Roma Odia: I Fascisti Possono Sparare

Pubblicato da Luca Pisapia il 6.05.2014

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C’è una immagine, fissa sullo schermo per un tempo lungo, lunghissimo, inaudito. Un tableau, statico ed eterno. È la tribuna autorità dello Stadio Olimpico di Roma: dentro ci sono tutte le autorità governative – il presidente del Consiglio, il presidente del Senato, i presidenti di Coni e Lega Calcio – possibili e immaginabili. C’è anche chi non si può immaginare, nascosto nella penombra dei vetri fumé: il calcio è potere, luogo di incontro e di decisioni.

Queste autorità, quelle visibili, sono lì ferme, impassibili, imperturbabili, mentre intorno a loro è il caos. I loro occhi sono basiti, le espressioni facciali stupefatte: non ne hanno idea. Non sanno. Questo tableau insistito aliena, è una scena da teatro brechtiano. Dietro si spalanca un modo, una voragine: è il vuoto di potere istituzionale che dura dalla fine dell’impero. Il vuoto in cui il Partito della Polizia ha scalato molte, troppe posizioni. La telecamera insiste, mostra questo vuoto, lo sublima. Lo spettatore si rende conto che i suoi governanti sono burattini; ma sono abbandonati alla deriva, visto che il burattinaio non c’è.

È una facciata dell’infinito gioco di specchi prismatici che offre la scena.

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Poi c’è un altra facciata: quella che riflette la sua immagine seppur in maniera obliqua nella prima, o forse da essa è riflessa. Quella degli ultras, sfaccettata nelle sue mille involuzioni e contraddizioni. Certo, come sottolineano in molti non esiste più un mondo ultras monolitico. Progetto ultrà non c’è più, l’immenso Valerio Marchi è morto, qualcuno è pre o è post senza mai essere stato nulla.

Ciò non toglie che il tifoso, per alcuni, sia un mestiere anche nell’anno di grazia duemilaquattordici: spaccio, alleanze coi narco-camerati e merchandising per la piccola manovalanza; partecipazione al gioco (più grande di loro) di appalti per alberghi, sale bingo, supermercati per quelli più fedeli. Le punzicate servono solo ad aumentare l’oppressione e a favorire il piano di chi vuole un calcio televisivo: la strada della repressione è costellata di utili idioti. Onore e rispetto è il titolo di una fiction di Mediaset, non per nulla. Questa non è una sineddoche, e da un’inchiesta della magistratura locale non si deduce un mondo, ma una constatazione (anche non) amichevole, perché in quel mondo c’è di tutto.

Lo striscione della Curva Sud al derby con il sostegno a Patrizia Moretti e a tutte le madri umiliate dalla violenza e dall’arroganza poliziesca, e i fatti di Torre del Greco, con un manipolo di tifosi usati dalla nuova proprietà per i suoi interessi e contro la storia della squadra. Sono antipodi e contraddizioni che chi ha a cuore un certo mondo farebbe bene a sviscerare piuttosto che a negare a prescindere.

– Intervallo – 

C’è questo film, di Fassbinder, tutto fatto a tableau, insostenibili. Si racconta l’esistenza mesta di un gruppo di proletari urbani tedeschi, tra alienazione e violenza, arrivismo e decomposizione. La lunghezza spazio-temporale delle inquadrature impedisce ogni identificazione, il neo-realismo è morto, l’estraniazione è completa. Nel gruppo arriva lo straniero (è lui, Fassbinder) che subito carica su di sé i peccati del mondo e come tale è pestato a sangue.

– Fine Intervallo –

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Nel film di sabato sera lo straniero, il capro espiatorio, è ovviamente Gennaro De Tommaso, detto “Genny ‘a Carogna”. Tifoso di primo piano. Figlio di camorrista. Poco importa che Genny sia stato tra i primi a prestare soccorso a Ciro Esposito, il ragazzo ferito più gravemente, e che – dopo aver scontato un daspo ricevuto in passato – abbia tutto il diritto di tornare allo stadio a tifare la sua squadra. Poco importa. Anzi, non importa nulla.

