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	<title>La Privata Repubblica &#187; Konvergent Kulture</title>
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	<description>Più a Destra della Sinistra</description>
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		<title>Après Le Deluge, L&#8217;Italie</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 09:54:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo l'esaurimento del petrolio, è cessato di colpo tutto ciò che dipendeva dal carburante, a cominciare dai viaggi e dall'Eni. Chiuse già da tempo le linee aeree, solo alcuni giovani rivoluzionari alla moda si recano ancora a suonare fra le rovine di Fiumicino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3677" title="Arbasino" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/08/apresitalie.jpg" alt="" width="448" height="384" /></p>
<p>&#8220;Dopo l&#8217;esaurimento del petrolio, è cessato di colpo tutto ciò che dipendeva dal carburante, a cominciare dai viaggi e dall&#8217;Eni. Chiuse già da tempo le linee aeree, solo alcuni giovani rivoluzionari alla moda si recano ancora a suonare fra le rovine di Fiumicino. I pochi viaggi all&#8217;estero sono già assegnati ai capi che possono disporre delle riserve occulte dei servizi di xeroxex in località segrete molto protette. (<em>Attenzione: una qualunque crisi petrolifera vera durante la lavorazione potrebbe vanificare la futuribilità dell&#8217;intero scenario.</em>)</p>
<p>Le stessa Fiat fallita, quando è stata donata ai dipendenti con un Chrysler Card personalizato per ciascuno, aveva accumulato oltre un milione di macchine nuove invendute, che non potevano uscire perché le scarse autostrade italiane superstiti erano ormai occupate dalle vecchie automobili ferme. L&#8217;Alfa Romeo, invece, funziona in misura assai ridotta, fabbricando carretti e carriole a mano su licenza cinese, modificata al Politecnico secondo la tradizione lombarda dell&#8217;economia curtense. Ma gli spostamenti sono assai rari: pochi treni a legna molto pericolosi perché spinti a marciare con le bombe. E solo qualche motocicletta nucleare giapponese per le gang giovanili più ricche.</p>
<p>Il Governo si nasconde per lo più al Tuscolo, secondo le indicazioni già prospettate da Giovenale e Orazio, a causa dell&#8217;inabitabilità della Capitale Statale invasa da genti selvagge mai viste che si ribellano con le bombe trovandola invivibile. E appare stabile, oltre che assente, poiché sarà sempre una coalizione forzata e fluida di tutti i gruppi e partiti e comitati e leghe e bande e sette e ambienti &#8220;sulla piazza&#8221; (non più esistente nella realtà); come del resto in quasi tutti i paesi europei superstiti, da quando si conviene in sede di bilancio che i nemici della maggioranza sono gli stessi nemici delle opposizioni; e istintivamente viceversa. Grandi occasioni televisive, le elezioni annuali sono maxi-eventi mega-musicali con presentatori e cantanti e comici e buffoni, concorsi di canzoni e mignotte, gare di alterchi e diverbi, varietà di quiz intestinali e sessuali, premiazioni di presidenti e direttori e segretari, trofei ai &#8220;non lavoratori&#8221;, &#8220;non impiegati&#8221;, &#8220;non sani&#8221;, &#8220;non pensanti&#8221;, &#8220;non ragionanti&#8221;, e distribuzione di cibi etnici alle diverse genti presenti sulla Terra.</p>
<p>La banderuola nazionale continuamente ridisegnata dai neo-modisti degli ex-partiti trasfusi riunisce le diverse tendenze nelle varie fasce della storia e del popolo: il verde e il rosso di volta in volta<em> à pois</em> come nelle cravatte &#8220;classiche&#8221; dei padri della patria, &#8220;gessati&#8221; come nei completi dei capigruppo di potere, &#8220;finestrati&#8221; come nelle inferriate a sbarre che dividono e proteggono la Burocrazia Totale; e il bianco, stracciato come nei candidi vessilli emblematicamente sventolati in tante e tante battaglie italiane&#8230;Ma i Simboli, a rotazione o per accumulo, segnaleranno di volta in volta un&#8217;italianità aperta a tutti i popoli, una religione disposta ad ogni panteismo, un europeismo mai solo eurocentrico&#8230;</p>
<p>Dopo che il Vaticano è stato distrutto da un pazzo isolato con un ordigno di criminosa potenza, al suo posto si deplora questo buco pieno di rifiuti e drogati e gatti, con qualche transenna del Comune di Roma, mentre il Pontefice si sposta fra Rocca di Papa e l&#8217;Albergo St. Hilton, da Lui acquistato per installarvi la propria emittente di quiz religiosi non-stop, con lo slogan &#8220;Parlatene bene, purché se ne parli!&#8221;. Se ne chiacchiera molto, infatti, anche perché oltre alla religiosità collettiva e alla pornografia solitaria non rimane quasi più nulla &#8211; in assenza di pubblicità e notizie, per la mancanza di avvenimenti e di prodotti &#8211; nelle oscure serate forzatamente in casa.</p>
<p>Poco potere contrattuale ha tuttavia il Vaticano, soprattutto a causa della fusione con la Montedison proprio alla vigilia del crac petrolifero che ha immediatamente cancellato tutta la chimica alimentare tratta dalle memorie del sottosuolo. E molti milioni di credenti sono d&#8217;altronde scomparsi nell&#8217;epidemia del fungo di San Nicola che colpì soprattutto gli ex-meridionali al Nord: una tragedia volentieri paragonata alla peste dei Promessi sposi, anche stavolta con sospetti polemici su untori e untrici.</p>
