‘Ce lo chiede la Gente!’ – Di cosa parliamo quando parliamo di ‘populismo’ e ‘gentismo’

Pubblicato da Blicero il 16.08.2018

LA VARIANTE ITALIANA DEL POPULISMO: IL GENTISMO

A questo punto, giusto per complicare ulteriormente il quadro, tocca soffermarsi su un’altra specificità italiana: il gentismo, il fenomeno politico che ho cercato di raccontare nel mio primo libro La Gente.

Per analizzarlo, e cercare di capire cos’è, bisogna tornare al crollo della Prima Repubblica. Come ha scritto il politologo Marco Tarchi, i primi anni ‘90 sono «il trionfo della Piazza sul Palazzo, il rifiuto della mediazione che è alla base della democrazia rappresentativa e la promozione dei mass media – cartacei, audiovisivi o telematici che siano […] – a unica voce autentica della volontà popolare, autorizzata a organizzare quotidianamente un plebiscito per giudicare l’operato di coloro ai quali la gente […] ha provvisoriamente affidato il proprio mandato».

Dalle macerie della partitocrazia emerge così un nuovo soggetto politico – la «gente», appunto – da cui deriva a sua volta il fenomeno del gentismo. La prima menzione compare nel 1995 all’interno di La sinistra populista, una raccolta di saggi molto avanti per l’anno in cui è uscito. In uno di questi, intitolato Il gentismo, malattia matura del populismo, l’autore Mauro Trotta sostiene che la «crisi di certezze e di identità riconosciute» abbia fatto insorgere «un populismo di tipo nuovo» che «al centro del proprio discorso pone […] l’evoluzione ultima del vecchio popolo, la gente».

In questo caso, per «gente» si intende un’entità mitica, indistinta e portatrice delle vere virtù – «la morale, il buon senso, la tradizione» – che agita contro i nemici di sempre: «extracomunitari, comunisti, tutto ciò che è altro». A differenza del «popolo», la «gente» viene fuori dalla retorica «sondaggistico-pubblicitaria», si divide in «tipi diversi di consumatori» ed è caratterizzata dal consumo – «anche e soprattutto di informazione, di cultura (in senso lato), di politica».

In un altro capitolo dello stesso libro si ragiona ulteriormente sul lemma «gente», descrivendolo come un «contenitore vuoto» che «sta in un altrove non ben definito» e nel quale «chiunque può mettervi quello che gli pare, proclamando che questo è il volere della “gente”, tanto non vi è modo di procedere a verifica».

Un’altra caratteristica cruciale del gentismo, dicono gli autori della raccolta, è il suo «grande potenziale comunicativo», dispiegato con un linguaggio mutuato dalla pubblicità che mira soltanto alla seduzione: «non si tratta, quindi, di esprimere una serie di motivazioni razionali all’interlocutore, ma di ricercare la sua simpatia con ogni mezzo. Deve essere inoltre facilmente comprensibile, non richiedere alcun sforzo al destinatario del messaggio».

Tuttavia, il gentismo non è limitato a una sola parte politica. Anzi, è un «patrimonio comune della destra e della sinistra». Quest’ultima, in particolare, è sensibile a tale modello poiché «il concetto di gente sembra rispondere perfettamente da una parte al sopravvivere di forme di solidarismo che, seppur svuotate di senso, rimangono come simulacri all’interno del discorso left, dall’altra al vuoto profondo dal punto di vista culturale e di progetto a lunga gittata».

La trasversalità politica e sociale è sottolineata anche da Bruno Bongiovanni, che ha compilato la voce Populismo nell’Enciclopedia delle scienze sociali del 1996. Per lo storico, sempre a causa dei ribaltamenti dei primi anni ‘90, il «popolo» contemporaneo sarebbe molto diverso da quello del passato – non più contadino o operaio, ma «il popolo virtuale dei sondaggi e degli ascolti televisivi, costituito in gran parte dal crescente settore del piccolo lavoro autonomo (talvolta ultraliberista), dalle sacche ancora persistenti di lavoro salariato (talvolta neostataliste) e dall’area in aumento della disoccupazione, dell’occupazione precaria e della sottoccupazione».

Lo stesso «populismo», per lo storico, si sarebbe tramutato in «gentismo»; cioè nel «trionfo dell’indistinto, dell’omogeneo sempre mutevole, del “senza radici”». In più, si sarebbe affermato «il regno della moltitudine, frutto della globalizzazione (o mondializzazione) che fa implodere le masse, affossa le appartenenze, deterritorializza, produce sradicamento e spaesamento». In pratica, chiosa Bongiovanni, «l’ultimo arrivato tra i populismi […] sarebbe così un populismo senza popolo. Un populismo forse perfetto».

