L’eterna ‘invasione’: come la disinformazione condiziona il dibattito sull’immigrazione

Pubblicato da Blicero il 20.06.2018

11 – Alla ricerca delle «Molenbeek italiane»

Ricapitoliamo: la nostra sicurezza individuale è a rischio, la salute minacciata da malattie esotiche, i treni sono dei campi di battaglia. E che dire allora di alcuni quartieri problematici delle nostre città? Non è che nelle nostre periferie si stia incubando un terribile attentato jihadista?

Nonostante non ci siano evidenze, nel dubbio è meglio portarsi avanti. E così, dopo gli attentati di Bruxelles del marzo 2016, i media italiani si sono dati una missione ben specifica: cercare le «Molebeek italiane» – dal nome del quartiere di Bruxelles diventato sinonimo europeo di integralismo e assenza controllo da parte dello stato.

Gli esempi, sia sulla carta stampata che in televisione, si sprecano. Per Libero, che su questi argomenti è sempre una garanzi, le nuove Moleenbek sono sostanzialmente tre. La prima è il quartiere Carmine a Brescia, descritto come «il girone più profondo» dell’«inferno islamico», nonché un «porto di mare» dove «i vecchi artigiani hanno lasciato vetrine a macellai arabi, phone center o negozi di spezie, frutta e verdura gestiti da indiani e pakistani al fianco degli oramai classici kebab».

La seconda è Torino, e in particolare i quartieri di Porta Palazzo e San Salvario. Secondo il titolo di un articolo pubblicato il 25 marzo, la zona «si prepara alla sharia» e «il 55 percento degli immigrati si dice favorevole alla creazione di uno Stato islamico.” In queste strade e vicoli, infatti, convivrebbero «spacciatori, imam e fanatici del jihad», tutti «culturalmente cementati dalla fede in Allah». Insomma, secondo Libero non ci sono dubbi: Torino è la patria dei «califfati invisibili».

A giudicare da vari reportage, tuttavia, la vera «Molenbeek italiana» si trova a Roma: più precisamente, nel quartiere di Torpignattara. È qui che si concentrano i sforzi di inviati, autori e cameraman – su tutti quelli de La Gabbia. A seguito degli attentati di Parigi del novembre 2015, la trasmissione realizza un servizio dal titolo incredibile – «A Tor Pignattara comanda l’Islam» – con uno stile talmente ansiogeno ai limiti del la parodia (a un certo punto viene utilizzata persino una telecamera nascosta per carpire i «veri pareri» degli intervistati, nemmeno fossimo in una zona di guerra).

L’intento del servizio non potrebbe essere più palese: quello di presentare Torpignattara come un oscuro covo di adepti di Al Baghdadi pronti a colpire la Capitale. Per farlo, come hanno notato altre testate, sono stati stati riciclati interi pezzi di due servizi girati sempre a Torpignattara a gennaio e febbraio – video che già all’epoca avevano dato una visione distorta della realtà del quartiere, che naturalmente non è il paradiso in terra ma non è nemmeno una Raqqa su scala ridotta.

A molti residenti di Torpignattara, non sorprendente, quel copia-incolla non è proprio andato giù. Sui social hanno descritto il servizio come «immondizia» e definito i giornalisti della Gabbia «dilettanti e sciacalli con la macchina da presa». A fronte delle numerose critiche, l’inviata ha fatto «autocritica dura», parlando di «errore grave» e assumendosene la responsabilità. Intanto, però, lo stravolgimento della realtà è stato tranquillamente messo in onda, senza farsi troppi problemi.

Tra l’altro – e questa è una circostanza accuratamente omessa in tutti e tre i servizi – a Torpignattara le vere vittime dell’odio sono gli stranieri come Shahzad Khan – un pakistano musulmano di 28 anni ucciso da un ragazzo italiano nel settembre del 2014 su istigazione del padre – e cittadini bengalesi che sono diventati i bersagli dei «bangla-tour» neofascisti, Ma quell’omicidio e quelle spedizioni punitive non rientrano nel frame dell’allarme o dell’«invasione»; e quindi, semplicemente, non esistono.