<p>(E un cospicuo successo anche per i molti instant-romanzi a basso costo sul lungo viaggio anche interiore di un giovane d&#8217;onore vernacolare che si mette in cammino con un personalissimo impasto neorealistico dal mitico villaggio omerico di San Gennaro a Monte, e impiega alcuni anni a piedi &#8211; sbizzarrendosi in mille peripezie anche ideologiche e idrologiche, attraverso un&#8217;Italia arcaica e contemporanea alla rovescia &#8211; per approdare nell&#8217;irrazionale e nel caotico di Domodossola; e ivi punire con una profonda ferita esistenziale uno scostumato pensionato che col suo amaro autobiografismo e un binocolo disonorava ogni giorno dal suo terrazzino settentrionale una onoratissima vergine del Sud, già &#8211; per una cruda necessità insieme fantastica e biologica, mistica e contadina, storica e carnale, per un terzo comica, per un terzo tragica, e per un terzo banalmente fatale &#8211; normalmente accarezzata dal babbo a tre anni, periodicamente vezzeggiata dai due nonni a quattro, e assiduamente coccolata fra i cinque e i sei dai sette zii paterni e materni, che ne avevano anche tratto i versi per una canzone da concorso edipico, e i numeri per una vincita al lotto. Però tanto tempo fa, e in un&#8217;altra città.)&#8221;</p>
<p><em>Alberto Arbasino, Fratelli d&#8217;Italia, pgg. 1298-1300</em>.</p>
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		<title>190 Giorni Di Merda, Spelta E Hin</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 19:42:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Vangelo regalatomi per la mia comunione giace seppellito nel reparto "torture porn fantascientifico" della mia libreria, tra i Piccoli Brividi e le raccolte di fiabe lapponi e irlandesi. Ma forse dovrei prenderli in mano più spesso, dato che nella Bibbia c'è il villain più affascinante degli ultimi 15.000 anni: Dio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3605" title="--" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/07/190giorni.jpg" alt="" width="448" height="344" /></p>
<p>Non sono un avido consumatore di testi sacri, in realtà non ne ho mai letto uno. Il Vangelo regalatomi per la mia comunione giace seppellito nel reparto &#8220;torture porn fantascientifico&#8221; della mia libreria, tra i Piccoli Brividi e le raccolte di fiabe lapponi e irlandesi. Ma forse dovrei prenderli in mano più spesso, dato che nella Bibbia c&#8217;è il villain più affascinante degli ultimi 15.000 anni: Dio.</p>
<p>Una mia amica mi segnala infatti questo meraviglioso <a href="http://www.bibleforyou.net/Ezekiel/Book/Chapter_4_it.html">Ezechiele 4</a> dimenticato, in cui il Supremo Dirimpettaio dimostra di essere un hater di prima categoria, nonchè un vero e proprio professionista dell&#8217;antisemitismo.</p>
<blockquote><p><strong>4:1</strong> Tu, figlio  dell&#8217;uomo, prendi una tavoletta d&#8217;argilla, mettila dinanzi a te,  disegnaci sopra una città, Gerusalemme,<br />
<strong>4:2</strong> e disponi intorno ad essa l&#8217;assedio:  rizza torri, costruisci terrapieni, schiera gli accampamenti e colloca  intorno gli arieti.<br />
<strong>4:3</strong> Poi prendi una teglia di ferro e  mettila come muro di ferro fra te e la città, e tieni fisso lo sguardo  su di essa, che sarà assediata, anzi tu la assedierai! Questo sarà un  segno per gli Israeliti.<br />
<strong>4:4</strong> Mettiti poi a giacere sul fianco  sinistro e sconta su di esso la iniquità d&#8217;Israele. Per il numero di  giorni in cui giacerai su di esso, espierai le sue iniquità:<br />
<strong>4:5</strong> io ho computato a te gli anni della sua  espiazione come un numero di giorni. Per centonovanta giorni tu  espierai le iniquità degli Israeliti.<br />
<strong>4:6</strong> Terminati questi, giacerai sul fianco  destro e sconterai l&#8217;iniquità di Giuda per quaranta giorni, computando  un giorno per ogni anno.<br />
<strong>4:7</strong> Terrai fisso lo sguardo contro il muro  di Gerusalemme, terrai il braccio disteso e profeterai contro di essa.  Ecco ti ho cinto di catene,<br />
<strong>4:8</strong> in modo che tu non potrai voltarti né  da una parte né dall&#8217;altra finché tu non abbia compiuto i giorni della  tua reclusione.<br />
<strong>4:9</strong> Prendi intanto grano, orzo, fave,  lenticchie, miglio e spelta, mettili in un recipiente e fattene del  pane: ne mangerai durante tutti i giorni che tu rimarrai disteso sul  fianco, cioè per centonovanta giorni.<br />
<strong>4:10</strong> Il cibo che ti prenderai sarà del peso  di venti sicli al giorno: lo consumerai nelle ventiquattr&#8217;ore.<br />
<strong>4:11</strong> Anche l&#8217;acqua che berrai sarà  razionata: un sesto di hin, nelle ventiquattro ore.<br />
<strong>4:12</strong> Mangerai questo cibo in forma di una  schiacciata d&#8217;orzo, che cuocerai sopra escrementi umani davanti ai loro  occhi.<br />
<strong>4:13</strong> In tal maniera, mi disse il Signore,  mangeranno gli Israeliti il loro pane impuro, in mezzo alle genti fra le  quali li disperderò.<br />
<strong>4:14</strong> Io esclamai: Ah, Signore Dio, mai mi  sono contaminato! Dall&#8217;infanzia fino ad ora mai ho mangiato carne di  bestia morta o sbranata, né mai è entrato nella mia bocca cibo impuro.<br />
<strong>4:15</strong> Egli mi rispose: Ebbene, invece di  escrementi umani ti concedo sterco di bue; lì sopra cuocerai il tuo  pane.<br />
<strong>4:16</strong> Poi soggiunse: Figlio dell&#8217;uomo, ecco  io tolgo a Gerusalemme la riserva del pane; mangeranno il pane a razione  e con angoscia e berranno l&#8217;acqua a misura in preda all&#8217;affanno;<br />
<strong>4:17</strong> così, mancando pane e acqua,  languiranno tutti insieme e si consumeranno nella loro iniquità.</p></blockquote>
<p>Chissà, forse i paesi arabi intorno ad Israele si sono ispirati proprio dal testo principale del nemico per il loro atteggiamento verso Israele, dal 1946 fino ad adesso. E lo stesso Israele ha ripreso qualche brillante idea presente nel passo per la gestione della Striscia di Gaza &#8211; probabilmente per ritorsione. Peccato che all&#8217;epoca non esistessero aiuti umanitari e barche che battevano bandiera turca, anche se un&#8217;interpretazione allargata dei capricci di Dio ha permesso di risolvere brillantemente la situazione.</p>