Facile, scontato, sovrapporre la sua figura ieratica a cavalcioni delle staccionate a quella di Ivan Bogdanovic: la maglia nera, i muscoli scolpiti, i tatuaggi, il viso segnato dal racconto di una vita vissuta fuori dai rassicuranti canoni borghesi della sinistra faziana e faziosa. Ecco il mostro da dare in pasto all’opinione pubblica per rassicurarla, tranquillizzarla. Il cattivo ha fattezze lombrosiane precise, è lui.

Voi siete salvi, vi siete confessati sputando su di lui la vostra paura. Nella sua condanna preventiva avete espiato le vostre colpe. Nel prisma di specchi la figura di Genny rimbalza impazzita da una sponda all’altra come nel finale de La Signora di Shangai di Orson Welles, assume tutte le caricature e le deformazioni possibili e immaginabili. Da qualsiasi parti si sia sparato, il colpo è per lui.

– Intervallo –

Per la stampa mainstream, e anche per la maggior parte di siti e blog che si vorrebbero libertari, la colpa più grave di Genny sarebbe la maglia con su scritto Speziale Libero. Nella lunga ora in cui la Santa Inquisizione ha sconfitto la Rivoluzione e il frame piccoloborghese di legge e ordine si è sostituito a quello di giustizia sociale, ricordiamo che Antonio Speziale è un ragazzino minorenne accusato e condannato senza prove per l’omicidio dell’ispettore Raciti a Catania. Un processo sommario, con testimonianza inascoltate, video in cui mancano i fotogrammi decisivi, che sarà sottoposto a revisione ma che ha ottenuto gli effetti desiderati: la stampa e l’opinione pubblica hanno trovato il loro straniero che li assolvesse e il Partito della Polizia ne ha approfittato per l’ennesimo giro di vite nei confronti dei tifosi. E di ogni dissenso. Lo stadio laboratorio di repressione, ieri come oggi.

– Fine Intervallo –

Gioia! Festa! Ludibrio! Lo straniero sono addirittura due!

C’è un filo rosso che parte dagli anni di piombo e attraverso gli stadi arriva ai No Tav, scrivono solerti giornalisti il cui compito è sempre stato quello di dissimulare, occultare, distogliere da quella macchiolina scura sempre più piccola che sembra oramai scomparsa dalla scena, dall’estenuante tableau, talmente pare poco opportuno farci caso.

Eppure questa macchiolina, questi fascisti che attaccano, sono il fulcro dell’azione, il demiurgo che muove gli eventi. Daniele “Gastone” De Santis, collegamenti con l’eversione nera, custode di un chiosco in una delle mille tollerate occupazioni fasciste che infestano Roma nord, che quella sera si trova con una pistola di fianco – una calibro 7.65 con matricola abrasa. Poi gli esami sembrano dire che sia stato lui a sparare, ma non cambia di molto. Può essere che la pistola gliel’abbia messa vicino chi ha sparato, che lui non sia riuscito a scappare, che a lui sia stato detto di rimanere lì.

A quasi 72 ore di distanza dai fatti dell’Olimpico sappiamo ancora poco, molto poco, troppo poco. Resta quell’irata sensazione di peggioramento di cui è difficile parlare o anche fare domande. Figuriamoci dare risposte. Sappiamo però che “Gastone” sublima alla perfezione quell’insostenibile commistione tra tifo e neofascismo che dagli anni del riflusso ha cominciato a infestare anche le curve che si pensava avessero i migliori anticorpi.

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“Gastone” era fuori dal Rigamonti di Brescia nel 1994 in un’azione di ultras romanisti tesa ad aumentare l’egemonia in curva dell’appena disciolto Movimento Politico del neonazista Boccacci. Poi partecipa a un tentativo di estorsione a Sensi con personaggi come Marione e Castellino – la vecchia e la nuova eversione nera romana. Poi appare nel derby del bambino morto: l’eterno ritorno, i luogo da cui la vicenda ogni volta che si allontana sembra ritornare attratta da una calamita. Sappiamo anche che recentemente si era candidato con Alemanno per il Popolo della Vita, e che di quella organizzazione ora gestisce il chiosco al numero 57b di Tor di Quinto.

