We’ll Always Have Biscione

Pubblicato da Blicero il 13.11.2011

La prima volta che ho pronunciato il suo nome avevo 8 anni. Era il 1994 e insieme ad un mio amico stavamo guardando  (credo) una partita del Milan in Champions, quando il di lui padre, un entusiasta berlusconiano della prima ora, ci chiese chi avremmo votato alle elezioni. “Berlusconi!” risposi. “E perché?” “Perché è il presidente del Milan!”

Sia chiaro, non ho avuto un’infanzia traumatica: è stata molto felice – la più bella infanzia che un bambino potesse desiderare o immaginarsi. Quando tornavo a casa da scuola, tra una partita al Sega Megadrive, lo sport e i compiti, guardavo Holly & Benji e in generale tutti i cartoni e i programmi in fascia pomeridiana Mediaset. Ogni cena, grazie a quella scatola in salotto che magicamente cambiava più o meno ogni due-tre natali, si apriva con un cognome: Berlusconi. E la mattina, mentre il mio papà mi accompagnava a scuola, la radio sputava fuori ad intervalli regolari quello stesso cognome.

E poi i cori, gli inni, le discussioni, le battute pre e post politiche, i modi di parlare, gli scherzi, i commenti. Tutti incentrati su di lui. Esclusivamente su di lui. Ossessivamente su di lui. Se lo spazio politico era stato conquistato dalle bave alla bocca di Forlani, dalle monetine al Raphael, da Di Pietro e dal pool di Mani Pulite, e poi dalla discesa in campo, gli spot di Forza Italia, l’uscita dalla fogna di Fini e le prime dimissioni, il mio spazio personale – decisamente troppo piccolo per capire qualcosa di finanziamento illecito ai partiti, Mattarellum e ribaltoni – lentamente veniva represso e sotterraneamente occupato dalla narrazione berlusconiana dalla realtà.

Crescendo, il territorio in cui ci si siamo ritrovati è sempre stato essenzialmente impolitico. O almeno così credevamo: ogni nostro gesto, infatti, si inseriva appieno in un milieu che altri avevano tratteggiato per noi. Ignari ed inconsapevoli, sguazzavamo con i nostri problemi adolescenziali in un recinto culturale che ci stavano costruendo attorno, il cui filo spinato si perdeva in alto nel cielo, a vista d’occhio, tra le nuvole e la notte.

Quando ho iniziato ad interessarmi seriamente di attualità & politica, diciamo verso la fine del liceo, l’unico approccio possibile era scavare ed addentrarsi nei meandri delle nefandezze berlusconiane. E via di Toghe Sporche, holding all’estero, tomi di carte giudiziarie recuperate sull’Internet, gli onnipresenti libri di denuncia, gli editoriali pro/contro/equidistanti, gli onnipresenti documentari di denuncia, gli onnipresenti talk show di denuncia, ecc. Letture e materiali che inevitabilmente gravitavano intorno a lui, nient’altro che lui. È come se ci avessero divaricato gli occhi e, volenti o nolenti, ci avessero sottoposto 24/7/365 ad un mattone russo audiovisivo di falsi in bilancio, soppressione strisciante del dissenso, Vittorio Mangano, omologazione linguistica e Giuliano Ferrara.

Una volta individuato lo schifo che ci circondava, non siamo mai stati in grado di costruirci una versione alternativa dell’esistenza che stavamo conducendo senza scivolare nel nichilismo più puro. Qualunquismo, D’Alema-inciucio-Dalemoni, Santoro, Dandini, Sistema, Antisistema, Bicamerale, magistrati che entrano in politica, politica che entra nella magistratura, conflitto perenne, clima avvelenato, Nicole Minetti, l’albero genealogico di Mubarak e tante, troppe puttane sia maschili che femminili, ché poi tanto sono tutti uguali signora mia non cambierà mai nulla anche se quello lì se ne va. Mentre la televisione era un colorato luccichio primaverile di talk show e stronzate assortite, la quotidianità era un lunghissimo e melmoso inverno in bianco e nero1.