<p>E se è per questo, a ben vedere, illo tempore non esistevano nemmeno armi da fuoco, elicotteri, IDF, la violazione del diritto internazionale, Bernard-Henry Lévy e Sharon<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/minculpop/190-giorni-di-merda-spelta-e-hin/#footnote_0_3602" id="identifier_0_3602" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Anche se in effetti l&amp;#8217;ex premier non esiste nemmeno ora.">1</a></sup>.</p>
<p>Ma Fiamma Nirenstein già vergava editoriali di fuoco sull&#8217;edizione di Gerusalemme de Il Giornale.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_3602" class="footnote">Anche se in effetti l&#8217;ex premier non esiste nemmeno ora.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Questa Volta Il POPOPOPO Non Ci Salverà</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 23:33:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il primo mondiale che ricordo nitidamente è USA '94. Fortemente voluto da Kissinger, che oltre al napalm e ai colpi di stato amava molto il rettangolo di gioco, fu un mondiale decisamente camp, con delle maglie orribili, capigliature criminogene, Baggio, Bebeto-Romario e l'hijo de puta di un Luis Enrique oltremodo sanguinante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3536" title="urss '60" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/06/popopopo.jpg" alt="" width="448" height="359" /></p>
<p>Il primo mondiale che ricordo nitidamente è USA &#8217;94. Fortemente voluto da Kissinger, che oltre al napalm e ai colpi di stato amava molto il rettangolo di gioco, fu un mondiale decisamente camp, con delle maglie orribili, capigliature criminogene, Baggio, Bebeto-Romario e l&#8217;hijo de puta di un Luis Enrique oltremodo sanguinante. Dopo l&#8217;ultimo rigore sopra la traversa, in lacrime fanciullesche, giurai vendetta ai brasiliani, ripromettendomi di accoltellarne uno random qualora mi fosse capitata l&#8217;occasione. Molti anni dopo ho scoperto che è molto più semplice farli morire asfissiati e poi dire che si sono dati fuoco – premurandosi ovviamente di gettare il loro portatile in un lavandino pieno d&#8217;acqua.</p>
<p>Poi ci fu il tentativo nel &#8217;98, sempre dei brasiliani, di ammazzare il mondiale, sfortunatamente mandato a carte 48 dai francesi (e non perché non fosse giusto battere una squadra che è arrivata in finale senza mai farsi la doccia a fine partita; ma far vincere i francesi: <em>no</em>). Il 2002 fu l&#8217;equivalente occhi a mandorla/nazionalismo orientale di Calciopoli. Il 2006: POPOPOPOPO.</p>
<p>Ora, ho smesso di seguire assiduamente il calcio in concomitanza con l&#8217;esplosione degli scandali nostrani. Non si è trattato di un impeto manicheo-giustizialista; piuttosto, mi sono reso conto – al di là del fantacalcio, le tribune televisive, Crudeli, Pizzul e Radio Padania – di trovarlo noioso. Noioso, decadente e socialista. Questi ultimi mondiali in terra sudafricana ne sono la riprova più lampante. Squadre improponibili che fanno risultato, le big inguardabili, i campioni spompati, le vuvuzelas apocalittiche, gli spot della Nike che provano a farci dimenticare la natura schifosamente rapace ed imperialista delle multinazionali. Se continua così, c&#8217;è il rischio concreto che si torni a parlare di apartheid e che al posto delle partite si proietti in loop continuo Morgan Freeman.</p>
<p>Il calcio, in parole povere, sta rovinando la civiltà occidentale così come la conosciamo. Lo sta facendo surrettiziamente, travestito da ludus di massa, ferino, economico, sentimentale, l&#8217;evasione prediletta di milioni di consumatori, Spaccarotella e tifosi addormentati negli autogrill. E noi non possiamo farci nulla. Arranchiamo, soccombiamo.</p>
<p>La sociologia, specialmente quella neocon, ci ha insegnato che la società in cui viviamo si è lentamente trasformata in un potpourri buonista e politicamente corretto in cui non esiste più la responsabilità (basti pensare alla BP e al Golfo del Messico), in cui ogni bambino è un vincente e il tuo bambino, su tutti, è speciale. Lasciatemelo dire: i vostri figli non sono speciali, sono degli idioti. E se usano i piedi al posto delle mani, sono delle scimmie. E, in un futuro nemmeno troppo remoto, potrebbero persino diventare consiglieri regionali con 12mila voti di preferenza.</p>
<p>Nel basket le mani si usano per puntare al cielo. Nel baseball le mani impugnano la mazza o raccolgono palline. Pallanuoto, pallamano, picchiare la propria moglie prima del tuo adulterio, respingere aiuti umanitari in acque internazionali: tutte nobili attività che non si possono certo fare con i piedi. Tiger Woods usa il suo obice a 650 zeri per giocare a golf. Nel calcio, invece, si usano i piedi e la testa – solo i portieri usano le mani, per poi rilasciare dichiarazioni sulla bontà del fascismo e indossare maglie numero 88. C&#8217;è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto ciò. Il calcio è precisamente il sogno che i liberali hanno della tragedia: un gioco pietosamente egalitario che obbliga tutti i partecipanti a conformarsi ad una disabilità livellante. Ed è per questo che è lo sport preferito del PD.</p>
<p>Il calcio è inoltre contro i doni che Dio ci ha regalato (le mani, e Megan Fox) per distinguerci dalle altre specie animali e dai francesi – che infatti sono l&#8217;unico popolo sulla faccia della terra che cammina scalzo in discoteca, beve dalle scarpe e indossa chaussettes verdi su mocassini beige – e dai giornalisti iracheni, che invece di sganciare bombe al fosforo lanciano calzature.</p>
