‘Ce lo chiede la Gente!’ – Di cosa parliamo quando parliamo di ‘populismo’ e ‘gentismo’

Pubblicato da Blicero il 16.08.2018

(Una caricatura del politico democratico e populista William Jennings Bryan, apparso sulla rivista Judge nel 1986.)

LE RADICI STORICHE DEL POPULISMO

Le prime esperienze populiste sono sostanzialmente due, ed entrambe si sviluppano nel tardo Ottocento. Da un lato, in Russia ci sono i narodniki – ossia gli studenti e intellettuali che si proponevano di «andare verso il popolo», imbevuti di una «visione romantica e ingannevole delle virtù etiche conservate dalle comunità di villaggio contadine». Dall’altro, negli Stati Uniti, c’è il People’s Party, che esprime «le inquietudini e le richieste degli agricoltori del Sud e dell’Ovest» insoddisfatti sia dei repubblicani che dei democratici. Per una storia del primo populismo americano – di impronta progressista – è imprescindibile la lettura di The Populist Moment di Lawrence Goodwyn.

A partire da queste due brevi ma significative esperienze, lo studioso Dwayne Woods ha proposto di individuare tre «ondate di populismo»:

1) Il populismo russo e statunitense del tardo Ottocento, appunto;

2) Il populismo latino-americano degli anni ’40 e ’50 del Novecento;

3) I populismi europei di orientamento conservatore degli anni Novanta;

Attualmente, invece, saremmo in una sorta di quarta ondata – quella dei «neopopulismi». Come scrive Manuel Anselmi in Populismo. Teorie e problemi, questi «rientrano pienamente in quella fase avanzata delle democrazie occidentali, caratterizzata dai processi di glocalizzazione, della ipermediatizzazione della sfera pubblica e della politica in genere, e dalla crisi di legittimità dei sistemi di rappresentanza politica».

LE MILLE FACCE DEL POPULISMO: STILE, MENTALITÀ O IDEOLOGIA?

Come detto prima, le scienze sociali hanno provato a definire con più o meno precisione cos’è il populismo – o qual è il suo nucleo. Visto che è impossibile metterle tutte, ho deciso di riportare quelle più diffuse e citate per avere un quadro di massima.

– L’ubriacone a cena: per Benjamin Arditi, il populismo è il «confine estremo» della democrazia. Per spiegare meglio questo concetto, il politologo messicano ha proposto un famoso paragone: quello di un ospite indesiderato a tavola, che si ubriaca, non rispetta il galateo o le forme minime di civiltà, ma che dice comunque delle verità scomode sulla società e sulla politica;

– Ideologia: per il politologo olandese Cas Mudde, il populismo è «una ideologia dal cuore sottile, la quale considera la società essenzialmente divisa in due gruppi omogenei, le persone pure contro le élite corrotte, e che ritiene che la politica debba essere un’espressione della volonté générale (volontà generale) del popolo»;

– Strategia politica: Kurt Weyland considera il populismo come una strategia politica «attraverso la quale un leader personalista cerca ed esercita un potere di governo basato sul diretto, non mediato, non istituzionalizzato supporto di un largo numero di seguaci perlopiù non organizzati».

– Stile di comando: Per Flavia Freidenberg, il populismo può essere inteso come «uno stile di comando contraddistinto dalla relazione diretta, carismatica, personalistica e paternalistica fra il leader e il seguace, che non riconosce mediazioni organizzative o istituzionali che parla in nome del popolo, potenzia l’opposizione di questo a “gli altri”, mira a cambiare e a rifondare lo status quo dominante».

– Stile politico: Pierre-André Taguieff descrive il populismo come uno «stile politico suscettibile di mettere in forma diversi materiali simbolici e di fissarsi in molteplici luoghi ideologici, assumendo la colorazione politica del luogo di accoglienza [che] si presenta anche, e inseparabilmente, come un insieme di operazioni retoriche messe in atto tramite lo sfruttamento simbolico di talune rappresentazioni sociali: il gesto dell’appello al popolo».

– Mentalità: Per Marco Tarchi, il populismo è una «mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato, come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza».

– Logica politica: Ernesto Laclau è uno studioso argentino che negli ultimi anni ha contribuito più di ogni altro a ri-concettualizzare il populismo, rifacendosi a Lacan, Althusser e Gramsci ed elaborando una teoria particolarmente raffinata (il libro di riferimento è La ragione populista) su cui vale la pena spendere qualche parola in più.

Il populismo, secondo il riassunto che ne ha fatto Manuel Anselmi in Populismo. Teorie e problemi, è un modo di «costruire “il politico”, nel senso che è una modalità di plasmare le identità collettive da parte del potere politico. Secondo Laclau la costruzione del soggetto-popolo è infatti un passo necessario di ogni potere politico, solo che può esprimersi in differenti maniere. Il populismo è uno dei modi più efficaci, rapidi e potenti di farlo».

C’è da sottolineare che per Laclau il populismo non ha una connotazione ideologica precisa. Per questo, è importante la «fenomenologia» del populismo, cioè come nasce, si sviluppa e sulla base di quali logiche sociali. Per capirlo, Laclau individua due logiche sociali antagonistiche:

1) Logica «equivalenziale»: quella che «produce mobilitazione sociale e porta alla costituzione di un’identità collettiva prima e a una identità popolare poi»;

2) Logica della «differenza»: quella che «reagisce alla domanda sociale individualizzandola e consiste in una penetrazione del potere politico nell’ambito dei richiedenti».

Se nel primo caso, continua Anselmi nel riassumere il pensiero di Laclau, «si genera un gruppo sociale, più o meno esteso, che esprime una richiesta democratica e costituisce un contropotere collettivo rispetto al potere politico, nell’altro caso si ha invece un’estensione del potere politico ed un adeguamento individuale ad esso». In altre parole: la «domanda sociale» è la condizione di partenza di ogni populismo.

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