#Kalashnikov2012

Pubblicato da Dott. Barbie il 22.05.2012

“Caro Dott. Barbie, è più moralmente riprovevole dare un Kalashnikov in mano a un bambino africano o specularci sopra con un video di slacktivism/buonismo umanitario che naufraga perniciosamente nell’hipsterismo equosolidale-militante con lampanti venature di evangelismo cristiano?”

È vagamente intelligente, Charles. Viene dal Congo o da una regione del Sudan (credo: che differenza fa, in fondo?), ed è il mio nuovo koala d’ebano undicenne. L’ho trafugato a Patrasso, in un campo profughi illegale allestito sopra binari ferroviari dismessi, riscattandolo dalla madre in cambio di tremila copie dattiloscritte della relazione di Guido Giannettini sulla Controrivoluzione tenutasi all’Istituto Pollio nel 1965.

“Vedi Charles, dipende da cosa intendi per moralmente riprovevole”, gli rispondo puntandogli addosso una Colt M1911 e obbligandolo ad estrarre le viscere dalla carcassa di un alce che ho cacciato qualche giorno fa. “Prendiamo il caso di ‘Kony 2012’, il video di cui parli. Centinaia di milioni di visualizzazioni, convegni dedicati a questo esperimento di social marketing – o come diamine si vuole chiamarlo – visibilità planetaria, accuse, plausi, critiche, sberleffi, soldi e fama. E qual è il risultato finale? Di certo non l’arresto di Joseph Kony, no. Il risultato è che si finisce a battere i pugni sull’asfalto di San Diego in una mattina assolata e anonima, completamente nudo, urlando e inveendo a casaccio contro Satana, il cazzo sventolante alla mercé di TMZ e dei peggiori gossippari americani e un ricovero psichiatrico ad attenderti dietro l’angolo”.

Faccio una pausa. Il piccolo si è perso. Lo schiaffeggio con forza ma con rispetto, quasi con affetto. Gli parlo anche dei cablogrammi pubblicati da WikiLeaks in cui si riporta che i freak evangelisti di “Kony 2012”, l’Ong Invisible Children, hanno spiato e lavorato segretamente per conto del governo ugandese – non esattamente un paladino dei Diritti Umani.

“Seguimi. Cosa possiamo dedurre inanellando questi fatti in una successione logica?”

Charles trema fissando la mia espressione facciale visibilmente sovraeccitata. La deliziosa zuppa di alce che sto diligentemente preparando, intanto, comincia a bollire. In realtà ho adorato l’operazione “Kony 2012”. Ad un certo punto, nell’isteria collettiva, sembrava quasi una campagna presidenziale. Su Twitter, infatti, si potevano leggere cose di questo genere: “I bambini meritano di meglio. #Kony2012”; “Fai la differenza. #Kony2012”; “Aumenta la consapevolezza. #Kony2012”; e così via.

Insomma, potrebbe anche funzionare una campagna del genere. Chi non vorrebbe al vertice di uno Stato africano dissestato un leader paramilitare sanguinario, mezzo animista e mezzo fondamentalista cristiano, presunto cannibale, stupratore, trucidatore impenitente, sfruttatore di pargoli nonché colpevole di aver violentato Convenzioni Penali e Trattati Per I Diritti Dell’Uomo e Statuti Di Sacri Tribunali Penali Internazionali? Probabilmente solo grigi politici occidentali liberal, insieme ai loro compagni di merende umanitarie di Nato e Dipartimento di Stato Usa. Gente che ha molto più sangue sulle mani di Joseph Kony, tra l’altro.

“La deduzione è molto lineare, piccolo”, dico in tono ieratico. “Dare un Kalashnikov in mano ad un bambino è cosa nobile, in zone dove l’Ak47 è l’unico feticcio sedizioso che si erge poderoso sopra le macerie di una civiltà sconquassata dalla voracità criminale dei Signori della Guerra”.

Il koala d’ebano sgrana gli occhi, colpito dalla veemente eloquenza della mia affermazione. O forse semplicemente dal fatto che non capisce la mia lingua, è bendato, legato, ricoperto di lividi bluastri e terrorizzato. Sorrido, sminuzzo accuratamente le cervella d’alce e gliele infilo in bocca. Poi tiro fuori da uno scaffale una copia sdrucita di “Kalashnikov, il fucile del popolo. Scenari di un’arma senza frontiere” (2005), in cui la storia di questo glorioso fucile russo è mirabilmente raccontata dal giornalista inglese Michael Hodges.