<p>L&#8217;obiettivo primario di uno sport dovrebbe essere quello di vincere, fare a pezzi l&#8217;avversario, radere al suolo la squadra avversaria. Non nel calcio, in cui sono previsti il pareggio e i rigori, che sono l&#8217;esatta trasposizione del marxismo-leninismo, post-strutturalismo e decostruzionismo su erba. Quando si vince a calcio, non è una vera vittoria: è piuttosto la sconfitta dell&#8217;avversario. Prendiamo la finale di Champions di qualche anno fa, Milan-Liverpool, vinta (persa dal Milan) ai rigori dalla squadra inglese dopo un rocambolesco ribaltone dal 0-3 al 3-3. Se Ayn Rand ci ha insegnato che l&#8217;individuo è arbitro supremo del suo mondo e fautore del suo destino, e Himmler che un&#8217;organizzazione burocratica efficiente può veramente far funzionare qualsiasi cosa, quella partita ha semplicemente smantellato secoli di illuminismo e decenni di filosofia oggettivista, ci ha sparso sopra il sale del fatalismo e ha pisciato la sua inafferrabile carica mortale nella bocca del cadavere agonizzante, fino all&#8217;ultimo rigore di Shevchenko, nato non a caso nell&#8217;URSS.</p>
<p>L&#8217;ultima questione, forse la fondamentale, è che il calcio è uno sport intrinsecamente femminile. E non perché i capelli imbrillantinati, lunghi e sciolti dei calciatori sono perfetti per una serata al quartiere Marais di Parigi o una nottata in via Gradoli a Roma, dato che questa sarebbe la spiegazione più scontata e qualunquista. E neppure perché uno sport che fa piangere un attaccante della Corea del Nord non può sicuramente ergersi a baluardo di virilità. No, la ragione è che una partita di calcio è l&#8217;esperienza che si avvicina più di tutte al parto. Novanta minuti di travaglio, risultato incerto, mille complicazioni ipotizzabili, l&#8217;angoscia che tuo figlio possa iscriversi a 25 anni in un&#8217;associazione pro-life o finire in Comunione e Liberazione.</p>
<p>Nel basket, ad esempio, le cose sono più chiare, nette, mascoline: vince la squadra più forte, quella con il miglior talento. La mossa predominante è saltare e schiaffare la palla nel canestro, annichilendo totalmente l&#8217;avversario in una tensione ascensionale. A calcio le partite si possono vincere anche solo cadendo in area e trasformando il rigore con il “cucchiaio” – strumento che, guarda caso, è utilizzato anche per raschiare i resti del feto dopo un aborto.</p>
<p>Non sto dicendo, ovviamente, che si tratta di un complotto dell&#8217;internazionale socialista post-cadutadelmurodiberlino, anche se molte prove puntano verso quella direzione, tra cui un libro di David Yallop e la prossima puntata di Mistero.</p>
<p>Ma è chiaro che, dopo l&#8217;uso politico della giustizia fatto dal Tribunale di Milano, l&#8217;uso politico del calcio potrebbe essere uno (<em>lo</em>?) strumento veramente efficace per rovesciare l&#8217;attuale regime neoliberista, distruggere l&#8217;essenza dello spirito occidentale e convincere i finiani ad emendare il ddl sulle intercettazioni.</p>
<p>E questa ossessione per il calcio non fa che evidenziare la nostra natura masochista, dato che si tratta dell&#8217;ennesima ferita auto-inflitta nel nostro corpo europeo straziato da anni di guerre, barbarie, campionati pilotati, legge Bosman e Vaticano.</p>
<p>POPOPOPOPO.</p>
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		<title>Notre Combat</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 23:26:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ero circa a metà di Rue Mazarin, il cielo color fumo-di-Londra sopra Parigi leggermente temperato da un sole languido, quando inspiegabilmente mi sono tornati alla mente i regali che ho ricevuto per il mio 18esimo compleanno. Oltre alla canonica bambola gonfiabile (che purtroppo non sono mai riuscito ad utilizzare, dato che un mio amico inavvertitamente forò la tetta sinistra al momento del gonfiaggio), i miei amici di allora celebrarono la mia acquisita imputabilità penale con un rosario immerso in una coppa di particole sconsacrate comprate in farmacia, vhs di un porno d'antan italiano anni '80, una sbronza colossale e, soprattutto, una copia del Mein Kampf di Hitler dalla copertina che lasciava molto all'immaginazione (un'enorme svastica su tondo bianco e sfondo rosso) – e questo senza che io sia mai stato un redattore de Il Giornale, Bernie Ecclestone o un nazista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3513" title="itleluv" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/06/notrecombat.jpg" alt="" width="448" height="373" /></p>
<p>Ero circa a metà di Rue Mazarin, il cielo color fumo-di-Londra sopra Parigi leggermente temperato da un sole languido, quando inspiegabilmente mi sono tornati alla mente i regali che ho ricevuto per il mio 18esimo compleanno. Oltre alla canonica bambola gonfiabile (che purtroppo non sono mai riuscito ad utilizzare, dato che un mio amico inavvertitamente forò la tetta sinistra al momento del gonfiaggio), i miei amici di allora celebrarono la mia acquisita imputabilità penale con un rosario immerso in una coppa di particole sconsacrate comprate in farmacia, vhs di un porno d&#8217;antan italiano anni &#8217;80, una sbronza colossale e, soprattutto, una copia del <em>Mein Kampf</em> di Hitler dalla copertina che lasciava molto all&#8217;immaginazione (un&#8217;enorme svastica su tondo bianco e sfondo rosso) – e questo senza che io sia mai stato un redattore de Il Giornale, Bernie Ecclestone o un nazista.</p>
<p>E proprio nel momento in cui mi trovavo a pensare a Hitler e al <em>Mein Kampf </em>- il tomo programmatico (non) scritto dal Führer, illeggibile, ridondante, ipertrofico, mattonesco e scandaloso &#8211; mi cascava l&#8217;occhio su un libro che si trovava sulla bancarella esterna di una piccola libreria d&#8217;arte. Incuriosito principalmente dalla sua copertina, mi mettevo a sfogliarlo e capitavo su una sorta di illustrazione raffigurante un Hitler caricaturale crocifisso su una svastica, su sfondo color sangue e macerie. Sarà il solito libro di illustrazioni satiriche a prezzi inaccessibili, pensavo d&#8217;emblée, ma mentre continuavo a sfogliarne le pagine ho capito di essere di fronte a qualcosa di nettamente diverso da quei libri pseudo underground che figurano d&#8217;ordinanza nelle librerie Ikea di tutti gli hipster che cercano pretenziosamente di darsi un tono per rimediare del pessimo sesso da z-movie tedesco.</p>
