Qualcuno Ti Ama Ancora, Bokassa

Pubblicato da Blicero il 27.04.2010

Le persone si uniscono tramite le passioni. Sono le passioni a definire l’ambiente emotivo ed intellettuale in cui si muove ciascuno di noi, a volte inconsapevolmente. Io, ad esempio, ho scoperto qualche anno fa di avere un legame profondo con Licio Gelli e Junio Valerio Borghese, anche se loro non lo sanno: tutti e tre andiamo pazzi per i colpi di stato, militari e non, specialmente se fatti in qualche repubblica delle banane sudamericana o in qualche disastrato stato africano.

Questi ultimi in particolare, a causa anche della pressoché totale scomparsa dei vecchi colpi di mano latinos, hanno raccolto lo scettro della tradizione di dittatori quali Idi Amin e Bokassa, nonché l’unanime silenzio di tutto il resto del mondo, che solitamente si occupa dell’Africa per interrare rifiuti tossici, togliersi i sensi di colpa con la beneficenza e accaparrarsi le sue risorse naturali.

L’ultimo golpe in Guinea del dicembre 2008, ad esempio, è un putsch che renderebbe fiero il Deleuze di “Differenza e ripetizione”: “tutte le identità non sono che simulate, prodotte come un effetto ottico, attraverso un gioco più profondo che è quello della differenza e della ripetizione”.

Ed in effetti il copione è più o meno sempre lo stesso. Dopo decenni di potere incontrastato, il vecchio despota pazzoide (in questo caso Lansana Conte, al potere dal 1984 grazie ad un golpe) tira le cuoia, lasciando dietro di sé un’economia allo sbando, un’opposizione sfilacciata, una popolazione affamata e devastata dalle epidemie e un vuoto di potere da colmare al più presto. A questo punto subentra una parte “deviata” dell’esercito, che normalmente si maschera sotto il nome di Esercito di Liberazione o Consiglio Nazionale della Democrazia e dello Sviluppo, mentre il leader di questa fazione (Moussa Dadis Camara) si autonomina Presidente, dicendo ovviamente di essere “un patriota” che si sacrifica per il bene della nazione, per nulla “affamato” di un potere che poi, non appena l’ordine sarà ristabilito, transiterà democraticamente verso un premier eletto dai cittadini – e no, potrà sembrare strano, ma l’Italia non è in Africa.

Naturalmente, quel che resta dell’opposizione scende in piazza e/o si raduna nello stadio della capitale (Conakry), dove il 29 settembre 2009 la junta militare spara ad altezza uomo, provocando più di 90 morti, e stupra serialmente le donne in tutta la città. La comunità internazionale si allerta, si indigna e lancia moniti: “Ehy, c’è stata una violazione dei diritti umani! Vergogna! Ora utilizzeremo i nostri strumenti di pressione politica e la nostra forza di persuasione sui militari per costringerli a lasciare il potere e instaurare così un regime democratico occidentale!” Passati due giorni, mentre i giornali tornano a riempirsi di analisi sulla crisi economica e gatti che suonano il pianoforte su Youtube, la comunità internazionale è impegnata con altre guerre, veti incrociati e, soprattutto, a capire chi sia il segretario dell’Onu.

Dopo un anno abbondante in cui la situazione post-golpe è attraversa da faide interne e scandita dalla nomina di un premier sodale con la junta, la Corte Penale Internazionale annuncia urbi et orbi di aver raccolto abbastanza materiale per portare avanti un processo a Dadis Camara e alla sua cricca, processo che, se avrà luogo, si celebrerà quando ormai gli inquisiti saranno rimpiazzati da altri golpisti/dittatori e che dunque sarà molto utile – nei prossimi manuali di diritto internazionale.

Differenza. Ripetizione. Del resto, solamente chi ha questa malsana attenzione verso junte militari, colonnelli con occhiali da sole nelle conferenze stampa e varie perversioni sessuali, repressioni sanguinolente, ville sperdute nel deserto con quadri da milioni di dollari, scintillii di sciabole e violazione sistematica di diritti umani può accorgersi dell’esistenza di certi paesi e di certe storie.

E d’accordo, ammettiamolo, come passione è quella che è.

(Un relativamente vecchio pezzo per Giudizio Universale – non pubblicato)

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