Sette Contro Atene

Pubblicato da Blicero il 8.10.2011

“Papà, perché mi hanno colpito?”

Melina ha appena otto anni ed è in braccio al padre Elias Vrettakos, il vice presidente del sindacato Adedy. Sono di fronte al Parlamento greco. Un poliziotto anti-sommossa le ha appena sbattuto sul piccolo viso il suo scudo di plastica. È il 5 ottobre e lo sciopero generale proclamato dai due maggiori sindacati greci si è rapidamente trasformato in una serie di scontri nevrotici tra manifestanti sempre più sull’orlo della disperazione e agenti di polizia che ormai lanciano lacrimogeni e agitano i manganelli con la stessa meccanicità con cui un distributore di caramelle butta fuori i suoi prodotti.

“Non riesco proprio a capire perché.”

Melina trema ed è spaventata a morte. Piazza Syntagma è diventata uno sbiadito ed esangue riflesso autunnale di quello che fino a pochissimi mesi fa era il centro nevralgico della protesta ed una simbolica base operativa per gli indignados greci. Secondo gli organizzatori, alla manifestazione hanno partecipato ventimila persone: un numero ridicolo, rispetto all’oceano di rabbia e frustrazione che si era riversato nelle vie della capitale lo scorso maggio-giugno. Un oceano che però aveva vitalità, una seppur flebile fiducia nel cambiamento. “Siamo venuti qui per lamentarci di alcune decisioni prese proprio lì – Elias indica alla figlia il Parlamento, tentando di spiegarle come funziona il mondo in cui sta crescendo – Decisioni che ogni giorno riducono la quantità di soldi che guadagnano mamma e papà”.

Il governo del socialista Papandreu assomiglia sempre più a un eroinomane disperatamente in cerca di raggranellare qualche spicciolo per prendere dosi sempre più scadenti e letali dai pusher della Troika. L’ultima proposta del governo di lasciare a casa – tra prepensionamenti e licenziamenti – trentamila dipendenti pubblici, non è una misura di austerità per sbloccare l’ennesima tranche di “aiuti”: è l’equivalente dello sfilare i soldi dai portafogli dei genitori settantenni, scappare dalla finestra e andare in un parco a bucarsi.

Era chiaro fin dall’anno scorso, cioè dall’approvazione del bailout europeo, che la Grecia non avrebbe mai avuto i soldi necessari a ripianare il suo enorme debito. Riferendosi proprio a questo piano, una settimana fa Otmar Issing, importante economista tedesco nonché ex consigliere del board della Banca Centrale Europea, ha dichiarato: “Tutti sanno che questo è stato un ottimo affare per le banche. Ma non aiuterà minimamente la Grecia”.

E mentre in piazza la polizia sferra pugni a fotografi e bambini come nemmeno i Detroit Pistons degli anni ’80 facevano sui parquet NBA, sul mercato cominciano ad intravedersi le sagome delle iene degli hedge funds – e nemmeno troppo in lontananza. Ultimamente si è assistito ad un sostanzioso rastrellamento di bond greci (il cui rating attuale deve aggirarsi tra “Attenzione! Possono Provocare Cancro Agli Occhi” e “Sterco Tossico Del Demonio”) per lucrare succosi profitti sull’aspettativa che il FMI e l’UE iniettino nelle martoriate vene della Grecia la riverita siringa degli 11 miliardi di euro necessari ad evitare l’imminente bancarotta.

Se si da un’occhiata alla storia recente dei programmi di austerity, parola magica che racchiude una terapia di sacrifici sanguinosi ma necessari per ricucire lo strappo nel matrimonio tra l’Economia e la Crescita, ci si trova di fronte a recessioni, dittature e massacri. Senza tornare indietro fino alla Repubblica di Weimar e l’ascesa di Hitler, è sufficiente ricordare quello che successe nel 1989 in Venezuela. Nel febbraio di quell’anno Carlos Andres Perez, promettendo di combattere il piano di austerità che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale volevano somministrare al suo paese, venne eletto presidente. Ad appena tre settimane dall’elezione, però, Perez tradì le sue promesse e impose quegli stessi programmi a cui si era pubblicamente opposto. Le proteste furono massicce, la repressione cruenta: dopo aver dichiarato la legge marziale e sospeso la Costituzione, i reparti speciali della polizia trucidarono a Caracas circa tremila persone (i venezuelani chiamano il massacro “Caracazo”). In definitiva, il programma di austerity venezuelano aumentò esponenzialmente la povertà, fece esplodere la corruzione, rese incredibilmente ricco il solito ristretto club di oligarchi e nel 1992 portò ad un fallito tentativo di golpe da parte di Hugo Chavez. Perez, accusato di peculato e malversazione, venne destituito nel 1993 dalla Corte Suprema del Venezuela e fuggì a Miami, dove è morto il 25 dicembre del 2010.