<p>&#8220;<a href="http://www.notrecombat.net/">Notre combat</a>&#8221; (&#8220;La nostra battaglia&#8221;) di Linda Ellia è infatti un&#8217;operazione artistica particolarmente interessante. La storia della genesi, in breve: la fotografa e pittrice parigina ritrova a casa sua, non si sa come, una copia tradotta in francese dell&#8217;elefantiaco pamphlet e non sa che farne. La presenza è ingombrante, ma di bruciarlo, sbarazzarsene o non leggerlo, <em>niet</em>, vorrebbe dire utilizzare gli stessi metodi dei nazisti. La Ellia decide dunque, con un gesto incosciente, fanciullesco e fortunato, di incominciare a disegnarci/scriverci sopra. Passate le 20 pagine decide di propagare questa sua intuizione liberatoria, incominciando a strappare pagine dal libro per poi darle ad altre persone, amici, artisti, bambini, sconosciuti, persone incontrate per strada &#8211; et voilà, ecco che lo sforzo collettivo si tramuta in pastiche, collage, intelligente provocazione politica e originale ri-scrittura/lettura di un&#8217;opera rispetto alla quale persino Mussolini si trovava a disagio, quando ovviamente non era impegnato a mandare gli oppositori in vacanza o ad ordinare al suo cavallo se andare a destra o sinistra.</p>
<p>Il metodo della Ellia, quello di creare sopra il testo, ritagliarne le pagine, rimodellarlo, occultarne le parole, esplicitarne non &#8220;convenzionalmente&#8221; il significato permette a &#8220;Notre Combat&#8221; di porsi come vivido e acuminato &#8220;veicolo di memoria&#8221; (come dice Simone Weil nella prefazione) e di affrontare in maniera artistica e frontale la portata di un testo che ha fatto precipitare il genere umano in un delirio strutturato d&#8217;odio, di risentimento e di violenza &#8211; effetti che ancora oggi si diramano nelle pieghe del deficit democratico e non, pronti a scoppiare di nuovo se non ristretti sotto stretta sorveglianza.</p>
<p>E così, tra mappe della metro con fermate quali “Mort”, “Guerre”, &#8220;Bestialitè”, “Torture”, “Deportation”, ritratti stilizzati di Anna Frank che sembrano insinuarsi sotto le aberrazioni hitleriane, scarabocchi imbrattanti di bambini, scheletri in divisa da SS che discutono “d&#8217;une radicale méthode” per “concentrar la meute juive” e citazioni di Goethe si delineano chiaramente alcuni dei ruoli fondamentali dell&#8217;arte. Quelli di aprire brecce, rischiare nel battere zone inedite, approdare all&#8217;inapprocciabile, riscrivere certi mondi, stravolgere codici prestabiliti, inventare nuovi territori.</p>
<p>Ed è grazie a &#8220;Notre combat&#8221; che finalmente potrò disseppellire dalla mia libreria quella copia infame del <em>Mein Kampf</em>, rigirarlo tra le mani, soppesarlo, sfogliarlo, guardarlo con altri occhi, dissezionarlo, pronto a portare avanti la nostra battaglia.</p>
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		<title>Scacco Maccanico</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 11:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Widescreen]]></category>
		<category><![CDATA[ad absurdum]]></category>
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		<category><![CDATA[noemi letizia]]></category>
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		<description><![CDATA[Un'apertura così non poteva essere più eloquente: delle giovani costrette in abiti succinti danzano al ritmo di un'orrida musica elettronica, vere e proprie vittime sacrificali di un sistema che spreme il meglio dall'animo di chi ha ancora l'ardire di stare in questo mondo e che poi ti getta via, nel lettone di un primo ministro russo autoritario, in un'orgia a base di eroina e politica o in un ministero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object style="width: 448px; height: 320px;" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="448" height="320" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=10828728&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1" /><embed style="width: 448px; height: 320px;" type="application/x-shockwave-flash" width="448" height="320" src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=10828728&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=1&amp;show_byline=1&amp;show_portrait=0&amp;color=&amp;fullscreen=1"></embed></object></p>
<p>Un&#8217;apertura così non poteva essere più eloquente: delle giovani costrette in abiti succinti danzano al ritmo di un&#8217;orrida musica elettronica, vere e proprie vittime sacrificali di un sistema che spreme il meglio dall&#8217;animo di chi ha ancora l&#8217;ardire di stare in questo mondo e poi ti getta via, nel lettone di un primo ministro russo autoritario, in un&#8217;orgia a base di eroina e politica o, alla peggio, in un ministero.</p>
<p>Lo &#8220;<a href="http://www.scaccomattomovie.com/"><em>Scaccomatto</em></a>&#8221; del Carlo Fumo ci dimostra ancora una volta, se  possibile, che il cinema italiano &#8211; alla faccia della critica a senso  unico <em>desinistra</em> che vorrebbe ridurre il grande schermo ad  un&#8217;Unica Grande Pellicola &#8220;Impegnata, &#8220;Orientata&#8221; e &#8220;Definitiva&#8221; &#8211;  possiede ancora una carica indipendente ed una genuinità che sembravano essere state risucchiate nei pozzi rossi del  nannimorettismo, ermannolmismo e pappicorsicatismo.</p>
