La Battaglia Di Cortina

Pubblicato da Blicero il 31.12.2013

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3. Lounge Ottanta

«Stai schiacciatino, Oscar». Quante volte aveva ripetuto quella fottuta frase? Quante volte l’aveva sentita? Tranquillo, Oscar. «Stai schiacciatino». Ma chi cazzo era Oscar? E soprattutto, dove si trovava ora? Era sdraiato da qualche parte, su un divano. Respirava a malapena: qualcuno doveva avergli perforato i polmoni – come minimo.

Si sporse in avanti e aprì gli occhi con enorme fatica. Il maglione di lana eighties era completamente spalmato di vomito – una fantasia impazzita di pezzettoni violacei che si ergeva disordinata sull’inquietante purea giallognola. Il calzino bianco sul mocasso gridava vendetta, e il tanfo che sprigionava dalla sua bocca sapeva di carogna spolpata e Belvedere rancida. Si toccò la testa dolorante e incappò in un paio di Rayban neri e una vistosa pelata insanguinata. Si guardò in giro: il locale era gremito di ultracinquantenni che si dimenavano al ritmo di Boys, Boys, Boys su una distesa di vetri rotti e una maleodorante pozza di miasmi intestinali. Si riaccasciò sul divano e sboccò ancora – una lunghissima bava verde accompagnata da lancinanti spasmi addominali. Guardò l’orologio: erano le undici di mattina. Lui era Il Libidine, e il Monkey Lounge era il suo Regno.

Qualcuno gli versò addosso del Tanqueray, risvegliandolo bruscamente. Il Libidine venne strattonato da mani ignote e trascinato in pista: “Forza, dobbiamo ballare! Adesso il dj metterà il remix della sigla di Colpo Grosso, non puoi perdertela!”. Le bestemmie si confusero nel frastuono generalizzato. Da quanti giorni era in quello stato? Per quanto si sforzasse, Il Libidine aveva solo vaghi ricordi di quello che era successo.

Il giorno in cui venne a mancare l’elettricità Il Libidine si era intrattenuto nella sua solita routine ampezzana: krapfen alla Lovat; pranzo al Caminetto; aperitivo al Posta con Bellini e patatine fritte; e l’immancabile seratona revival al Monkey. Era filato tutto liscio fino alle sei di mattina. Una volta usciti dal locale, i discotecari nostalgici si erano avventurati nel gelo della mattina per infilarsi sotto le coperte. La mancanza del riscaldamento li aveva gettati in uno stato di profondo sconforto. Non sapendo cos’altro fare, le centinaia di persone erano tornate al Monkey.

Era stato indetto un revival non-stop, che immancabilmente degenerò quasi subito. Per giorni e giorni turisti e resti umano-catodici della gloriosa era delle televisioni private si erano annusati, avevano ballato, si erano nutriti voracemente di patatine e olive da bar e aveva fuso silicone, botox e pelle avvizzita in un’orgia promiscua e patetica. Non cercavano un semplice rifugio – almeno, non lo cercavano più. Il Monkey era diventato qualcosa di molto diverso: una capsula del tempo in cui rivivere gli anni migliori della loro vita, in cui assaporare lo spirito degli anni Ottanta. In preda all’ebrezza etilica, Il Libidine aveva fatto murare l’entrata del locale. Nessuno poteva più uscire; nessuno voleva veramente farlo. La gente stava bene, in quella prigione di culto con i suoi eroi e i suoi martiri. Erano apparsi altarini dedicati a Massimo Boldi e Umberto Smaila. La conversazione era abolita: del resto, cosa avevano da dirsi quelle persone? Il loro tempo era finito, e l’unica cosa che potevano fare era recitare a memoria le battute dei filmacci dei Vanzina.

Il Libidine afferrò una boccia di Perrier e cercò miseramente di sciacquarsi lo sbocco dal maglione. Sui divanetti c’erano persone ricoperte da pellicce e giubbotti, probabilmente morti. Le scorte di alcool stavano per finire; quelle di cibo erano esaurite da qualche giorno. Tre ex starlette sfatte di qualche programma degli anni Ottanta si stavano smanacciando con voluttà. Non appena videro Il Libidine lo invitarono ad unirsi; lui declinò con una tipica battutona delle sue. In realtà, Il Libidine tremava. Forse aveva la febbre, o forse si era reso conto che loro, di fatto, erano dei condannati a morte. Presto la musica e l’euforia sarebbero finiti, e i discotecari si sarebbero sbranati a vicenda per cercare di sopravvivere.

Per ora nessuno ci faceva caso: l’importante era ballare, divertirsi e ricordare. La convinzione generalizzata era che quelle fossero le loro montagne, la loro Cortina, la loro realtà – una realtà nella che dal 1983 non era poi cambiata più di tanto, nella loro testa. Il Libidine chiese al barista di fargli un Caipirinha, poi si tolse il maglione e saltò sul piccolo palco. Diede un’occhiata al dj, che capì al volo: era giunto Il Momento. Il Libidine afferrò il microfono, e gli ultracinquantenni si schierarono compatti davanti a lui, pronti alla Celebrazione.

Maracaibo / balla al Barracuda / sì ma balla nuda / zà zà…

Il Libidine si dimenava sul palchetto, la camicia madida di alcool e sudore. Un urlo primordiale riecheggiò nel Monkey. Il pavimento traballò, la mani cozzarono all’unisono. Qualcuno si mise a piangere; altri vomitarono. Sul pavimento si stava formando una strana schiuma. L’odore nella sala era un composto letale di putrefazione, vodka e liquidi corporei.

Si ma c’era Pedro / con la verde luna / l’abbracciava sulle casse / sulle casse di nitroglicerina…

Il Libidine si stava sgolando, la voce era in procinto di abbandonarlo. Trangugiò avidamente il drink per riprendersi e diede un’occhiata all’ingresso murato. Non era il caso di avere rimpianti o rimorsi. Fuori c’era un’Italia disillusa e corrotta, senza più legge né desiderio, senza una identità, vittima di un impaurito ripiegamento individuale e del rancore di strati sociali che si erano riscoperti marginali. Già, fuori c’era un Paese in preda ad un disperato qualunquismo.

Fanculo al Paese, mormorò Il Libidine. Noi vi abbiamo intossicato con le nostre stronzate edoniste, i nostri rutti, i nostri tormentoni e le nostre faccine divertenti; voi vi siete comprato tutto. Eravate contenti, no? Certo, lo eravamo tutti. Ma quello era il passato, ed era morto stecchito.

Maracaibo / mare forza 9 / fuggire sì ma dove? / Zà zà.

Morto stecchito – come il futuro.

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Drop the Hate / Commenti (5)

#1

spl33n
Rilasciato il 31.12.13

chiudi quel cazzo di mac e vieni alla capannina, sfigato

#2

Zio
Rilasciato il 31.12.13

Bella

#3

TabSkywalker
Rilasciato il 31.12.13

Minkia Blicero, sembri i miglior Ammaniti e Pahlaniuk di sempre.
Cannibale abbbestia

#4

Fede
Rilasciato il 01.01.14

Grande Blicero. Uno dei tuoi pezzi migliori. Buon anno!

#5

Luca
Rilasciato il 05.01.14

Spettacolare!!!! lo sto divulgando via mail

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