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Le Lucciole Non Ci Illumineranno Più
Pubblicato il 9.10.2009 alle 12:09 pm / Prodotto ne La Privata Repubblica.

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I – Espirare

“Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente, da chi ha mezzi e obbiettivi precisi…” La voce del sindacalista Cisl Franco Castrezzati si leva nitida e profonda nella mattinata del 28 maggio 1974, una voce che si diffonde all’interno del perimetro delimitato da palazzi, arcate e decorazioni scultoree, le parole accompagnate dalla palpabile vibrazione collettiva che attraversa la folla radunata per la manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.

“…Sono così venuti alla luce “uomini di primo piano”, “mandanti” e “finanziatori” che, senza scoprirsi, possono camuffare le loro trame, con tinte diverse da quella vera”. Piove, piove sulla speranza di pacificazione civile e sociale di una città, di un popolo, di una nazione. Piove sugli impermeabili, sui maglioni e sulle giacche. I portici, unico riparo dalle intemperie della natura, sono gremiti di manifestanti. Di solito durante le manifestazioni il porticato è occupato dalle forze dell’ordine, pronte ad intervenire nel caso qualcosa vada storto. Ma non quel giorno.

“Si vogliono cioè sovvertire le istituzioni democratiche della nostra repubblica”. Piove, ed è una pioggia che in ogni singola, funesta goccia racchiude la spaventosa escalation di violenza innescata a Brescia, nei mesi precedenti, da gruppi della destra radicale. La svolta terroristica è arrivata tra il 3 e il 4 febbraio 1973, un terribile sfolgorio nell’oscurità: un ordigno al tritolo ha sventrato completamente la Federazione provinciale del Psi. A seguire, un’impressionante serie di attentati in parte riusciti, in parte mancati.

“A questo fine si strumentalizzano i giovani, i meno responsabili, spesso ancora adolescenti, come avviene in ogni parte del mondo quando si vogliono soffocare le aspirazioni di progresso, di giustizia e di democrazia dei popoli”. Da una mano ignota ed ignobile scivola un pacco dentro un cestino sotto il porticato accalcato. Una bomba. L’ennesima. Qualche altra mano, o forse la stessa, la aziona con un congegno elettronico. Mutare tutto per non mutare nulla. Ancora, per sempre. “Sembra che la storia si ripeta, e cioè che anche oggi non si scavi in profondità, che non si affondi il bisturi risanatore fino alla radice del male”. Sono le 10.12 in Piazza della Loggia, Brescia, e in quel preciso istante un boato sordo risucchia nel vortice della deflagrazione terroristica 8 vite umane e ne ferisce 94. Non c’è tempo di pensare all’intelaiatura delle trame segrete: ci si è dentro, puramente e semplicemente, soffocati dal fumo, i timpani suonati come un gong, i brandelli sparsi per terra, macabro risultato della cucitura eversiva.

Smette di piovere, anche il clima è rimasto intrappolato in quella micidiale sospensione, il tempo si è perso nella brutale transizione. Un cordone si forma a protezione di un uomo – la mano a stringere disperatamente la fronte, esemplare vittima collaterale della strage – inginocchiato su un cadavere pudicamente coperto da una bandiera. Il corpo esanime apparteneva ad Alberto Trebeschi, 36 anni, insegnante, militante del Pci. Le lacrime sgorgano dal fratello, Arnaldo. Anche la cognata Clementina Calzari, 32 anni, non tornerà mai più. Insieme a tutti gli altri.