<p>La Vita, nello &#8220;<em>Scaccomatto</em>&#8221; del Fumo, è  frenetica, frammentata, schizofrenicamente postmoderna (ma tesa alla ricerca di una  modernità &#8220;moderna&#8221; e moderata) e incanalata nel flusso delle transazioni  illegali che rendono liquidi e inafferrabili anche i rapporti umani. Catapultati in una Salerno meccanica e diegeticamente criptoindustrializzata, il maestro di Oliveto Citra ci regala 19 minuti  di adrenalina allo stato puro &#8211; preferibilmente dopo 3,5 grammi di cocaina  tagliata con le prime pagine del Giornale nel periodo Boffo.</p>
<p>Intrighi,  tradimenti, denaro, passione, mexican standoff con split-screen e  appartamenti fronte-Colosseo a tremila euro a metro quadro.  Sembrerebbero gli ultimi mesi di lotta clandestina all&#8217;interno del Pdl,  in realtà dobbiamo confrontarci con una ponderosa opera in cui si  intrecciano Elmore Leonard, Alessandro Sallusti, Umberto Lenzi, John  Saxon, Max Payne e Susanna Tamaro e che scardina i dogmi del  postmodernismo in salsa italiota &#8211; pur sapendoli piegare alle proprie  esigenze narrative. È originalissimo infatti  l&#8217;involontario-ma-volontario rifacimento della celeberrima partita a scacchi de &#8220;<em>Il settimo sigillo</em>&#8220;, in cui una Noemi Letizia  pre-Papi/big-bang chirurgico stravolge magistralmente e si appropria del  Bengt Ekerot &#8217;57 guidato dal paramaoista Bergman.</p>
<p>Il Fumo  dirige il suo cast esplosivo tramite un rapporto che potrebbe essere  assimilato a quello che aveva Herzog con Kinski &#8211; e i risultati sono  sotto gli occhi di tutti, basti pensare all&#8217;angosciante sfogo di un gangster di origini asiatiche al minuto 10:01, causato dal drammatico inceppamento della sua Beretta.</p>
<p>Insomma, basta Gomorreidi, Sorrentineidi e il cosidetto  cinema del mi-si-nota-di-più-se-vengo-o-se-sto-disparte? che non fa altro che diffamare, calunniare e puntare  distorti riflettori su chi delinque onestamente, senza pretese e soprattutto senza fattura.</p>
<p>Il  pubblico vuole pistole, puttane e Coca-Cola. E tutto il resto è  letteratura.</p>
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		<title>L&#8217;Università Che Fissava Le Capre</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 22:28:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minculpop]]></category>
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		<description><![CDATA[La prima volta che sono sceso alla fermata “Nanterre Université” pensavo di essermi sbagliato. I tornelli che giravano a vuoto, la stazione semi-abbandonata, il nulla assoluto nei paraggi e la morsa del gelo parigino di inizio febbraio non mi lasciavano presagire nulla di buono – o quantomeno di esaltante, come inizio di un'esperienza all'estero. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3458" title="--" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/05/universitafissava.jpg" alt="" width="448" height="380" /></p>
<p>La prima volta che sono sceso alla fermata “Nanterre Université” pensavo di essermi sbagliato. I tornelli che giravano a vuoto, la stazione semi-abbandonata, il nulla assoluto nei paraggi e la morsa del gelo parigino di inizio febbraio non mi lasciavano presagire nulla di buono – o quantomeno di esaltante, come inizio di un&#8217;esperienza all&#8217;estero.</p>
<p>Non mi sarei affatto meravigliato se qualche stagista sottopagato mi avesse gentilmente allontanato, dicendo che mi trovavo sul set di un film di denuncia sull&#8217;emarginazione sociale in Francia prodotto da Vincent Cassel, con Vincent Cassel nel ruolo di un malavitoso, Jean Reno nel ruolo di poliziotto (o killer, o entrambi) e Gérard Depardieu nel ruolo di un professore che cerca di sviluppare un approccio didattico differente ma che alla fine viene ingurgitato dal decadente e violento sistema scolastico della periferia di una grande capitale.</p>
<p>Ed invece ero proprio a Paris X, l&#8217;università costruita negli anni &#8217;60 nel mezzo delle vecchie bidonville dei sobborghi parigini, “<em>Nanterre la rouge</em>”, l&#8217;università più a sinistra della sinistra, la stessa dalla quale partì il &#8217;68 francese e che Jean-Luc Godard, all&#8217;apice del suo periodo maoista, immortalò in un cervellotico film minore del 1967, “<em>La Chinoise</em>”.</p>
<p>All&#8217;inizio ero piuttosto spaesato tra uffici, burocrazia, strutture, francesi e truppe di studenti cinesi che rendevano i corsi di lingua una sorta di guerra a bassa intensità tra la loro improbabile curva d&#8217;apprendimento e l&#8217;attempata insegnante che sicuramente 40 anni fa progettava attentati terroristici contro il Sistema Imperiale delle Multinazionali.</p>
<p>Poi, nel giro di qualche mese, mi sono abituato ai palazzoni degni di un paese post-sovietico, alla disposizione architettonica del campus a metà strada tra un gulag e un lager, al torrente di manifesti e volantini politici che i partiti d&#8217;estrema sinistra da 0,0001% (il <em>Nouveau Partie Anticapitaliste</em> su tutti) riversano ovunque, alle gru e agli operai che modellano incessantemente colate di cemento per oscuri e imprecisati lavori, ai motorini che circolano liberamente sulla rampa d&#8217;ingresso sopraelevata che porta alla stazione, alla mensa che assomiglia pericolosamente a quella di un refettorio d&#8217;ospedale calabrese infiltrato dall&#8217;ndrangheta, alle capre che pascolano di tanto in tanto sui prati del campus e a strani figuri incappucciati che sembrano usciti da qualche videogioco horror nipponico, vestiti con una specie di tonaca rossa, le gambe completamente coperte da una quantità imprecisata di Barbie attaccate con lo scotch – uno strano figuro che ho avuto la fortuna di vedere solo una volta e che probabilmente era lì per qualche iniziativa noglobal di cui mi è sfuggito completamente il senso.</p>
<p>A parte l&#8217;atmosfera cupa e vagamente deprimente, specialmente d&#8217;inverno, andare a Nanterre è entrato a far parte di una routine che non ha nulla a che vedere né con l&#8217;obbligo dello studio né con la smania/necessità di conoscere le persone provenienti da tutto il mondo che affollano ogni giorno, quegli anfiteatri, quelle aule e quel pratone centrale. No.</p>