Sappiamo anche che quella sera ci sono disagi nei parcheggi, che molti tifosi del Napoli sono fatti defluire con le loro macchine in una zona, da sempre teatro di aggressioni neofasciste (legate o meno al calcio). Sappiamo che al numero 57b di Tor Quinto, l’occupazione fascista, luogo noto e sensibile lasciato scoperto da ogni controllo, c’è un agguato in piena regola: alcuni testimoni dicono colpi sparati dal nulla, altri a seguito di scontri. Sappiamo che a terra rimangono in tre, uno di questi ferito in modo grave, a seguito di un colpo di pistola esploso da non si sa chi, ma che parte da un luogo in cui eversione nera e tifo più o meno organizzato si incontrano e sovrappongono. La dissolvenza è detour.

Da qui partono supposizioni, pensieri, deliri. A ognuno il suo. C’è chi pragmaticamente tiene il tutto nell’ambito degli scontri tra ultras, stigmatizzando i fantasiosi voli pindarici. Ci sta che sia andata così: non è una riduzione delle complessità ma un’analisi seria, possibile, probabile. A me personalmente resta un dubbio. Nessuna convinzione ma un dubbio. Partendo da due fatti. Pistole che sparano allo stadio non ci sono mai state, nemmeno negli anni in cui si usavano nelle piazze. Fascisti che sparano invece in Italia ne abbiamo visti molti, troppi, salvo poi scoprire che non erano né pazzi né isolati ma al soldo della conservazione dello status quo o ancor peggio della restaurazione dell’ancien régime.

Non disegno complotti o trame oscure. Di sicuro però c’è che il livello della repressione nel paese si è alzato, e di molto, negli ultimi mesi. E a me spaventa, tremendamente, il tableau iniziale: la fotografia della tribuna autorità dello Stadio Olimpico con la politica immobile, imbelle, basita. Mentre il Partito della Polizia si insinua, si rafforza, occupa sempre più posti di potere e afferra i fili dei burattini inermi abbandonati e lasciati allo sbando dalla fine dell’impero.

– Intervallo –

C’è questo film, di Petri, dove il potere del Partito della Polizia comincia a giocare esplicitamente con i media e l’opinione pubblica per rimarcare la propria impunibile potenza. Il potere che anni dopo in un altro film, o forse sempre nello stesso film e nello stesso anno, trama nell’ombra di un sotterraneo ed è sempre e magistralmente interpretato da Gian Maria Volonté, che in questo film si denuda, si mette in gioco, si espone: esplicita che in assenza di alcun contropotere, il potere è tutto suo. Poi ci sono i media, c’è il capro espiatorio, la contestazione. Tutto è contorno del potere, poiché esso agisce indisturbato.

– Fine Intervallo –

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Quando il reato di devastazione e saccheggio è preventivo a ogni dissenso. Quando i militanti sono arrestati e condannati con accuse di terrorismo. Quando camminare per strada di notte e incontrare la polizia può farti restare cadavere sull’asfalto. Quando il Partito della Polizia urla, sbraita e vomita impunito. Quando c’è un vuoto enorme di potere – e il livello della repressione si alza a livelli insostenibili in seguito al colpo di pistola esploso da un fascista – c’è da fare attenzione.

Quando c’è tutto questo, mala tempora currunt.

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Drop the Hate / Commenti (5)

#1

Sal
Rilasciato il 06.05.14

io però una cosa davvero non l’ho capita: questo teneva in bella vista una maglietta nuova nuova con sta scritta.
Va ogni volta allo stadio con una maglietta nuova per Speziale?
La tiene nello zaino casomai gli capitasse di dover trattare con gli sbirri in diretta TV?
Tiene una stamperia portatile in tasca, insieme alle bombe carta, così piccola che alle persone normali trovano gli accendini e le bottigliette e a lui no?
Una stramaledetta e improbabilissima coincidenza?