C’è da dire che entrambe le tesi – per quanto suggestive – sono minoritarie e fortemente calate nel periodo di riferimento. Nel decennio successivo, infatti, le occorrenze sono pochissime e quasi tutte riferite a Silvio Berlusconi o al centrodestra. Per un’evoluzione bisogna aspettare la fine degli anni Duemila e l’inizio degli anni Dieci del XXI secolo, quando il panorama politico italiano subisce grossi stravolgimenti: l’uscita del libro La Casta, l’inizio della crisi economica, la caduta (temporanea) di Berlusconi e soprattutto l’esplosione del MoVimento 5 Stelle. Il neologismo torna così a riaffacciarsi sul dibattito pubblico – e questa volta lo fa con molta più frequenza.

Nadia Urbinati lo associa in via pressoché esclusiva alla creatura di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. In un articolo pubblicato su Repubblica, la politologa argomenta che il M5S non sia catalogabile all’interno dei movimenti populisti perché non è mai diventato un partito strutturato, e i suoi capi – pur intervenendo massicciamente sul funzionamento interno ed esterno – «sono restati nella sfera dell’opinione».

L’unica disciplina dei cittadiniportavoce è pertanto «quella che viene dal condividere l’opinione fondatrice», ossia la denuncia della Casta politica. Il M5S, di fronte al declino di legittimità decennale dei partiti, è riuscito così a imporsi con «la richiesta di più competenza […] e di lotta alla corruzione, due richieste che stanno oltre le identità partigiane» e che Urbinati identifica con il gentismo, ossia la

reazione della gente comune contro gli adepti, dei cittadini ordinari contro coloro che svolgono una funzione di direzione politica. La gente non è sotto i riflettori del pubblico, ma è il pubblico. La gente è composta dai cittadini dei sondaggi – è il tribunale supremo. È l’insieme generico dei cittadini che stanno fuori dalle istituzioni. Questo indistinto gentismo è insieme il popolo e l’ideologia del M5S. E infatti Grillo preferisce usare il termine “gente” e “cittadini” invece di “popolo”. […] È orizzontalismo come voce di gente comune, a volte poco informata, a volte molto pressapochista, a volte sommaria, e però mai unificata sotto un’ideologia o una leadership-guida.

Alcune definizioni proposte nel corso degli ultimi anni sono più ampie e toccano varie dimensioni. Secondo la Treccani, il gentismo è un «atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto». Per i giornalisti Matteo Miavaldi e Giuliano Santoro, il gentismo costituisce una «mutazione genetica» del populismo: se in un caso prevale la «capacità di un capo di raccogliere attorno a sé un popolo che lo riconosca come tale», nell’altro c’è «il popolo che diventa gente – cioè massa, audience – e che si fa influenzare da supposte autorità politiche e morali e dai media, anche da quelli 2.0».

L’accezione più diffusa è però un’altra, e lega il gentismo a un modo di stare su Internet che consiste nel postare immagini macro di scadente fattura, rilanciare bufale, scrivere commenti sgrammaticati e pieni di punti esclamativi, o sfogarsi in maniera scomposta davanti al cellulare. A questo proposito, il blog Dipende dal contesto lo indica come «il fenomeno delle persone di bassa estrazione sociale e culturale che trovano nei social network un megafono per esprimere le proprie idee ed opinioni (spesso surreali) in maniera abbastanza vocale da raggiungere chi, altrimenti, sarebbe stato impossibilitato a leggerlo». Sempre sui social, sono fiorite diverse pagine satiriche – o che sbeffeggiano i «gentisti» e il loro linguaggio, sovvertendone anche i memi.

Eppure, sarebbe davvero limitante confinare il gentismo a Internet – che pure ha una capitale importanza – o considerarlo solo in chiave denigratoria. Come si è visto, il termine ha una storia più che ventennale, ha subito varie evoluzioni, e si è infine stabilizzato in un momento di forte crisi sistemica.

A mio avviso, le caratteristiche fondamentali del gentismo contemporaneo sono tre:

1) La contrapposizione tra la Gente e la Casta, contrassegnata dal mito perenne di una «Rivoluzione» che spazzi via tutti quanti;

2) L’«indignazione» o l’«esasperazione» come fattori primari di mobilitazione del «cittadino indignato» o «esasperato», una figura che si presenta sempre e comunque slegata da qualsiasi fazione politica (anche se spesso non è così);

3) La creazione di «realtà parallele» – come possono essere l’«ideologia gender», certe teorie del complotto o «Gentelandia» (la parte gentista dell’Internet italiano) – che non solo strutturano una visione del mondo antitetica alla «realtà ufficiale», ma hanno la capacità di provocare effetti assolutamente concreti.

La certezza, comunque, è che il gentismo non rappresenti una sottomarca scadente del populismo, e nemmeno il definitivo scadimento della democrazia. Si tratta invece di un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che si è sviluppato nella Seconda Repubblica e ha ricevuto la sua definitiva consacrazione con la «Terza Repubblica».

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