<p>È piuttosto una specie di motu proprio, alimentato da una dolce inerzia interiore, quello che mi spinge ad uscire dal mio microscopico appartamento nel centro di Parigi che assomiglia ad un covo delle BR, prendere metro + treno per un totale di 35 minuti (nei casi migliori), imboccare il viale centrale, schivare gli equivalenti francesi di Lotta Comunista, arrivare 20 minuti dopo l&#8217;inizio della lezione e fare tutto il resto che (non) si fa all&#8217;università.</p>
<p>A patto di non uscire dal suo perimetro, Nanterre è un posto vagamente sgangherato, caotico come tutte le istituzioni pubbliche si rispettino ma tutto sommato vivace. Con un grande problema: ha un terribile ed inestricabile complesso nei confronti del suo passato, come tutte le facoltà di impronta prettamente umanistica e fortemente ideologicizzate.</p>
<p>La vitalità rivoluzionaria, l&#8217;attivismo politico, i dibattiti oceanici nelle aule occupate, gli scontri con la polizia<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/minculpop/luniversita-che-fissava-le-capre/#footnote_0_3430" id="identifier_0_3430" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="In realt&agrave; ci sono stati degli scontri nel 2007 (in occasione dell&amp;#8217;ultima riforma universitaria), quando circa 200 studenti hanno bloccato l&amp;#8217;accesso al dipartimento di diritto e sono stati portati via a forza, su autorizzazione del rettore, dalla gendarmerie &amp;#8211; ma si &egrave; trattato pi&ugrave; che altro di studenti contro altri studenti.">1</a></sup> e la spinta liberatoria dei movimenti degli anni &#8217;60 sono tutte cose che si sono esaurite ormai da tempo immemore – ed ora sono solamente un pallido e sbiadito ricordo di una contingenza storica che non si ripeterà mai più, e che nemmeno i reduci si sforzano di far rivivere.</p>
<p>Dubito fortemente che, a parte gli studenti che sono costretti a scendere a patti con il luogo, qualcuno possa trovarvi qualcosa di interessante, se si eccettua il materiale per fare l&#8217;ennesima denuncia sulle banlieu. O, al massimo, per intervistare le capre sulla qualità dell&#8217;erba del campus.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_3430" class="footnote">In realtà ci sono stati degli <a href="http://www.rue89.com/2007/11/13/nanterre-coups-de-matraque-sous-les-applaudissements">scontri</a> nel 2007 (in occasione dell&#8217;ultima riforma universitaria), quando circa 200 studenti hanno bloccato l&#8217;accesso al dipartimento di diritto e sono stati portati via a forza, su autorizzazione del rettore, dalla gendarmerie &#8211; ma si è trattato più che altro di studenti contro altri studenti.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>To Shoot An Elephant</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 15:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno degli esperimenti mentali più famosi nel mondo della meccanica quantistica è quello del paradosso del gatto di Schrödinger. Il fisico austriaco ipotizzava una situazione in cui un gatto viene rinchiuso in una scatola d'acciaio insieme ad un contatore Geiser in cui si trova una piccola porzione di sostanza radioattiva i cui atomi potrebbero, nel giro di un'ora, non disintegrarsi – lasciando dunque vivo il gatto – oppure disintegrarsi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3285" title="-" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/02/toshootanel.jpg" alt="" width="448" height="368" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Un grido s&#8217;avvicina</em>, <em>attraversando il cielo</em>. <em>È già successo prima</em>, <em>però niente di paragonabile ad adesso</em>.<br />
<em>Thomas Pynchon</em></p>
<p>Uno degli esperimenti mentali più famosi nel mondo della meccanica quantistica è quello del paradosso del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_gatto_di_Schr%C3%B6dinger">gatto di Schrödinger</a>. Il fisico austriaco ipotizzava una situazione in cui un gatto viene rinchiuso in una scatola d&#8217;acciaio insieme ad un contatore Geiger in cui si trova una piccola porzione di sostanza radioattiva i cui atomi potrebbero, nel giro di un&#8217;ora, non disintegrarsi – lasciando dunque vivo il gatto – oppure disintegrarsi. In questo ultimo caso, il rilascio farebbe scattare il meccanismo di un martelletto che andrebbe a colpire una fiala di cianuro, uccidendo il gatto. Ovviamente finché qualcuno non apre la scatola non si può sapere se il gatto sia vivo o morto: bisogna compiere un&#8217;osservazione per risolvere il dilemma.</p>
<p>Operando le debite distanze, quello che è successo a Gaza poco più di un anno fa può essere considerato a buon ragione un paradosso. Il <em>paradosso della Striscia</em>.</p>
<p>Prendiamo la popolazione occidentale sotto le feste del Natale. La gente comune è impegnata a svuotare i fondi del portafoglio, a ingozzarsi ai cenoni e a far finta di sembrare meno stronza – e una guerra asimmetrica è un fastidio difficile da digerire insieme al panettone. I boss dei grandi media, da parte loro, sono a Cancun, alle Seychelles o in qualche altro posto esotico a sorseggiare Long Island, con il Blackberry spento e qualche <em>attachè</em> a svolgere il loro lavoro.</p>
<p>Adesso prendiamo il governo israeliano. Tra qualche mese la presidenza americana cambierà e l&#8217;amico dal ghigno perenne e dalla faccia intontita, George W. Bush, colui che ha permesso loro di fare qualsiasi cosa, sparirà – e nessuno sa ancora cosa aspettarsi dal nuovo presidente. Aggiungiamoci pure l&#8217;ininterrotta schermaglia con Hamas al confine della Striscia, i lanci di razzi della resistenza palestinese e gli arsenali israeliani che straboccano di bombe, missili e munizioni. E poi mescoliamo il tutto con il vicino rinnovo elettorale della Knesset.</p>