12 – Il caso di Pioltello: come creare l’islamofobia a tavolino

Alle 10.30 del 23 maggio 2017 il giornalista Carmelo Abbate – in diretta sulla trasmissione Mattino Cinqueriferisce una circostanza inquietante: a Pioltello, comune di 37mila abitanti nell’hinterland milanese, qualcuno avrebbe festeggiato in un bar l’attentato di Manchester al concerto di Ariana Grande.

La voce si è sparsa nella serata del 22 maggio, e in una cittadina che vede il 25 percento della sua popolazione composto da stranieri c’è voluto poco per farle prendere quota. A diffonderla ulteriormente ci ha pensato un servizio televisivo – sempre di Mattino Cinque – girato sul luogo e trasmesso il 24 maggio.

Accompagnato da un sottopancia che recita «Attentato Manchester, a Pioltello gli immigrati esultano per l’attentato?», l’inviato raccoglie un po’ di voci di residenti italiani e stranieri. Qualcuno riporta che altri avrebbero visto degli strani movimenti di fronte a questo bar; altri ancora che la polizia sarebbe arrivata davanti all’esercizio commerciale. Nessuno, però, sembra aver assistito alla scena in prima persona.

I titolari del locale – il Marrakech Lounge Bar – sono convocati in caserma dalle forze dell’ordine. Il proprietario, in un’intervista a Il Giorno, spiega che il 22 maggio non c’è stato alcun festeggiamento: «Trasmettiamo solo video e trasmissioni musicali, non telegiornali. A Seggiano [frazione di Pioltello in cui si trova il bar, NdA] convivono tante etnie e religioni diverse. Se qualcuno avesse davvero esultato per la strage, gli altri stranieri gli sarebbero saltati addosso».

L’uomo, inoltre, ricostruisce la genesi della diceria. «È partito tutto da una segnalazione razzista e il nostro bar è finito sotto torchio. […] La notizia è falsa. I carabinieri hanno individuato la fonte: si tratta di un uomo che scrive sui social dei post che inneggiano al razzismo». I riscontri della polizia gli danno ragione.

Insomma, in tutta questa storia non c’è nulla di vero. Paradossalmente, però, questa evidenza è ormai secondaria. Come scrive Alessandro Dal Lago, «dicerie, leggende metropolitane pregiudizi e paure circolanti nelle società locali possono diventare, per effetto dell’informazione di massa, prima risorse simboliche e poi verità sociali oggettive». E il fatto che i media abbiamo parlato così tanto dei «festeggiamenti degli islamici» a Pioltello significa che qualcosa deve essere successo per forza; qualcuno deve aver festeggiato gli attentati. La sindaca Ivonne Cosciotti riferisce di aver sentito «persona di mezza età dire: ‘Non esco più di casa perché c’è qualche islamico che si fa saltare in aria. Ci rediamo conto? Qui non c’è nessuno che si saltare in aria».

E l’allarme, gonfiato dai media e dalla politica, finisce così per produrre delle conseguenze reali. Nella notte tra il 24 e il 25 maggio, degli ignoti buttano del liquido infiammabile sulla saracinesca del bar e le danno fuoco. Le fiamme vengono domate subito, e fortunatamente i danni sono lievi; poteva andare molto peggio.

Per una volta, tuttavia, ci sono conseguenze per chi ha diffuso la notizia falsa e confezionato quel servizio: nel gennaio del 2018, infatti, la procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro giornalisti di Mediaset per diffamazione aggravata.

13 – La «sposa-bambina» di Padova

Quello della convivenza impossibile tra musulmani e «civiltà occidentale» (che emerge dagli episodi analizzati in precedenza) è uno dei cliché preferiti dall’informazione italiana, un frame continuamente rinforzato a colpi di «crimini segnali» – ossia di fatti criminosi, secondo la definizione che ne danno in Tracciare confini, «costruiti dai giornalisti, attraverso particolari tecniche di rappresentazione, ed interpretato dagli spettatori come l’indicatore dello stato in cui versa la società».