#2

luca
Rilasciato il 07.05.14

Scusa Sal ma che c’entra?
Uno la maglietta nuova nuova può averla per la prima volta indossata quella sera.
Qual è il punto della tua domanda?

#3

luca
Rilasciato il 07.05.14

Scusa Sal ma che c’entra?
Uno la maglietta nuova nuova può averla per la prima volta indossata quella sera.
Qual è il punto della tua domanda?
Se ti dicessi che vedere gente con maglie pro speziale allo stadio nin è così raro ti sconvolgerei troppo?

#4

air
Rilasciato il 07.05.14

Un gran bel pezzo.Una visione piu’ ampia di quel che e’ successo lo scorso sabato a Roma.
Bravo Luca.

#5

Matteo, Sport People
Rilasciato il 08.05.14

Hai omesso un “non”: lo stub dimostra che NON è stato lui a sparare.
L’analisi a grandi linee la condivido, ma partendo da una formazione e un punto di vista ultras non riesco a dare o convincermi della centralità dell’analisi politico eversiva. Non dico che non sia vera o probabile, solo che non mi appartiene, che non ne sono a mio agio nelle ipotesi anche al netto di elementi confusi e di una realtà alla fin fine estranea al mondo del tifo. Perché la questione è qui, dal mio osservatorio allargato a tutto il mondo ultras e non circoscritto alla sola Roma, dove certi microcosmi convivono e connivono: ci sono piazze in cui la presenza della (chiamiamola) politica è ingombrante, un fardello da portare in silenzio, altre in cui è più una tradizione espletata al massimo in striscioni, in un certo stile o modo di porsi, a volte sopra le righe, a tratti becero o censurabile ma che quasi mai sfora nel criminale. Poi c’è una larghissima fetta di mondo del tifo che va inscritta in quel canovaccio, per alcuni cavalleresco, per altri incomprensibile, che è la cosiddetta “mentalità ultras” e che vuole come unica politica della curva quella di sostenere solo ed incondizionatamente i propri colori, rifiutando etichette e strumentalizzazioni della politica istituzionale o extra-parlamentare, lacci equivoci con le società o sotterfugi con la digos, ecc. Non è un caso (vado a mente, senza ricnontrollare dati, ma non dovrei sbagliare) che tra le tante intercettazioni che hanno portato agli arresti di Tarantino ed altri esponenti dell’ultra-destra, all’invito di cercar proseliti in Curva convenirono che ormai in Curva non avevano più consensi (parlavano di Napoli, ma sarebbe così anche in tanti altri posti).
Il vizio di forma della tua analisi, pur condivisibile te lo ripeto, è che prende spunto da curve sì grandi, sì importanti, ma che sono solo una parte e non il tutto. Dal mio punto di vista la questione, l’elaborazione delle dinamiche, il superamento (o il tentativo di superamento) del corto circuito vertono su altri punti. Il mondo ultras in toto, come fatto a Napoli ed anche altrove, doveva far blocco granitico, non cedere a compromessi o ambiguità che portavano a covarsi in seno certe serpi che nei momenti di conflittualità di strada/stadio venivano comodo, risultavano manodopera pesante, “soldati” che portavano trofei e gloria in battaglia. Il contrappasso era tutto ciò che poi questi soggetti costavano in tutta la normale vita di curva, con i loro strani giri, i loro ammanicamenti con altrettanto ambigue alte cariche, ecc. L’estrema chiosa che mi sento di fare, posto ancora una volta che il movimento deve trovare la forza e l’autorità per dire definitivamente basta a certe situazioni equivoche, è che risulta comunque una forzatura fare ampie analisi su soggetti che sono una minoranza nelle loro Curve (ripetizione su ripetizione, a scanso di fraintendimenti: che sì, hanno il difetto di tollerarli…), Curve che a loro volta sono una minoranza all’interno del vasto mondo ultras, per cui risulta poi spiacevoli ritrovare marchiato a fuoco e poi sottoposto a trattamenti da “bestiame sociale” il movimento nella sua interezza.

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