Non dirò che le dimissioni di ieri mi abbiano lasciato indifferente; ma non mi hanno nemmeno scaldato il cuore. Bill Emmott ha scritto su La Stampa che “guardare l’Italia negli ultimi anni è stato come guardare un incidente d’auto al rallentatore”. Bene, ieri è finalmente arrivato il momento dell’impatto, ed è stato solo un sospiro, non un’esplosione fragorosa. Nulla in grado di staccarci dalla flebo di cinismo e disillusione che ci alimenta ininterrottamente da un paio d’anni. Del resto, siamo quelli che sono in grado di recitare a memoria l’intercettazione tra Berlusconi e Dell’Utri del 1986 e che non sanno assolutamente un cazzo del Risorgimento. Siamo una generazione perduta, svuotata e debilitata dall’odio e dal disgusto, ormai esclusivamente capace di ragionare come un tifoso da stadio: dileggi, insulti, abbiamo vinto, oggi siamo più liberi, muori psiconano, unoazzero pe’ noi, caroselli, abbeppegrillo, tricolori per strada sventolati come quella notte d’estate nel 2006, mentre per strada trascinavamo le bare con le bandiere francesi in un puerile momento di effimero orgasmo nazionale collettivo. E poi le monetine, immancabili, perché ora il piacere di tirare dieci cents addosso al tiranno del momento tocca a noi.

La grande campagna di Ricollocamento è già partita, a tutti i livelli. Politico, mediatico, sociale. Gli antiberlusconiani più viscerali tra qualche mese saranno in piazza a protestare contro IL GOVERNO DELLA GOLDMAN SACHS E DEL GRUPPO BILDERBERG (o qualcosa del genere), i berlusconiani di ferro si stermineranno in una lotta intestina fratricida e i Grandi Giornalisti Progressisti si dimenticheranno in fretta del “regime” con cui ci hanno inondato per vent’anni, gettando nel cesso come un profilattico usato le milioni di inutili cartelle prodotte in materia.

Già. Alla fine gli unici che rimarranno con lui fino alla fine (e oltre) siamo noi. Quelli a cui l’infanzia/l’adolescenza è stata scippata sotto gli occhi – senza accorgersene minimamente. Sì, siamo condannati a portarcelo dietro tutta la vita.

Questo non è il momento di festeggiare. È il momento di esigere, ed ottenere, il risarcimento.

È il momento di riempire il vuoto.

(Illustrazione: Sospensorio)

  1. E il grigio? Be’, per quello c’è Internet, anche se in questi giorni la voglia di spegnere la rete e nuclearizzare Facebook è una tentazione pericolosamente attraente. []

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Drop the Hate / Commenti (8)

#1

Melissa P2
Rilasciato il 13.11.11

.
Chapeau.

#2

Destrosio Al Magnesio
Rilasciato il 14.11.11

“Tam tam sul web: grazie Repubblica” , esercizi di umiltà in corso a casa Scalfari.
http://www.repubblica.it/politica/2011/11/13/news/grazie_repubblica-24958203/

#3

la Volpe
Rilasciato il 14.11.11

Ma la domanda è: perché non l’hai pubblicato su Bile?

Bellissimo comunque. E scritto ottimamente. E dannatamente vero.

#4

Akiller Dee
Rilasciato il 14.11.11

Bellissimo.Direi che è il momento anche di esigere ed ottenere il Risorgimento.

#5

Fede
Rilasciato il 14.11.11

Chapeau (2).

#6

MarcoDN
Rilasciato il 16.11.11

Fantastico, magnifico articolo davvero. L’unica cosa su cui non sono d’accordo è la critica ai festeggiamenti da stadio: l’analisi che hai fatto prima è più che sufficiente per spiegare ampiamente, o quantomeno per giustificare tali comportamenti. Secondo me, sabato sera poteva anche essere il momento di festeggiare; adesso, proviamo a ottenere il risarcimento e riempire il vuoto (sperando di esserne ancora capaci). Complimenti ^^

#7

richiselva
Rilasciato il 18.11.11

“Gli antiberlusconiani più viscerali tra qualche mese saranno in piazza a protestare contro IL GOVERNO DELLA GOLDMAN SACHS E DEL GRUPPO BILDERBERG”.
Qualche mese?

Per il resto, bellissimo post.

Solo un dubbio/paura sulla considerazione finale. Retrodaterei il “questo è il momento per riempire il vuoto” alla comparsa del vuoto stesso. Ma è difficile capire quando ciò sia accaduto.

Risorgimento rulez.

#8

Blicero
Rilasciato il 19.11.11

> Qualche mese?

Eh, dovevo scrivere qualche giorno, altro che mese.

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