Il Liberale Della Casilina

Pubblicato da Blicero il 15.08.2009

Dr. Strangelove

E NELLO STATO PULITO: LA CIA SPERIMENTAVA L’AVVELENAMENTO DELLE ACQUE: Washington (AP). Davanti alla commissione d’inchiesta del Senato americano sui servizi segreti, alcuni testimoni hanno rivelato nuovi particolari che gettano ulteriori ombre sull’attività delle organizzazioni segrete. Senseney, ex membro del Dipartimento per i servizi speciali dell’esercito statunitense, ha riferito di esperimenti nei quali veniva provata […] la contaminazione delle condotte d’acqua con veleni mortali. Così una condotta sarebbe stata forata con un minuscolo trapano. Attraverso il buco sarebbe stato quindi inserito un colorante, il cui cammino sarebbe stato seguito lungo la rete idrica. Il servizio segreto ne avrebbe tratto la conclusione che, se un veleno mortale fosse stato inserito nelle condotte idriche, per la popolazione non ci sarebbe stata difesa (20/9/1975)

Uno dei più grandi incubi dell’umanità: la mancanza del liquido fondamentale o, peggio ancora, il suo avvelenamento, la sua inutilizzabilità. Ma c’è anche un altro tipo di inquinamento, non meno pericoloso di quello idrico, che quotidianamente un manipolo di insospettabili complottisti porta avanti con assoluta dedizione & abnegazione: quello mentale/intellettuale.

Non credo che ci sia dietro la Cia, o il $ignoraggio, o che tutto questo sia un prodotto delle scie chimiche o finanche di Iva Zanicchi. No: si tratta piuttosto di un perverso processo psichico che conduce ad un enorme fraintendimento sulla struttura del linguaggio e su alcune note teorie politiche e sociali – un po’ come trovare Fabrizio Corona, a mani giunte, in un happening a sfondo mistico-religioso con la voce campionata di Gianni Baget Bozzo che legge, in un loop infinito, il libro di Socci sulla madonna di Medjugorie.

Sto parlando dei sedicenti “liberali” che da anni infestano le colonne dei giornali italiani, portando avanti la loro strisciante e sotterranea controrivoluzione cultural-conformista. Qualcuno ha parlato di “cerchiobottismo”, ma è solamente un flebile eufemismo che svilisce, tra le altre cose, la loro estrinseca pericolosità. Un allarme che non è più possibile far finta di ignorare, non dopo che l’osceno è stato trasportato pesantemente in scena.

Bevete il colorante PG.B., ve ne pentirete

27 luglio 2009, Corriere della Sera, pagina 33. Titolo dell’articolo: “Quel Pasolini da dimenticare”. Autore: Pigi Battista. L’attacco è fulmineo – il trapano (questa volta non minuscolo) che fora la condotta:

Lodato come luminoso esempio di coraggio civile e di temerarietà culturale, la famosa invettiva dell’ «Io so, ma non ho le prove», ancorché concepita nel periodo più buio dello stragismo italiano, è l’ espressione del peggior Pasolini, l’esaltazione meno sorvegliata dei vizi che hanno devastato la fibra etica del ceto intellettuale italiano: lo schematismo dottrinario e ideologico («che mette insieme i pezzi in un quadro coerente»)

Già qui Battista ci fa capire una serie di cose fondamentali: l’articolo1 o non l’ha letto, o non se lo ricorda, o fa finta di averlo letto. Il “peggior” Pasolini è ovviamente uno dei migliori, quello che aveva capito tutto degli anni di piombo mentre la strategia della tensione era al culmine della sua realizzazione – le due opposte fasi del terrorismo, l’occulta sovrintendenza internazionale alle operazioni dei neofascisti/terroristi rossi, il ruolo dell’opposizione-potere Pci, etc.

Eppure la lungimirante lucidità pasoliniana diventa “l’esaltazione meno sorvegliata [da chi dovrebbe essere controllata, di grazia?] dei vizi” che addirittura hanno “devastato” la “fibra etica” degli intellettuali italiani, quello “schematismo dottrinario [Eh?] e ideologico” che “mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico2. Ed è qui che Battista inizia il suo elementare processo di proiezione – o l’introiezione del colorante/veleno lungo la rete idrica del pensiero del lettore.