Il saggio-reportage inizia con una visita serale a Iẑevsk, città natale dell’Ak47. Nel 1941, con l’esercito nazista che aveva ormai sfondato il fronte della Russia occidentale, i sovietici spostarono la produzione di armamenti a Est. Iẑevsk divenne così una città popolata da più di 700mila operai, e le sue fabbriche si estesero per più di 13 chilometri quadrati. Durante la guerra, da quegli sterminati capannoni uscirono più armi di piccolo calibro che da tutte le fabbriche del Reich messe insieme. Ora, invece, la città ha un tasso di disoccupazione alle stelle e le fabbriche abbandonate sono diventate dei bordelli informali innaffiati dalla vodka. Hodges viene trascinato da un fixer azero in una di queste.

“Mi aspettavo di trovarci qualcosa di militare, un qualche dettaglio dell’arredamento che riportasse a quanto si svolgeva, o si era svolto, in quel luogo. Magari un bar con foto di soldati russi, o un Ak47 originale appeso alla parete e una stanza piena di ubriachi in asciugamano intenti a discutere di potenza di fuoco e precisione”. La scena, invece, è completamente diversa. Ci sono prostitute “in minigonna con scollature vertiginose” stravaccate sulle poltrone, un frigorifero con anta in vetro “ricolmo di champagne, birra, vodka e caviale” e la dissoluzione dell’estrema periferia post-sovietica.

Il giornalista è invitato da una ragazza bionda a salire nelle camere al piano superiore della fabbrica. Ma declina: “Sono venuto qui per documentarmi sull’Ak47”. Non è ammirevole Hodges, almeno nella finzione letteraria?  L’inglese è talmente ossessionato dal fucile che arriva a rifiutare una sontuosa scopata con una puttana russa. La mattina seguente l’autore del libro si reca nella dacia del pluridecorato (Ordine di Lenin, Premio Stalin, ecc.) Michail Timofeevič Kalašnikov, classe 1919, un uomo che la Russia considera un eroe e il resto del mondo un progettista di morte, distruzione e guerre civili. L’argomento di discussione è, inevitabilmente, uno solo. Kalašnikov chiama “Golem” il suo fucile – uno strumento che è totalmente uscito dall’orbita del suo creatore, acquisendo vita propria:

Non posso far crescere questo figlio: è già cresciuto. Non mi piace vedere bambini che sparano con i miei fucili in Africa o in qualunque altra parte del mondo: chi gli ha messo in mano le armi? Certo, ci sono le vittime. Qualsiasi guerra comporta l’uccisione di persone, ma uccidere civili è un uso illegale delle armi. Non importa chi le fabbrica. Si dovrebbero usare solo nei casi di emergenza o di minaccia nazionale.

Kalašnikov, giustamente, rivendica solo l’invenzione dell’Ak47 – un’arma di piccolo calibro nata per far fronte a precise contingenze storiche e soddisfare determinate necessità, su tutte dotare l’esercito sovietico di un fucile automatico ultra-resistente che surclassasse gli Stg44 (Sturmgewehr 1944) tedeschi e la tecnologia americana. Per il resto, l’ex comandante carrista non poteva certo immaginare che il suo fucile sarebbe stato usato per schiacciare altri comunisti (Ungheria ’56), massacrare gli americani1 nelle giungle del Vietnam, organizzare le rivoluzioni in Nicaragua, la resistenza in Palestina e la guerra asimmetrica in Afghanistan2, rafforzare i movimenti ribelli del Terzo Mondo e scatenare colpi di Stato e guerre intestine africane. Ed è proprio l’Africa, scrive Hodges, il continente che più di ogni altro incarna “il paradigma della società kalashnikov”:

Una terra dove il solo numero delle armi vanifica ogni speranza di assestamento e pacificazione sociale. [L’Africa] è diventata un punto di riferimento culturale nell’Occidente, un emblema di compassione convenientemente esibito da rock star milionarie con album da promuovere. Il kalashnikov in Africa è sia un assassino che un manager pubblicitario e il bambino soldato è il cuore stesso di questa campagna pubblicitaria.

Come noto, il video “Kony 2012” – che supera di gran lunga l’ipocrisia degli impresari del dolore alla Bob Geldof – si prefigge di mostrare tutte le sofferenze patite dai bambini soldato rapiti dal leader della Lord’s Resistence Army (LRA). Ma cosa si prova veramente a essere un bambino di nove anni lanciato in un campo di battaglia con in mano un Ak47? Emmanuel Jal, ex bambino soldato sudanese e ora rapper, racconta lucidamente a Hodges le sue esperienze di guerra civile:

Il fucile mi aveva fatto diventare un uomo. O mi aveva fatto sentire come un uomo. Sapevo che le persone avrebbero fatto quello che dicevo io perché avevo un Ak. Con un Ak47 puoi ottenere cibo, rispetto, tutto quello che vuoi. Anche se hai solo nove anni.

