L’Università Che Fissava Le Capre

La prima volta che sono sceso alla fermata “Nanterre Université” pensavo di essermi sbagliato. I tornelli che giravano a vuoto, la stazione semi-abbandonata, il nulla assoluto nei paraggi e la morsa del gelo parigino di inizio febbraio non mi lasciavano presagire nulla di buono – o quantomeno di esaltante, come inizio di un’esperienza all’estero.
Non mi sarei affatto meravigliato se qualche stagista sottopagato mi avesse gentilmente allontanato, dicendo che mi trovavo sul set di un film di denuncia sull’emarginazione sociale in Francia prodotto da Vincent Cassel, con Vincent Cassel nel ruolo di un malavitoso, Jean Reno nel ruolo di poliziotto (o killer, o entrambi) e Gérard Depardieu nel ruolo di un professore che cerca di sviluppare un approccio didattico differente ma che alla fine viene ingurgitato dal decadente e violento sistema scolastico della periferia di una grande capitale.
Ed invece ero proprio a Paris X, l’università costruita negli anni ’60 nel mezzo delle vecchie bidonville dei sobborghi parigini, “Nanterre la rouge”, l’università più a sinistra della sinistra, la stessa dalla quale partì il ’68 francese e che Jean-Luc Godard, all’apice del suo periodo maoista, immortalò in un cervellotico film minore del 1967, “La Chinoise”.
All’inizio ero piuttosto spaesato tra uffici, burocrazia, strutture, francesi e truppe di studenti cinesi che rendevano i corsi di lingua una sorta di guerra a bassa intensità tra la loro improbabile curva d’apprendimento e l’attempata insegnante che sicuramente 40 anni fa progettava attentati terroristici contro il Sistema Imperiale delle Multinazionali.
Poi, nel giro di qualche mese, mi sono abituato ai palazzoni degni di un paese post-sovietico, alla disposizione architettonica del campus a metà strada tra un gulag e un lager, al torrente di manifesti e volantini politici che i partiti d’estrema sinistra da 0,0001% (il Nouveau Partie Anticapitaliste su tutti) riversano ovunque, alle gru e agli operai che modellano incessantemente colate di cemento per oscuri e imprecisati lavori, ai motorini che circolano liberamente sulla rampa d’ingresso sopraelevata che porta alla stazione, alla mensa che assomiglia pericolosamente a quella di un refettorio d’ospedale calabrese infiltrato dall’ndrangheta, alle capre che pascolano di tanto in tanto sui prati del campus e a strani figuri incappucciati che sembrano usciti da qualche videogioco horror nipponico, vestiti con una specie di tonaca rossa, le gambe completamente coperte da una quantità imprecisata di Barbie attaccate con lo scotch – uno strano figuro che ho avuto la fortuna di vedere solo una volta e che probabilmente era lì per qualche iniziativa noglobal di cui mi è sfuggito completamente il senso.
A parte l’atmosfera cupa e vagamente deprimente, specialmente d’inverno, andare a Nanterre è entrato a far parte di una routine che non ha nulla a che vedere né con l’obbligo dello studio né con la smania/necessità di conoscere le persone provenienti da tutto il mondo che affollano ogni giorno, quegli anfiteatri, quelle aule e quel pratone centrale. No.
È piuttosto una specie di motu proprio, alimentato da una dolce inerzia interiore, quello che mi spinge ad uscire dal mio microscopico appartamento nel centro di Parigi che assomiglia ad un covo delle BR, prendere metro + treno per un totale di 35 minuti (nei casi migliori), imboccare il viale centrale, schivare gli equivalenti francesi di Lotta Comunista, arrivare 20 minuti dopo l’inizio della lezione e fare tutto il resto che (non) si fa all’università.
A patto di non uscire dal suo perimetro, Nanterre è un posto vagamente sgangherato, caotico come tutte le istituzioni pubbliche si rispettino ma tutto sommato vivace. Con un grande problema: ha un terribile ed inestricabile complesso nei confronti del suo passato, come tutte le facoltà di impronta prettamente umanistica e fortemente ideologicizzate.
La vitalità rivoluzionaria, l’attivismo politico, i dibattiti oceanici nelle aule occupate, gli scontri con la polizia1 e la spinta liberatoria dei movimenti degli anni ’60 sono tutte cose che si sono esaurite ormai da tempo immemore – ed ora sono solamente un pallido e sbiadito ricordo di una contingenza storica che non si ripeterà mai più, e che nemmeno i reduci si sforzano di far rivivere.
Dubito fortemente che, a parte gli studenti che sono costretti a scendere a patti con il luogo, qualcuno possa trovarvi qualcosa di interessante, se si eccettua il materiale per fare l’ennesima denuncia sulle banlieu. O, al massimo, per intervistare le capre sulla qualità dell’erba del campus.
- In realtà ci sono stati degli scontri nel 2007 (in occasione dell’ultima riforma universitaria), quando circa 200 studenti hanno bloccato l’accesso al dipartimento di diritto e sono stati portati via a forza, su autorizzazione del rettore, dalla gendarmerie – ma si è trattato più che altro di studenti contro altri studenti. [↩]
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Drop the Hate / Commenti (3)
#2
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#3
Pemulis
Devo correggerLa, gli stagisti nella stragrande maggioranza di casi non sono sottopagati: lavorano gratis. Nessuno sa perché.









#1
la Volpe
Interessante!