La noncuranza per i fatti. Il disinteresse politico e, ciò che è peggio, giuridico per le «prove». La realtà deformata come narrazione di parte. La ferocia giustizialista. Il manicheismo morale. La debordante sopravvalutazione di sé, del proprio ruolo, della propria abnorme missione profetica. Formulando quella sentenza, l’ anticonformista, eretico Pasolini si piegava ai dettami del conformismo più corrivo.

Non provate a sostituire il cognome “Pasolini” con il cognome “Battista”. Non fatelo. Davvero.

Si rivolgeva al suo mondo per regalare certezze, anziché dubbi, bersagli chiari e non ripiegamenti rassegnati. Nella stagione delle stragi e dei misteri, il proclama pasoliniano, prigioniero di una verità preconfezionata, incitava alla semplificazione estrema: «Io so».

“Si” rivolgeva: chi è che si sta realmente rivolgendo al “suo” mondo, Pasolini o Battista? Chi è che ha regalato certezze sin dall’inizio (“l’espressione del peggior Pasolini”)? E il “suo” mondo non è lo stesso che ha tirato un sospiro di sollievo/plaudito ai demenziali articoli di Pigi contro la “teoria del doppio Stato”3, dallo stesso gabellata come fantasia malata di un branco di inguaribili post o tardocomunisti-leninisti sconfitti dalla storia e, perlopiù, non particolarmente perspicaci?

In realtà la “verità preconfezionata” è quella di Battista: è lui stesso che incita alla “semplificazione estrema”, proiettando sull’Altro il suo atteggiamento di ripiegamento (r)assegnato. Chiunque abbia letto (e neanche troppo attentamente) l’articolo di Pasolini capisce perfettamente che quel ”Io so” esprime la tragica urgenza della ricerca della verità intellettuale, non giuridica – un appello civile/letterario condensato in quattro lettere e che schiude il fiore doloroso del dubbio, la sua ghirlanda formata dai petali del coraggio, della non compromissione con il Potere, dell’etica pulita. In definitiva, una dimostrazione estrema di libertà.

La ricerca empirica delle prove, e persino degli indizi, diventava esercizio ingombrante, fatica superflua. Il suo esito non avrebbe aggiunto nulla alla coerenza di un discorso fondato sui teoremi e non su un percorso investigativo che, al massimo, avrebbe dato una certificazione poliziesca e giudiziaria a verità già possedute […]. Senza la ricerca delle prove, il giudizio degrada a pregiudizio, la coerenza è solo astratta, dogmatica, sillogistica, irreale, retorica.

Quando mai la letteratura è stata “empirica”? Nel naturalismo francese? Nel verismo? In Tolstoj? Mai, neanche per sogno se si eccettuano i libri di Veltroni – la dimostrazione empirica del nulla.

Ritorna poi, come in moltissimi articoli di Battista, il lemma “teorema”, che ricorda molto le accuse lanciate da Abberlusconi e dai berlusclones alle procure che indagano e ai tribunali che (non) giudicano su di loro. Il ritorno del non rimosso, in pratica, che si abbina perfettamente con l’evocazione di un “percorso investigativo” che porta alla “certificazione poliziesca e giudiziaria a verità già possedute”. Verità che, evidentemente, sono possedute dal potere che le plasma e deforma a suo piacimento – cioè, in definitiva, da quegli uomini che Pasolini indicava, alla fine del suo articolo, come “minori responsabili contro maggiori responsabili” e che traevano un tornaconto personale da queste “verità”.

La coerenza individuata da Battista dunque è “astratta, dogmatica, sillogistica, irreale, retorica”. Un’incontinenza verbale, un’emorragia di aggettivi che in realtà non fanno altro che misurare “empiricamente” il grado di “coerenza” che sta utilizzando Pigi nel proprio articolo.

Cosa sapeva Pasolini? Niente. Ma anche tutto, dal punto di vista della religione di cui era guardiano. La certezza di incarnare l’Italia migliore.

Cosa sa invece Battista? Niente, ma anche tutto, dal punto di vista della religione di cui è guardiano. La certezza di incarnare l’Italia Migliore, cioè quella Peggiore.

Il peggior Pasolini. Che va dimenticato, per la disperazione dei suoi troppi epigoni, pessimi allievi di un cattivo maestro.

Il