E ancora:

Era come un gioco con armi giocattolo, ma quando inizia la guerra puoi mettere giù il fucile e correre via oppure puoi premere il grilletto. Quando lo hai fatto una volta tornerai di nuovo in battaglia perché avrai fatto esperienza con le armi e ne sarai attratto. Anzi, vorrai essere lì in prima linea: ecco cosa può farti un Ak. Riesce a farti credere che nessuno possa toccarti. […] Una volta che hai sparato con un Ak47 diventi coraggioso. Se non stai attento è il fucile a trascinarti in prima linea.

Charles drizza le orecchie. Mi ascolta con gli occhi sgranati, cercando di dimenarsi e liberarsi dalla pesante corda che gli comprime i piedi. Io, intanto, continuo a mescolare la mia zuppa d’alce nel calderone, intingendo di tanto in tanto il mestolo con una qual certa leggiadria. “Vedi, delizioso fanciullo congolese, una volta che il kalashnikov assume i caratteri di un vero e proprio contratto sociale è totalmente impossibile da eliminare. È come un virus che infetta più volte chi lo contrae”. Nel maldestro tentativo di stroncare la LRA, ad esempio, il governo ugandese non ha fatto altro che fomentare ulteriormente il conflitto. Nel 1998 si stimava che in Uganda ci fossero due milioni di kalashnikov di varia provenienza. Nel 2003 il numero era raddoppiato. Ora è pressoché incalcolabile. Un bel risultato, no?

“Kony 2012” è stato un fenomeno mediatico internazionale. Ma il potere del kalashnikov – un potere anche culturale che per decenni ha infiammato l’immaginario pseudorivoluzionario di molti salotti radical (e non solo) occidentali – è infinitamente più forte di un video virale rilanciato da Rihanna, Lady Gaga e Justin Bieber. Per il giornalista inglese, infatti, quel fucile che ormai ha 65 anni

è il primo prodotto davvero globale che risponde a una propria logica di diffusione fluttuando liberamente fra culture e paesi che potrebbero reclamarlo come proprio, dalla Russia che lo ha progettato alla Cina che ne ha avviato una massiccia produzione in serie. […] L’Ak47 è un fenomeno totalmente internazionale. È al sopra di vecchie nozioni di appartenenza mentre galleggia su un’ondata di morte e denaro.

La stessa ondata di morte e denaro, per dire, su cui da mesi galleggiano gli apostoli di Invisible Children – quegli uomini puliti e comme il faut in camicia bianca e tshirt stirata, il taglio all american scrupolosamente cesellato dal barbiere di fiducia, la bibbia imbullonata sul comodino vicino al letto e un catalogo di irreversibili patologie mentali ad aizzare l’inutile e controproducente ossessione umanitaria.

Appoggio la Colt sul letto del mio covo a Nairobi, apro l’armadio ed estraggo il mio kalashnikov di fabbricazione nordcoreana. Lo abbraccio, ne accarezzo il legno levigato e lo cullo, rivolgendo un commosso pensiero al comandante Michail Timofeevič Kalašnikov, che immagino seduto sulla modesta poltrona della sua dacia a 6 km da Iẑevsk, intento a sorseggiare sobriamente la vodka che porta il suo nome. Charles mi chiama dalla cucina: pare che la zuppa sia finalmente pronta. Assaggio il primo boccone, poi il secondo. Al terzo sogghigno.

L’Ak47 sarebbe dovuto finire nel dimenticatoio della Storia già molti anni fa. Ma non lo ha fatto. Anzi: è ancora qui, più presente che mai, saldamente imbracciato dai guerriglieri di tutto il mondo. Jason Russell (regista di “Kony 2012”), invece, in questo momento corre in cerchio nella sua stanza d’ospedale come una gallina a cui hanno appena mozzato la testa, sbatte ripetutamente la testa contro le pareti imbottite e urla disperatamente, interrogandosi sui motivi di tanto odio rivolto alla sua organizzazione e sull’atroce tradimento perpetrato dal suo Dio.

Non troverà mai una risposta.

  1. Che quando potevano abbandonavano i loro M16 e raccoglievano i Kalashnikov dei Vietcong morti. []
  2. Negli anni ’80 proprio contro i sovietici. []

Condividi

Drop the Hate / Commenti (4)

#1

la Volpe
Rilasciato il 22.05.12

Splendido.

#2

P. G.
Rilasciato il 22.05.12

Se il koala d’ebano Charles è bendato non può sgranare gli occhi.

Non lo trovo poi tanto ammirevole Hodges che rifiuta una scopata con una puttana russa. Per qualcuno può non essere così allettante ed irrinunciabile una prostituta.

Tutto il resto è eccellente.

#3

mi
Rilasciato il 24.05.12

Quindi vorresti farmi credere che con i like su facebook non si salvano i bambini?

#4

sMart
Rilasciato il 25.06.12

Splendido.

Fomenta la discussione

Tag permesse: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>