
(Foto: Flickr)
Articoli tratti da “Il Giornale” del 13/09/2010.
MILANO – “Mussolini era un uomo buono. Mussolini era solo una brava persona che ha fatto degli errori”. Una voce fuori campo si propaga per la Scala di Milano, accompagnato dalle leggiadre musiche di Ruccione e da un suggestivo gioco di luci e ombre. La voce è del senatore Marcello Dell’Utri, one man show (o meglio, unico uomo spettacolo) della serata, che procede a passo militaresco e cadenzato attraverso la platea per andare ad occupare il palco. Il suo ingresso è accompagnato da un convinto e caloroso applauso di tutto il teatro, questa sera al gran completo. Inizia così l’inedito spettacolo teatrale “I diari del cingolato”, lettura ragionata e artistica dei verofalsi diari del Duce, approdato nel tempio della cultura milanese che conta dopo gli oceanici successi di Predappio e dei circoli moderati di Casa Pound.
Accompagnato dalla solita scia di polemiche marxiste-Mao-Giap dei fanatici del Libretto Rosso, lo spettacolo è una sopraffina occasione per fare del costruttivo revisionismo storico in tempi in cui la sensibilità verso il fenomeno fascista sta cambiando – verso il meglio, cioè il peggio, naturalmente. Dell’Utri definisce subito la fenomenologia della sua rappresentazione: i comunisti hanno scritto la storia a loro uso e consumo; ora è arrivato il momento di riscriverla sotto una diversa ottica, un’ottica più iniqua e assolutamente ambigua. “Non è colpa di Mussolini se il fascismo diventò un orrendo regime. Ci sono testimonianze autografe del Duce in cui critica i suoi uomini che hanno falsato il fascismo, costruendosene uno a proprio modo, basato sul ricatto e sulla violenza”.
La lettura dei testi prosegue serrata, intervallata da suite musicali après-garde che reinterpretano in chiave moderna la splendida colonna sonora del regime. Emerge dalla sofferta interpretazione del senatore la figura di uno statista completamente diversa da quella propugnata dalla propaganda sovietico-partigiana. Nessuna dittatura, nessun gusto per la repressione, di totalitarismo neanche a parlarne. Si, la controversa (per i sinistrorsi) tesi di fondo è che Mussolini era antifascista, antinazista e pacifista. Tutto vero, nero su nero. Hitler era visto di cattivo occhio, Stalin era considerato un pazzo sanguinario. La guerra in Etiopia una follia, una specie di Vietnam del 1935 visto da un proto-hippie di Los Angeles del 1968 – che però indossa il fez, spara per aria e fa il passo dell’oca.
Mussolini non amava che una cosa: la Cultura. Dietro il senatore, infatti, scorrono le immagini proiettate sul megaschermo, allestito per l’occasione, delle vere passioni del Duce: Nietzsche, lo Sturm und Drang, la cultura classica, Hello Kitty e gli orribili accessori penzolanti che le quattordicenni lobotomizzate dalla televisione commerciale attaccano ai loro cellulari. Il tutto accompagnato dal suadente eloquio palermitano del noto patteggiatore per frode fiscale e false fatture nonché condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.
L’emozione di Dell’Utri contagia ripetutamente il pubblico, che si commuove in maniera osmotica, quasi orgasmica, per gli afflati pericolosamente anti-antifascisti che pervadono il sacro ambiente nell’arco dei quattro atti delle pièce. L’atto finale è il capolavoro che, siamo sicuri, consacrerà i “Diari del cingolato” come il più fulgido esempio di teatro epico del XXI secolo: Mussolini, l’autentico homo sacer del secolo breve, l’uomo che chiunque poteva uccidere senza essere accusato di omicidio e che non poteva, però, essere sacrificato per un rito. Un umano, troppo umano, che restava al di fuori tanto del diritto umano che di quello divino. Nuda vita fascista spogliata di tutto il resto.
Cala il sipario e la standing ovation è un imperativo categorico kantiano – anzi, mussoliniano. Il fluire delle parole si confonde nella marea negazionista in esondazione dal teatro, nessuna argine costituzional-antifascista a contenerne i prodigiosi effetti. Questa, che piaccia o meno alla gauche caviar, è CULTURA a caratteri maiuscoli con cui tutti, prima o poi, dovremo confrontarci.
E al più presto: nel caso contrario abbiamo uomini e mezzi per convincervi a cambiare opinione.
Una bomba all’idrogeno scagliata contro l’establishment culturale parastatale e situazionista? Un calcio nelle palle ai fannulloni della cultura italica? Un’opera di igiene per rimuovere i corpi infetti che ammorbano le Lettere del Belpaese? Una martellata inferta alle reni degli intellettuali organici veltronian-gramsciani? Forse nessuna di queste definizione è esatta, oppure lo sono tutte. Chiamatelo come volete, ma quello che è successo ieri alla Scala non ha paragoni nel panorama culturale degli ultimi 150 anni. “I diari del cingolato”, portati in scena meravigliosamente dalla rockstar intellettual-giudiziaria del momento (Marcello Dell’Utri), costringono tutto il dibattito politico-culturale a concentrarsi sulla bufala dei falsi diari del Duce. Abbiamo capito tutti, forse persino Gasparri, che quelli rifilati al senatore sono delle patacche senza alcun valore storico e men che meno economico.
E sapete cosa vi dico? Chi se ne frega.
L’importante è che i diari si percepiscano come veri, che si sentano come autentici, che vadano in prima o seconda serata e che si leggano i passi in cui il falso Duce dice che le vere leggi razziali sono state un’operazione voluta da settori deviati dell’Ovra in combutta con le SS e con, chessò, Lenin e Max Mosley. Con buona pace dei pacifinti antifascisti e dei guerrafondai travestiti da terzomondisti noglobal, c’è da dire che l’antifascismo, come l’antimafia, costa troppo per quello che produce: cioè niente, a parte l’obsoleta Costituzione del ‘46 e un tendenziale rispetto dei diritti umani che costituiscono, in realtà, una vessazione plutocratica per muovere guerre petrolifere, per non intervenire in Africa o per qualche altra diavoleria (post)modernista.
“In questa mia iniziativa non c’è alcun progetto revisionistico ma solo un interesse storico e per il profilo umano di Mussolini” ha dichiarato in un’occasione (no, non al matrimonio di Jimmy Fauci) il senatore, aggiungendo: “Non ho paura di diventare impopolare con queste rivelazioni, perseguo solo la ricerca della verità”. E la verità è una, irrevocabile e scocca nei cieli della nostra Patria: VINCERE E VINC— ehm, dicevo, la Verità è che “I diari del cingolato” è una gioiosa macchina da guerra culturale, un’opera teatrale potente, necessaria e imprescindibile in questi tempi cupi macchiati dal revisionismo rosso e dal revanscismo antitotalitario e democratico. Dai diari-patacca viene fuori non il profilo umano del Duce, ma quello superumano e superomistico: ed è questo quello che conta davvero. Al di là del male e del male. Un uomo romantico e sentimentale, crepuscolare, che ama annotare intime impressioni, emozioni, stati d’animo, vagheggiamenti e desideri. E come fa una studentessa delle medie a provocare la guerra più sanguinosa della storia umana? Non può.
Se i tedeschi nel confrontarsi con il nazismo hanno avuto studiosi come Joachim Fest e Klaus Theweleit, le italiche genti hanno Dell’Utri. E scusate se è poco.
A Noi.
(Pubblicato su ScaricaBile)
ma perchè max mosley? Il padre era una così brava persona!