Un caso davvero di scuola è quello della «sposa-bambina» di 9 anni  violentata dal «marito» musulmano di 35 anni in provincia di Padova. Messa giù così – si capisce – la notizia è di una gravità inconcepibile, di quelle che ti fanno perdere la fiducia nell’umanità.

La prima testata a denunciare il tutto è stato Il Messaggero con un articolo—intitolato «Padova, sposa bambina a 9 anni: preso l’orco che la violentava»—che in breve tempo ha raggiunto migliaia di condivisioni. Introducendo come motivazione la religione dei due, musulmani—«Come da tradizione per questo tipo di cultura religiosa», si legge nel pezzo—l’autore spiega che la bambina sarebbe stata venduta da una famiglia a un’altra nell’ambito di un matrimonio combinato. L’uomo, di 26 anni più grande, avrebbe dunque «messo in atto violenze vere e proprie, visto che la bambina un giorno si è addirittura presentata in pronto soccorso con un’emorragia».

A ruota, su questa orribile storia si fiondano molti altri quotidiani (qualcuno, cioè i soliti noti de Il Tempo, si spinge a titolare «Le molestie di Allah»), editorialisti come Mattia Feltri, e diversi politici – tra cui l’immancabile Matteo Salvini, che lancia l’usuale status su Facebook CON LE PAROLE BEN EVIDENZIATE IN MAIUSCOLO PER SOTTOLINEARE LA MOSTRUOSITÀ DEL FATTO.

C’è un problema: niente di tutto questo è vero. «Negli ultimi anni non ci siamo occupati di un caso del genere», dicono i carabinieri, «e anche se se ne fosse occupata un’altra forza di polizia sicuramente ne avremmo avuto notizia». Parlando con Valigia Blu, la presidente del Soroptimist International Club Padova – l’associazione che avrebbe preso in carico la bambina dopo le violenze – confuta per filo e per segno l’articolo de Il Messaggero cui è partito il tutto: «Mai, e sottolineo mai, abbiamo parlato del caso riportato dal giornalista».

Casi mediatici come quella della «sposa-bambina», insomma, evidenziano l’operatività di uno schema – una sorta di ciclo della disinformazione a tema immigrazione. Un ciclo che si può sintetizzare così: appare una notizia locale con protagonisti stranieri/musulmani/migranti; le testate nazionali riprendono senza alcuna verifica; subentra la polemica politica; arriva il post di Matteo Salvini; poi c’è la smentita di qualche giorno dopo, come se nulla fosse; e infine si riparte da capo, in un loop senza fine, eterno.

14 – L’«esotizzazione» della cronaca

A fronte di particolari casi di cronaca che hanno come esito la morte violenta di una persona, a volte si innesca il meccanismo della «doppia morte». Si tratta di un «processo di degradazione della persona, della sua biografia e della sua vicenda umana» che segue la sua morte fisica, e che ha come esito finale quello «rivelare comunque una sua colpevolezza» – e dunque di giustificare, in qualche modo, i carnefici.

Negli ultimi l’abbiamo visto all’opera soprattutto nei casi di malapolizia; ma le sue applicazioni possono essere le più varie, soprattutto quando la vittima è un richiedente asilo. Dopo la morte di Emmauel Chidi Nnamdi – ucciso a Fermo il 5 luglio 2016 dal fascista Amedeo Mancini – una parte della stampa italiana ha provato a demolire il profilo del 36enne nigeriano in tre modi: rimuovendo la componente razzista del delitto; mettendo la vittima e il carnefice sullo stesso piano (dopotutto, come recita il titolo di un editoriale apparso su Quotidiano Nazionale, era «soltanto una rissa»); e, infine, rilanciando acriticamente testimonianze  che descrivevano Emmanuel come una specie di testa calda che ha semplicemente avuto la peggio.