Un reportage del New York Times del 6 ottobre rende conto della crescente disillusione e rassegnazione che serpeggia tra la popolazione greca. Non si protesta più per un cambiamento democratico. Si protesta, e a quanto pare sempre meno, per una mera questione di sopravvivenza.

Dino Giannopoulos, 50 anni, ha continuato a tenere aperta la sua edicola di piazza Syntagma anche quando migliaia di dipendenti pubblici si sono riuniti lì vicino per protestare contro una serie incessante di misure di austerità. […] “Siamo diventati degli zombi”, ha detto. “Quello che c’è davanti a noi è un vicolo cieco. Senza via d’uscita”. […] Alexandros Zachiotis, studente ventiduenne di ingegneria meccanica con un lavoro part-time […], ha affermato […]: “Il problema è che i greci hanno perso la speranza. […] Guardiamo al futuro ma vediamo nero – più povertà, più austerità”. […] Babis Papadimitriou, commentatore politico, ha dichiarato che i greci stanno soffrendo di affaticamento da protesta. “Sono amareggiati e arrabbiati, ma si sono accorti che le manifestazioni non sono una maniera effettiva di apportare un cambiamento”.

Cosa succede in Grecia, quindi? Il primo film di Nicolas Winding Refn, “Pusher” (1996), e una foto degli scontri del 5 ottobre forse possono fornire una chiave di lettura della situazione. Il protagonista dell’esordio cinematografico del regista danese è Frank, un piccolo spacciatore di Copenaghen che dopo un affare di droga andato male viene taglieggiato da un boss locale per riavere indietro i soldi persi. Mano a mano che procede il film, il debito diventa astronomico, impossibile da pagare. Tutti i tentativi del piccolo spacciatore di recuperare il denaro falliscono miseramente. “Pusher” si chiude con un primo piano di Frank che si guarda attorno e fissa un punto imprecisato della città, stanco, spaesato, quasi indifferente rispetto all’inevitabile conclusione (che Refn non fa vedere), con le luci di Copenaghen ad accendersi e spegnersi ad intermittenza dietro di lui.

Nella foto scattata durante l’ultima manifestazione a Syntagma c’è un uomo in evidente sovrappeso che cammina di fronte alla macchina fotografica. Dal cranio pelato e aperto dai manganelli colano piccoli fiumi di sangue che si raccolgono sulle spalle e convergono sull’abbondante petto nudo. L’occhio sinistro è semichiuso; quello destro non punta verso alcuna direzione in particolare. Potrebbe guardare il Parlamento, oppure i poliziotti a guardia della Piazza, o qualche altro manifestante. L’aria non è combattiva, è semplicemente stanca. Dietro di lui la piazza è ferma, statica. Come nel film, non sappiamo come andrà a finire. Abbiamo una contingenza storica cristallizzata nei pixel, un momento incerto che si presta alla speculazione. Ci possiamo basare soltanto su quello che abbiamo visto finora.

“Papà, cosa succede quando si inizia a colpire i bambini?”

Succede che il paese è pronto per il default, Melina. E che arrivati a questo punto, probabilmente è la soluzione meno dolorosa.

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Drop the Hate / Commenti (5)

#1

Fede
Rilasciato il 09.10.11

Come al solito. Scrivi da Dio.

#2

affasf
Rilasciato il 10.10.11

azzeccato il parallelismo con Pusher.

#3

Akiller Dee
Rilasciato il 10.10.11

Tristemente emblematico il paragone venezuelano.

#4

Una Storia Di Austerità | La Privata Repubblica
Rilasciato il 04.01.12

[…] Nella seconda immagine le barre indicano il numero di incidente per anno e Paese. Più la barra diventa scura, più i tagli alla spesa pubblica sono massicci. Una volta che i tagli raggiungono il 2% del PIL, l’instabilità aumenta esponenzialmente. Quando i tagli arrivano al 5% del PIL vuol dire una cosa soltanto: Grecia odierna – e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. […]

#5

Una Storia Di Austerità « MenteCritica
Rilasciato il 24.10.12

[…] tagli arrivano al 5% del PIL vuol dire una cosa soltanto: Grecia odierna – e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. (Grafico #2: Disordini e tagli al budget. Fonte: Ponticelli, Voth, “Austerity and Anarchy: […]

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