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II – Fantasmi

Fine settembre 2009, una-due generazioni dalla conflagrazione di piazza della Loggia. Nell’aula della Corte d’Assise di Brescia si svolge l’udienza dell’ennesimo processo, il terzo in tre decadi. Quelli precedenti non hanno accertato alcuna responsabilità. Il solito, odioso copione della procedura penale gonfia, ipertrofica e chicaneuse non risparmia nemmeno i processi per strage. Anzi. Il pubblico dell’udienza si conta su due mani, sono solo otto le persone interessate a questo processo. La gabbia degli imputati è desolatamente vuota – come lo è sempre stata, del resto. Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi: agenti dei servizi, carabinieri, vecchie conoscenze dell’eversione nera. L’unico a presentarsi qualche volta è stato Maurizio Tramonte, la “fonte Tritone” del Sid infiltrata in Ordine Nuovo. Gli altri non si sono mai fatti vedere.

In udienza la domanda più frequente dei magistrati è: “Riesce a collocare l’episodio nel tempo?” Risposta: “Non ricordo”. Del resto, di cosa stupirsi? In 35 anni la memoria di una persona seleziona, ripulisce, epura e depura gli avvenimenti di una vita che si affastellano e sovrappongono l’uno sull’altro, costantemente. I tempi gargantueschi della giustizia italiana, inoltre, sono troppo spesso quelli di un universo parallelo estraneo e ostile alla maturità sociale e alla memoria civile di un Paese adulto – un ulteriore puntello che non fa altro che aggravare un contesto già di per sé cronico. “Non mi aspetto giustizia” da questo processo, dice l’avvocato Alfredo Bazoli, figlio di Giulietta Banzi, spazzata via dalla faccia della terra a piazza della Loggia. Non se l’aspetta nessuno.

Debolezza, impotenza di fronte ai crimini occulti del passato remoto il cui fragore si propaga insoluto fino al nostro presente. Un passato irrisolto giudizialmente, ma non interamente nebuloso. L’infrastruttura neofascista, militare e d’intelligence è stata resa tangibile grazie alle cataste di documenti processuali, alle novecentomila pagine di verbali, alle commissioni parlamentari d’inchiesta e alla saggistica – una concatenazione di pezzi disorganizzati e frammentari, dolorosamente ricomposti in un coerente quadro politico.

Gruppi come Ordine Nuovo o Avanguardia Nazionale erano perfettamente consci dei propri limiti, sapevano di non poter prendere il potere da soli. Ma sapevano altrettanto bene che potevano imporre all’opinione pubblica le condizioni per l’accettazione di una svolta autoritaria, fungere da detonatore, agire affinché altri (i militari) si muovessero. Sono state due le fasi più intense e rilevanti in cui il progetto stragista si è sviluppato: 1969-1970 e 1973-1974. Le tre grandi stragi insolute hanno scandito con le loro lugubri detonazioni lo stato dell’arte delle operazioni eversive. Tra i due momenti, tuttavia, si coglie una differenza significativa: la strage di piazza Fontana (in realtà lo stesso giorno vi furono altri quattro attentati, tra Milano e Roma) dissodò il terreno per un vero e proprio tentativo di colpo di stato, il Golpe Borghese, che tuttavia non approdò ad alcun risultato, arrestandosi nelle fasi iniziali. Nel ’73-’74, invece, l’aspirazione golpista venne accantonata a favore di una serie di attentati volti alla proclamazione di una Repubblica presidenziale di carattere autoritario.

“Uomini come me hanno lavorato perché in Italia si arrivasse a un colpo di Stato militare”, disse Guido Giannettini in un’intervista.

“Il colpo di stato è un piatto che va servito caldo”.

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III – Omissis

Non sono passate neanche due ore dalla strage quando il sibilo pressurizzato dei getti d’acqua delle autopompe rompe la stasi che aleggia cupa sulla piazza. Di già? Sì, ordine del vicequestore. Un ordine affrettato, decisamente affrettato, ma non imperito. I magistrati devono ancora arrivare per fare il primo sopralluogo e l’acqua dei vigili del fuoco ha già sgombrato il teatro della strage, liquidando e disperdendo indizi, reperti essenziali e tracce di esplosivo. Chiamateli come volete: depistaggi, inquinamenti, complotti, cospirazioni, servizi deviati, misteri. La terminologia è flessibile, ma riesce comunque a contestualizzare la varietà delle tecniche utilizzate per frapporre un muro insormontabile tra la ricerca della verità ed il suo raggiungimento.