A distanza di qualche mese dai funerali, poi, diversi quotidiani riportano una circostanza inquietante: alle esequie, a cui erano presenti anche ministri e autorità, avrebbero preso parti membri della mafia nigeriana. «Mafiosi nigeriani ai funerali  con Boschi», titola Il Fatto Quotidiano senza usare alcuna formula dubitativa. «L’omicidio di Emmanuel, mafia dal Niger al suo funerale», avverte Il Messaggero (che confonde il Niger con la Nigeria). «Nigeriano ucciso, mafiosi al funerale. “Forse Emmanuel era uno di loro”», segue a ruota il Resto del Carlino, suggerendo addirittura che Emmanuel fosse un mafioso.

La fonte di queste affermazioni è poliziesca, e più precisamente dal vice questore di Macerata. Quest’ultimo, pochi giorni dopo i funerali, aveva inviato una segnalazione alla procura in cui diceva di

aver appreso da fonte confidenziale, ritenuta attendibile, che al funerale di Emmanuel sono intervenuti membri della setta Black Axe, riconoscibili perché tutti indossanti abiti dal colore rosso e nero al fine, verosimile, di rendergli manifestamente onore e che la loro presenza rivelerebbe che il deceduto faceva parte della stessa confraternita. Come noto si tratta di un gruppo molto vendicativo.

Tuttavia, come dice l’avvocata della vedova di Chidi Nnamdi, i cosiddetti «membri della setta Black Axe» sono in realtà i «ragazzi compagni del nigeriano ucciso da Mancini». La divisa era «nera per lutto», mentre «la fascia rossa è il simbolo della Nigeria». Quella segnalazione, dunque, non ha la minima valenza; e infatti, la procura non l’aveva mai presa in considerazione.

Per quale motivo, allora, è stata ripresa dai media senza alcuna verifica? Da un lato per l’aderenza a quel meccanismo della «doppia morte» che si era ormai già messo in moto da tempo; e dall’altro per un altrettanto palese «uso improprio delle fonti». In Tracciare confini, Valeria  Lai spiega che uno dei modi per «colorare di nero lo sfondo dell’informazione giornalistica» è dare automaticamente credito a verbali di polizia, segnalazioni, annotazioni, e documenti polizieschi/giudiziari che non sono sono evidentemente adatti ad una divulgazione di massa. Senza un’adeguata contestualizzazione, dunque, queste fonti «diventano veicolo di diffusioni e riproduzione di stereotipi e pregiudizi etnici e razziali».

Come abbiamo appena visto, la mafia nigeriana – che è un fenomeno certamente esistente – è raccontata dai media italiani come un qualcosa di «esotico» e assolutamente terrificante di cui però non si sa praticamente nulla. Al di là di riportare i risultati delle indagini, infatti, l’informazione italiana non si preoccupa minimamente di fornire una storia, un contesto, o una motivazione sociale che possa spiegarne l’esistenza. Rimane tutto estremamente indefinito.

Rimanendo sul livello mediale, questa indefinitezza si intreccia spesso e volentieri con i pregiudizi che possono colpire l’intera comunità straniera. Nel senso che – un po’ com’era successo agli italiani negli Stati Uniti alla fine dell’800 – dietro ogni crimine commesso da un cittadino di nazionalità nigeriana si staglia sempre e comunque l’ombra della criminalità organizzata nigeriana.

A colpire maggioramente i media è la «componente mistico-religiosa» che – secondo la Dia – legherebbe gli associati del gruppo Black Axe (sempre lui, sì). In particolare, nella rappresentazione si indulge (con un misto di repulsione e compiacenza) su «riti voodoo», «rituali cannibali» o addirittura «sacrifici umani» – pratiche (vere o presunte tali) che da un lato sono sistematicamente confuse tra loro; e che dall’altro avvolgono, appunto, qualsiasi tipo di reato.

Come, ad esempio, l’omicidio di Pamela Mastropietro verificatosi nel gennaio 2018 a Macerata. A causa della nazionalità degli accusati e (sopra ogni cosa) del macabro ritrovamento del cadavere, tagliato in più pezzi e infilato dentro due valigie. Fin dai primi giorni sono circolate ricostruzioni agghiaccianti, che parlavano di mutilazioni riconducibili a pratiche di «magia nigeriana» proprie di certi gruppi criminali.

