicità dei cambiamenti in corso nella società». Il professore Mario Morcellini, sempre in Tracciare confini, ricorda che

I migranti sono un elemento decisivo del welfare, del Pil e della ricchezza del nostro Paese, eppure questi aspetti sono sempre secondari rispetto al fatto che la società italiana riesce a sorprendersi e a soffermarsi sulle bad news, cancellando di fatto la quotidianità e sottovalutando le numerose esperienze di integrazione nella vita di tutti i giorni.

Questa «grave distorsione nella rappresentazione della realtà» crea «conseguenze di rilievo nella vita delle persone». Il modo in cui i media raccontano l’immigrazione, pertanto,

contribuisce a costruire un immaginario che crea paure e insicurezze, concorrendo a modificare il rapporto tra la realtà e la sua percezione nella mente delle persone. Si crea un disagio verso gli stranieri, colpevoli – soprattutto – di essere più visibili e facilmente riconoscibili come causa dei problemi che affaticano le nostre vite e alimentano le nostre paure.

3 – Le «notizie da paura»

(Immagine via Carta di Roma)

A tal proposito, cioè su quanto incidono i mezzi d’informazione sull’alimentare insicurezza e paura, l’associazione Carta di Roma ha da poco pubblicato il suo quinto rapporto annuale – significativamente intitolato Notizie da paura.

La premessa è netta: si «registra un cambiamento del frame narrativo rispetto all’anno precedente: molte questioni al centro dell’agenda migratoria sono state (in)quadrate in una cornice problematica». La cifra espressiva dei media monitorati, si legge nell’introduzione, è

quella dell’accusa «strillata» che amplifica i rancori e oscura la pacatezza dei toni, unico antidoto alla diffusione di stereotipi e discriminazioni. Soprattutto quando si osserva che si evocano associazioni negative sempre meno involontarie, che sono il frutto dello scontro politico e di opinioni intenzionalmente volte a stabilire alcuni binomi: immigrazione e violenza, immigrazione e radicalismo religioso, immigrazione e povertà.

Per quanto riguarda la carta stampata, il 2017 «segna un nuovo passo: una parte significativa della comunicazione ruota intorno ai concetti di dubbio, minaccia, sospetto. […] Ritorna, soprattutto su alcune testate, il rimando continuo al binomio immigrazione-criminalità che contribuisce a invelenire i toni e a innalzare la percezione di minaccia nei confronti degli stranieri».

L’agenda dei temi affrontati dai quotidiani riflette bene questo cambio di passo: svettano le voci «gestione dei flussi migratori» con il 44%, e «criminalità e sicurezza» con il 16%. Le due macro-aree raddoppiano in termini percentuali rispetto al 2016. Si registra, inoltre, un incremento dei toni allarmistici – quasi 20 punti in più rispetto all’anno precedente, dal 27% al 43%.

Per quanto riguarda i telegiornali, che rimangono la prima fonte d’informazione per la maggior parte degli italiani, nel 2017 «aumentano le notizie relative al fenomeno migratorio nei telegiornali: 3.713 notizie in 10 mesi, in aumento (+26%) rispetto al 2016; con una media di12 notizie al giorno e solo 5 giornate senza servizi sul tema».

Come nella carta stampata, anche sui tg aumenta l’attenzione sul tema dei flussi migratori: quasi «1 notizia su 2 è sulla gestione degli arrivi nel Mediterraneo centrale»; a dominare la narrativa sul «soccorso in mare» è poi «il sospetto calato sull’azione degli operatori – soprattutto quello delle Ong». Allo stesso tempo, la copertura su «criminalità e sicurezza» è continua su tutto l’anno e in aumento di 10 punti percentuali rispetto al 2016 (dal 24 al 34%). Alla fine di agosto un fatto di cronaca nero – lo stupro di Rimini – fagocita la scena mediatica: «137 notizie in poco più di un mese, con picchi di 28 notizie in un giorno».

Dall’analisi emerge «l’esistenza di una correlazione tra la cornice in cui il fenomeno è raccontato e la percezione dei cittadini verso i migranti. I picchi di insicurezza registrati tra il 2007 e il 2008 (in ragione del binomio tra immigrazione e criminalità), sembrano ritornare». Si conferma, insomma, quello che il sociologo Alessandro Dal Lago ha chiamato tautologia della paura – quel «canovaccio narrativo ricorrente» che «rivela un meccanismo stabile di produzione mediale della paura» in grado di trasformare una «semplice enunciazione dell’allarme» nella «realtà che esso denuncia».

4 – I numeri distorti della percezione

Un simile racconto dell’immigrazione non può che incidere sulla percezione del fenomeno. Ma quanto? E fino a che punto? Anzitutto, partiamo da quanti immigrati si pensa che ci siano in Italia. Nello studio Perils of perception 2015 stilato dalla società di rilevazione Ipsos Mori, ad esempio, emerge che gli italiani interpellati sovrastimino di ben 17 punti percentuali l’incidenza dei migranti sulla popolazione – il 26% percepito contro il 9 reale.

Un risultato molto simile lo restituisce il rapporto Eurispes 2018 sull’Italia. In particolare, si legge, «solo il 28,9% dei cittadini sa che l’incidenza di stranieri sulla popolazione è all’8%. Più della metà del campione, al contrario, sovrastima la presenza di immigrati nel nostro Paese: per il 35% si tratterebbe del 16%, per ben il 25,4% addirittura del 24% (un residente su quattro, a loro avviso, sarebbe non italiano). E solo il 31,2% valuta correttamente la presenza di immigrati di religione islamica che è del 3%».

Il secondo focus è su quanto gli immigrati siano percepiti come «un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone». Secondo il monitoraggio dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza risalente al settembre del 2017, nell’ultimo triennio «si è registrato un drastico incremento della paura presso i cittadini nei confronti di migranti e profughi: dal 33% del 2015 al 43% del novembre 2017. Un aumento che è passato dal 39% del gennaio 2017 al 46% del settembre, per poi attestarsi al 43% dell’ultimo periodo dell’anno».

Il sondaggio dell’Osservatorio Europeo della Sicurezza fotografa anche il timore verso gli immigrati in base all’orientamento di voto. Gli elettori della Lega – ma non c’è molto di cui sorprendersi – risultano essere i più preoccupati dai migranti con il 75%. Il resto del centrodestra va dal 69% di Fratelli d’Italia al 64% di Forza Italia. Poi c’è il 53% di chi vota Cinque Stelle. E infine, sul versante della sinistra e del centrosinistra, le percentuali sono ben sotto il 50%.

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