La presenza costante di reti clandestine attive dall’esplodere delle tensioni sociali alla fine degli anni ’60 è ormai un fatto assodato. I loro punti di riferimento stazionavano in diversi apparati dello Stato: Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno, servizio militare di sicurezza, vertici delle forze armate. Un fitto reticolato di contatti e collusioni, un congegno differenziato con compiti di copertura/occultamento/perseguimento degli obiettivi di una strategia che ha come fulcro la stabilizzazione della destabilizzazione operata da altri – in definitiva, un sistema di protezione di quel Potere che stava subendo dall’interno un profondo mutamento. La strage di piazza della Loggia non fa eccezione. Oltre al lavaggio delle prove, altri episodi non possono che destare perplessità e sollevare inquietanti interrogativi. Uno di questi è la misteriosa scomparsa dell’insieme dei reperti prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri, altro imprevisto ostacolo per le indagini – indagini stesse il cui corso, peraltro, era stato bruscamente deviato senza un’apparente logicità.

Traccia i collegamenti, tieni a mente le circostanze, deframmenta i pezzi, uniscili, rendi coerente l’intero quadro. Movimento di Azione Rivoluzionaria, Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo: gruppi estremisti di estrazione diversa, differente organizzazione e progetti solo in parte convergenti. Ma coordinati nelle loro operazioni, ora. Non è possibile individuare il momento preciso in cui le diverse correnti nere si sono saldate (o sono state fatte saldare): si è trattato più di una fattispecie a formazione progressiva, un’evoluzione eterodiretta, calata in una cornice unitaria predisposta a dovere.

Nella notte tra il 18 ed il 19 maggio 1974, a piazza Mercato, Brescia, un altro botto fa tremare i vetri. È appena saltato in aria Silvio Ferrari, giovane neofascista, gli incerti fili della sua vita recisi dal tritolo che trasportava sotto la sella della sua Vespa. Era uno degli anelli di collegamento dell’asse fascista Milano-Brescia. Una settimana dopo, piazza della Loggia, ovvero il culmine dell’escalation eversiva. Il sangue sparso dalla strage comincia a muoversi randagio tra trame che travalicano i confini cittadini, allargano le prospettive, estendono l’orizzonte.

I magistrati seguono il filone milanese sui Mar di Carlo Fumagalli, ma il capitano Francesco Delfino inspiegabilmente indirizza l’indagine verso lo sgangherato ed eterogeneo gruppo bresciano, composto da balordi, sottoproletari e neofascisti della Brescia bene. Alla giustizia viene affidato Ermanno Buzzi, (esponente di An nonché mercante d’arte, condannato in primo grado nel 1979), su indicazione di Ugo Bonati, altro membro della banda. Andranno fuori di scena entrambi: il primo nel 1981 nel carcere di Novara, strangolato con le stringhe delle scarpe dai camerati Pier Luigi Concutelli e Mario Tuti; il secondo semplicemente scomparso e mai più ritrovato – una sorta di lupara nera.

Lo sviamento sortisce un duplice risultato: l’inchiesta su piazza della Loggia procede inizialmente verso una direzione infruttuosa, mentre quella sui Mar non raggiunge il grado di approfondimento che avrebbe potuto disvelare il contesto in cui si inseriva la strage bresciana.

Rintraccia, collega, incastra.

29 settembre 1994. “Non so il nome, ma so per certo che un ufficiale dei Carabinieri a cognome Delfino, appartenente a una Loggia massonica, era legato ad Avanguardia Nazionale”. Il giudice di Milano Guido Salvini raccoglie a verbale le dichiarazioni di Carmine Dominici, ferroviere, ’ndranghetaro politicizzato, neofascista di Avanguardia Nazionale. “Era considerato ‘dei nostri’. Specifico che con la parola “nostri” indicavamo coloro che anche operativamente operavano con Avanguardia…”

Esplora, riunisci, sintetizza.