A diffonderle, spiega Il Post, sono stati in primo luogo «quotidiani del centrodestra, come Libero e Il Tempo, e diverse pagine Facebook che pubblicano post razzisti, senza nessuna prova o conferma ufficiale». A questa nutrita platea si è poi aggiunto anche lo psicologo Alessandro Meluzzi – un personaggio televisivo noto per le sue posizioni violentemente xenofobe e islamofobe – che ha contribuito a viralizzare la teoria con un video pubblicato su Facebook dall’esponente di Fratelli d’Italia Guido Crosetto. Su Libero, poi, Meluzzi ha evocato immagini splatter di cuori e organi interni «mangiati», e rincarato ulteriormente la dose:

Il cannibalismo rituale, nella mafia nigeriana, non è l’eccezione. È la regola. Sono cose normali per quel contesto, ma da noi non ne parliamo; forse per non apparire razzisti. Dovremo abituarci a queste cose: è solo la prima punta di un iceberg destinato a dilatarsi.

Naturalmente, tutte queste ricostruzioni orrorifiche sono presentate come dei fatti – sebbene di fattuale non ci sia assolutamente niente. Tant’è che il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio ha dichiarato che «sono da escludere assolutamente le ipotesi di antropofagia e di riti voodoo connessi al decesso», e che «non risultano interferenze di organizzazioni criminali extracomunitarie nella vicenda criminosa».

+ + +

Non è un caso che, parlando di media e immigrazione, sia finito a Macerata. Come noto, al delitto di Pamela Mastropietro è seguita prima un’«ondata emotiva» amplificata dalla campagna elettorale e poi l’attentato razzista di Luca Traini, un fascista che ha deciso di varcare quella «linea invisibile» – la stessa di cui parlava Caldiron in riferimento alla «grande sostituzione» – per «vendicare» la 18enne e «difendere» l’Italia bianca.

E qui, sulle immagini di Traini che cerca di fare una strage e si consegna alla polizia avvolto in un tricolore, mi avvio alla conclusione. In Non-persone, Alessandro Dal Lago scrive che «l’immigrazione, più di ogni altro fenomeno, è capace di rivelare la natura della società detta di accoglienza. Quando noi parliamo di immigrati, parliamo di noi stessi in relazione agli immigrati».

A tal proposito, la mia convinzione è che – quando ne parliamo – ne parliamo davvero troppo male. Non è un bel vedere, né un bel sentire. Ma tutto ciò ha un costo molto alto; perché, come dice Morcellini, «non ci può essere futuro in un paese dove il sistema informativo si basa sulle cattive notizie, inseguendo l’audience e creando e alimentando paure».

Condividi

Drop the Hate / Commenti (4)

#1

L’accattonaggio che uccide – Marco Gallicani
Rilasciato il 01.08.18

[…] la politica delle “frontiere chiuse” crea un aumento dell’immigrazione illegale, che provoca un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati e quindi il successo delle politiche […]

#2

Aprite i porti, lo dico per voi – Marco Gallicani
Rilasciato il 01.08.18

[…] la politica delle “frontiere chiuse” crea un aumento dell’immigrazione illegale, che provoca un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati e quindi il successo delle politiche […]

#3

Aprite i porti: sull’adesione a Welcoming Europe – Marco Gallicani
Rilasciato il 01.08.18

[…] la politica delle “frontiere chiuse” crea un aumento dell’immigrazione illegale, che provoca un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati e quindi il successo delle politiche […]

#4

Sull’adesione a Welcoming Europe – Marco Gallicani
Rilasciato il 01.08.18

[…] la politica delle “frontiere chiuse” crea un aumento dell’immigrazione illegale, che provoca un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati e quindi il successo delle politiche […]

Fomenta la discussione

Tag permesse: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>