Il Grande Corruttore

Pubblicato da Tamas il 25.01.2011

Uno dei grandi, imperdonabili luoghi comuni che affliggono il dibattito pubblico italiano (o ciò che ne resta) è la qualifica affibbiata a Silvio Berlusconi di cattivo esempio, data la sua condotta sicuramente censurabile, e di corruttore delle giovani generazioni, le quali crescerebbero e si plasmerebbero seguendo quel messaggio e quella pratica.

Questa retorica, tuttavia, è risibile e assurda per un paio di buoni motivi: il primo è quello evidente che le nuove generazioni non hanno modelli. I loro idoli sono momentanei e sostituibili quanto gli stimoli che ricevono in continuazione da fonti molteplici e ugualmente ignorabili; e la loro rabbia, la loro frustrazione, il loro disincanto per una condizione profondamente ingiusta, di cui tuttavia non sanno indicare i responsabili, impedisce loro di credere davvero in qualcosa. E anche di fidarsi di qualcuno.

Il secondo motivo è ancora più semplice e più evidente: Berlusconi non è affatto il corruttore dei giovani, che non capisce e che in fondo non gli interessano, bensì semmai degli anziani. Berlusconi è a suo agio e si sente amato, amato davvero (non sfruttato, sopportato e poi tradito come gli capita per forza di cose con le giovani che affollano la sua villa, per quanto voglia pagarle) soltanto in mezzo ai vecchi. Là in mezzo, in quell’aria di cinismo, di vacuità venduta per profonda esperienza di vita, mentre per lo più è solo la sordida vigliacchieria di una vita, rifulge la banalità volgare e rassicurante dell’uomo.

I suoi coetanei non possono invidiarlo – perché sanno che un Berlusconi è già un’anomalia; non sarà un altro vecchio a succedergli – e dunque lo ammirano, lo ammirano sinceramente. Le barzellette stinte del Presidente del Consiglio sono uguali ai giochi di parole o ai motivetti di Giorgio Consolini ripetuti per decenni dal nonno rincoglionito che c’è in ogni famiglia: quello che disturba non è tanto il fatto che conosci già le une e gli altri, quanto il sospetto che vi sia al fondo di quel patetico spettacolo il compiacimento di chi sa di non poter essere interrotto, per quanto fastidiosi e grevi possano risultare i suoi scherzi. E sotto il palco risuona biascicato qualche “Uéé, teniamocelo stretto il dottor Silvio, ché fa del bene alla gente”.

Intendiamoci, Berlusconi non ha inventato la demenza e la cattiveria senile; ma per primo ne ha fatto un metodo di governo e di propaganda elettorale. Le ossessioni e il vittimismo piagnucoloso, se uno ci pensa, sono perfettamente spiegabili come patologie dell’età avanzata. Ma anche le sue categorie mentali e di comportamento appartengono ad epoche passate: le barzellette sono quelle di Gino Bramieri, i nemici sono sempre i comunisti, e se c’è bisogno di affermare la propria forza sovrumana ci si paragonerà a Carnera.

Più di ogni altra cosa, l’uomo d’affari Silvio Berlusconi ricorda, più che uno spietato finanziere dei nostri tempi, un piazzista; come tale ha bisogno di messaggi e formule semplici, tratte da un contesto riconoscibile, ma soprattutto dell’oscena complicità con il cliente: lo sguardo dritto e sapiente verso la telecamera non differisce in nulla dall’occhiolino che il venditore di spazzole in grisaglia faceva – cinquant’anni fa – alla piacente casalinga di un’Italia in espansione ma ancora antica. La strategia di Berlusconi, la truffa servita a legioni di suoi coetanei, è fingere – stabilire per legge – che nulla sia cambiato e che lui e loro siano ancora i ragazzi magri ed eleganti delle foto in bianco e nero, segnate sul retro in bella grafia.

Solo che la gioventù senile di Berlusconi non somiglia, per fare un esempio nobile, a quella di Ernst Jünger, che anche da vecchio aveva mantenuto della gioventù la volontà di ricercare vie nuove, non battute, cosicché a 60 anni provava l’LSD e a un secolo di vita la Chiesa Cattolica; Silvio il teatrante si limita a mantenere inalterata la scenografia, come nelle scenette – che sono persuaso a Berlusconi piacciano – in cui due personaggi si ritrovano davanti al fondale del golfo di Napoli, sotto quell’albero che non esiste più da decenni.

Più il tempo passa, più tutto deve restare uguale a se stesso; e non c’è possibilità che qualcuno faccia notare questo orrore, giacché uno solo ha diritto di parola. Intendiamoci, la finzione è scoperta ed evidente: ma specialmente da anziani – non solo – si ha diritto di credere in qualcosa. E in mancanza di alternative si crede anche alle truffe, se raccontate bene.

È molto difficile che la fine di questa messinscena venga da un sussulto di dignità di un Paese disilluso, abbruttito e sottoposto d’altra parte a un controllo mediatico feroce; ma se qualcuno si muoverà, paradossalmente, saranno i vecchi, gli unici che hanno davvero conosciuto un’epoca regolata da ritmi morali e naturali, prima che la società mutasse in libera e consumista (e vedremo come ci governerà la generazione cresciuta in quel contesto). Mi piacerebbe che fossero loro a mettere a posto le cose e le stagioni, a vantaggio di generazioni più giovani che non sono state in grado di costruire nulla.

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Drop the Hate / Commenti (2)

#1

Brigate Rosse
Rilasciato il 26.01.11

Compagno Bianki,
non sei solo nelle tue lotte.

Sei il nostro Gran Maestro, Duce, Sub-Comandante, Pontefice.

A noi!

#2

John Blacksad
Rilasciato il 02.02.11

Nel frattempo a Telepadania si fanno esplodere i petardi…

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