Sgroviglia la matassa.

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IV – Inspirare

La tragedia fonda la sua potenza espressiva sulla ripetizione: Edipo si acceca ogni volta, Medea uccide eternamente i suoi figli, Ifigenia viene sacrificata per i secoli dei secoli.

Anche la strategia della tensione si fonda sulla ripetizione: la distruzione operata a piazza Fontana si può rivedere anche nella bomba lanciata sulla Questura di Milano, il rimbombo della Questura si può udire anche a piazza della Loggia, le schegge impazzite di piazza della Loggia arrivano all’interno del treno Italicus, e così via.

A distanza di anni e anni non siamo ancora capaci di confrontarci con il terrore, con l’orrore. La memoria, piano piano, si ritira nei suoi luoghi più sotterranei e diventa oblio. Il nostro sguardo è fuori asse, sfocato, la violenza è anestetizzata, il nemico è eclissato, le voci sono soffocate, proibite. Ci guardiamo allo specchio e proviamo disperatamente ad analizzare il nostro vero volto, coglierne tutte le sue sfumature, ma non riusciamo a toglierci quella dannata maschera che sembra esserci incollata addosso, inamovibile. Il nucleo più incontaminato della nostra essenza ci sfugge tra le mani. Neghiamo la tragedia – o peggio, la rimuoviamo.

Questa tendenza deleteria si può scorgere nella letteratura italiana più recente e, soprattutto, nel dibattito pubblico. Qualche tempo fa Pigi Battista vergava sul Corriere della Sera un editoriale di fuoco contro chiunque (giornalisti, storici, studiosi, scrittori) avesse avuto la sventurata idea di servirsi della formula del “doppio Stato” per cercare di rischiarare alcuni punti oscuri della storia contemporanea. La teoria, secondo Battista, vede la storia d’Italia attraverso due lenti: la prima, quella dell’ufficialità e formalità democratica; la seconda, occulta e criminale. Ci troviamo quindi di fronte ad una “misteriologia superstiziosa”, ad un “racconto cospirazionista”, una volgare “dietrologia” – spazzatura, bassi reflui ideologici di qualcosa che non merita di essere ulteriormente approfondito, analizzato, dibattuto.

Il focus di Battista, e di quelli come lui, è profondamente errato: prende in considerazione le lenti, ma ignora completamente l’intera montatura. E la montatura è formata da quell’organizzazione liquida e multiforme, da quell’infrastruttura umana, politica, istituzionale ed extra-istituzionale che ha ideato, realizzato e permesso quegli stessi avvenimenti che ora si vogliono confinare in una sorta di limbo, sospeso tra la nostalgia dei protagonisti di allora, la tentazione revisionista che agita chi perse quella guerra e la totale disinformazione/ignoranza in cui si è piombati nel presente.

La montatura, alla fine, è sinonimo di Storia. La Storia di un duplice fallimento, quello della Rivoluzione e quello dell’Ordine. Una storia infinitamente complessa e sfaccettata, in cui confluiscono prepotentemente i grandi Eventi (le stragi), a loro volta formati da una miriade di piccoli eventi, talvolta così minuti da essere impercettibili, che un moto di aggregazione attrae verso un centro oscuro, pulsante, dentro un campo magnetico in cui acquistano forma. E rimangono, una volta compiuti, indelebili, scolpiti, immutabili, le parti nel tutto ed il tutto nelle parti: la violenza, il potere, l’inquinamento, la sconfitta, la prostrazione.

Piazza della Loggia, piazza della Loggia, piazza della Loggia, in fondo ci siamo stati tutti.

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#1
bea
Rilasciato il 09.10.09

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