‘Ce lo chiede la Gente!’ – Di cosa parliamo quando parliamo di ‘populismo’ e ‘gentismo’

Pubblicato da Blicero il 16.08.2018

(Da sinistra a destra: Donald Trump; Marine Le Pen; Nigel Farage; Geert Wilders.)

LE CARATTERISTICHE MINIME DEL POPULISMO

A fronte di questa caotica pluralità di definizioni, alcuni autori hanno provato a restringere il campo e tratteggiare alcuni elementi minimi.

Jans Werner Muller, nel saggio Cos’è il populismo?, ha proposto sette tesi (piuttosto critiche, c’è da dire) sul populismo. Eccole condensate qui di seguito:

1) Il populismo non è né la parte autentica della moderna politica democratica né una specie di patologia causata da cittadini irrazionali. È l’ombra permanente della politica rappresentativa;

2) Non tutti coloro che criticano le élite sono populisti. Oltre a essere anti-elitari, i populisti sono anti-pluralisti: sostengono di essere gli unici a poter rappresentare il popolo;

3) Ciò che importa ai populisti è una rappresentazione simbolica del «popolo vero» da cui poi è dedotta la politica corretta;

4) Anche se spesso i populisti pretendono referendum, questi non sono destinati ad avviare processi di formazione democratica della volontà tra i cittadini. I populisti vogliono semplicemente essere confermati in quella che hanno già stabilito come la volontà del popolo vero;

5) Una volta al governo, in quanto «unici rappresentanti del popolo», i populisti concretamente si impegneranno nelle pratiche volte a occupare lo Stato, al clientelismo di massa e alla corruzione, oltre che alla soppressione di qualunque cosa che assomigli a una società civile critica;

6) I populisti dovrebbero essere criticati per quello che sono, ossia un pericolo reale per la democrazia;

7) Il populismo non rappresenta una misura correttiva per la democrazia liberale nel senso di avvicinare la politica al popolo o anche di riasserire la sovranità popolare, come talvolta rivendica. Tuttavia, può risultare utile per dire chiaramente che parti della popolazione non sono affatto rappresentate.

Manuel Anselmi, invece, ha isolato tre caratteristiche analitiche di base presenti in ogni populismo:

1) Una comunità-popolo omogenea, interclassista che si percepisce come detentrice assoluta della sovranità popolare. La comunità-popolo esprime un atteggiamento anti-establishment e si impone come alternativa alle élite preesistenti, accusate di esclusione e decadenza del sistema politico;

2) Un leader carismatico in connessione diretta con la comunità-popolo;

3) Uno stile discorsivo, argomentativo e comunicativo sempre manicheo dove il «noi» è coincidente con la comunità-popolo e il «loro» con tutto ciò che è esterno a essa. Lo stile discorsivo è teso a promuovere una polarizzazione politica.

I VARI TIPI DI POPULISMO

Come si è visto, per Laclau e altri il populismo non ha una connotazione ideologica precisa. Sarebbe dunque più corretto parlare di populismi; e infatti, molti autori hanno individuato tipologie di populismo molto diverse tra loro. Vediamone un paio.

Per la politologa inglese Margaret Canovan, una delle prime e più autorevoli studiose della materia, esistono almeno sei tipi di populismo1:

1) Populismo agrario: quello statunitense e dell’Europa dell’Est già citato in precedenza;

2) Populismo politico: a differenza di quello agrario, qui il focus è appunto politico. In questa forma di populismo, pertanto, la fanno da padrone elementi come «la dimensione urbana, la presenza di leadership carismatiche e/o di partiti strutturati»;

3) «Dittatura populista» o (più correttamente) populismo autoritario: per descrivere questa forma, Canovan indica due esempi paradigmatici: l’argentino Juan Domingo Perón e il politico statunitense Huey Long. Per entrambi, il fattore chiave è la «condizione diffusa di sradicamento sociale» dei cittadini che «fa da leva alla retorica di riscatto proposta dal leader». Questo genere di populismo, tuttavia, ha un «effetto di depotenziamento delle istituzioni democratiche a favore della dimensione politica»;

(L’assassinio di Huey Long sulla copertina di Life del 1939.)

4) Democrazia populista: con questa espressione, Canovan intende «tutte le forme di populismo che puntano a un incremento considerevole della partecipazione politica e a un governo del popolo». Si tratta dunque di una «democrazia radicale dove gli aspetti di rappresentanza del popolo e di intermediazione tra governanti e governati sono ridotti al minimo»;

5) Populismo reazionario: si caratterizza per «un contenuto ideologico antiprogressista, nazionalista, spesso xenofobo e tradizionalista». In questa forma di populismo, la contrapposizione principale è tra una «base popolare» che si «identifica nelle sue forme culturali più retrograde e reazionarie» contro le «élite e la loro cultura progressista e cosmopolita»;

6) Populismo dei politici: quest’ultima forma è più che altro uno «stile politico» degli uomini politici, da cui emerge la «natura tattica» del populismo: usare, cioè, il «richiamo al popolo» come «possibilità di rinnovo del consenso e della legittimazione sociale per riallineare di volta in volta l’azione politica con le esigenze del contesto».

Cas Mudde, dal canto suo, ha più volte stigmatizzato l’uso del termine «populismo» come sinonimo di «destra radicale». Per questo motivo, in un libro del 2007 ha proposto di introdurre la categoria della «destra radicale populista», che combina il populismo (sempre secondo la definizione che ne dà lui) con altre due ideologie: l’autoritarismo e il nativismo, che a sua volta è un mix di nazionalismo e xenofobia che contrappone orizzontalmente un «noi» e un «loro» in senso etnico.

Esiste però anche un altro tipo di populismo – quello di sinistra. La principale teorizzatrice del «populismo di sinistra» è senza alcun dubbio Chantal Mouffe, studiosa belga e compagna di Ernesto Laclau, che è stata preso a riferimento ideologico soprattutto da Podemos in Spagna. Per Mouffe, riassume Jacob Hamburger su Jacobin, la democrazia è il «regno del conflitto», in cui «gruppi avversari lottano l’uno contro l’altro per un controllo egemonico del terreno politico». La politica democratica, dunque, è stabilire un «noi» contro un «loro».

(Alexis Tsipras, leader di Syriza, e Pablo Iglesias, leader di Podemos, a un comizio elettorale ad Atene nel 2015.)

La studiosa sostiene che la destra lo ha capito da un pezzo, mentre la sinistra deve mettersi in pare per avere un futuro politico. Ma c’è di più, nel ragionamento di Mouffe; non si tratta solo di sopravvivenza. Se la sinistra avrà successo nel creare movimenti che parlano al «popolo» contro «l’oligarchia dell’1%», allora così «non solo potrà sconfiggere il populismo razzista e xenofobo dell’estrema destra, ma potrà anche creare un nuovo ordine politico oltre il neoliberismo».

Infine, e qui mi rifaccio a Manuel Anselmi, c’è il caso italiano – che descrive come «l’unico contesto nel panorama internazionale in cui persistono più forze populistiche in competizione tra di loro e in cui domina una diffusa comunicazione politica caratterizzata da toni e stili populistici».

A partire dalle prime insorgenze – cioè il Fronte dell’Uomo Qualunque nell’immediato dopoguerra, per passare a figure locali come Achille Lauro – dagli anni ’90 a oggi si è assistito ad un’evoluzione che si è cristallizzata nel risultato del 4 marzo. La peculiarità italiana, insomma, è che «il fenomeno populistico iniziale non resta unico e isolato ma dà origine ad altri populismi antagonisti e permea la grammatica politica al punto da condizionare l’intero sistema».

  1. Le citazioni che appaiono di seguito sono prese da Populismo. Teorie e problemi di Manuel Anselmi. []

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