<p>Ora, se Schrödinger ha usato un gatto per il suo esperimento, Israele ha utilizzato la popolazione palestinese per il suo, cioè evitare che tutto il mondo vedesse l&#8217;enorme distruzione che ha operato tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 in quell&#8217;affollata, disgraziata e contesa lingua di terra. Il governo israeliano, con una decisione degna dei folli generali birmani, ha interdetto l&#8217;accesso alla stampa durante tutto lo svolgersi dell&#8217;operazione “Piombo Fuso”. Nessun flash fotografico, nessuna penna e nessuna telecamera avrebbero potuto, nell&#8217;intenzione israeliana, gettare dall&#8217;esterno un fascio di luce sugli effetti dell&#8217;impressionante ed illegale devastazione così meticolosamente predisposta da Tel Aviv, soprattutto in un periodo giornalistico in cui l&#8217;operazione avrebbe avuto la massima risonanza.</p>
<p>Ma Olmert, Barak e soci non avevano calcolato, o non li avevano considerati pericolosi, quelli che erano dentro. Quelli che hanno visto, insieme ai morti, la fine della guerra.</p>
<h1 style="text-align: center;">Infinite discussioni sull&#8217;elefante</h1>
<p>Lo spagnolo Alberto Arce si trovava a Gaza insieme ai suoi compagni dell&#8217;<a href="http://palsolidarity.org/">Ism</a> (<em>International Solidarity Movement</em>) quando le grida degli F16 israeliani attraversavano violentemente il cielo, mescolandosi agli strazi delle prime vittime civili e dei relativi familiari. In quei ventuno giorni Arce da attivista si è trasformato in testimone munito di videocamera e, soprattutto, di Mohammad Rujailah, un giovane palestinese di 24 anni che ha fornito un fondamentale apporto linguistico e logistico.</p>
<p>“<a href="http://toshootanelephant.com/"><em>To shoot an elephant</em></a>”<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/to-shoot-an-elephant/#footnote_0_3284" id="identifier_0_3284" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Il titolo proviene da un saggio breve di Orwell, &amp;#8220;Shooting an elephant&amp;#8220;.">1</a></sup> (2009), documentario liberamente scaricabile da Internet (è in copyleft) o acquistabile in Dvd, è la prova audiovisiva di quello che è successo in quel drammatico e furibondo lasso di tempo nel “più grande campo di concentramento al mondo” &#8211; enfatica definizione palestinese della Striscia di Gaza che si sta avvicinando sempre di più alla realtà.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3286" title="--" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/02/toshootanel-2.jpg" alt="" width="448" height="368" /></p>
<p>Il film inizia con un panno che pulisce la telecamera, una telecamera che nelle quasi 2 ore di durata della pellicola sarà continuamente sporcata dal sangue delle membra straziate dei palestinesi, dalla polvere, dalle fiamme, dalle esalazioni del fosforo bianco e dalle volute di fumo sprigionate dalle bombe, dai missili e dall&#8217;artiglieria sugli edifici, sugli ospedali e sulle scuole dell&#8217;Onu. Arce ci immerge di peso nella strade martoriate di Gaza e prende la minima distanza di sicurezza tra di sé e quelli che il <a href="http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/specialsession/9/FactFindingMission.htm">rapporto Goldstone</a> della commissione d&#8217;inchiesta Onu su Gaza ha chiamato con il loro nome: crimini di guerra.</p>
<p>Non c&#8217;è nessuna colonna sonora in <em>TSAE</em>, ma solo un diegetico fluire di esplosioni, urla, spari e sirene delle ambulanze della Mezzaluna Rossa. E non c&#8217;è un attimo di respiro in queste riprese insonni, convulse e fastidiose per l&#8217;estrema crudezza visiva e psicologica. Negli unici momenti in cui gli Hellfire sparati dagli elicotteri non vanno ad impattare sulle costruzioni la sensazione di disagio rimane immutata, se non addirittura amplificata: le immagini si concentrano sulle conversazioni tra paramedici (“Allora, che ha detto tua moglie?” “Ha detto: &#8216;Lo so che ti farai ammazzare&#8217;”) e sui disperati lamenti della popolazione. “Per favore, diteci quanti omicidi volete, quante persone morte, per far smettere questi combattimenti. Diteci il numero!” grida forsennatamente un palestinese ad un&#8217;attivista dell&#8217;Ism, roteando le braccia verso l&#8217;alto. Ed il numero è inevitabilmente alto.</p>
<p>Per fermarsi Israele ha avuto bisogno di 1.417 morti<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/to-shoot-an-elephant/#footnote_1_3284" id="identifier_1_3284" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Secondo le stime del PCHR (Palestianian centre for Human Rights). Le stime dell&amp;#8217;IDF (Esercito israeliano) si attestano su 1.166 morti.">2</a></sup>, tra cui 313 bambini, in quella che è stata la più atroce ed evidente articolazione bellica di una politica di gestione del territorio “<em>palestianfrei” </em>(per riprendere una contestatissima <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/aug/18/west-bank-israel-settlers-palestinians">espressione</a> del filosofo sloveno Slavoj Zizek), cioè volta <em>de facto</em> alla rimozione della presenza palestinese da certe zone &#8211; un&#8217;eliminazione riparata da un ombrello giustificativo che si allontana sempre di più dal diritto all&#8217;autodifesa.</p>
<p>Una politica che si potrebbe definire di “decimazione” dell&#8217;avversario militare, in questo caso Hamas, e non: nello sganciare una bomba da 10mila metri d&#8217;altezza non si può non tenere conto della densità abitativa (1 milione e 400mila abitanti) e demografica di un pezzo di terra di appena 360 chilometri quadrati. Ne sei consapevole, ne accetti l&#8217;evenienza e quindi non fai altro che scaricare tutte le conseguenze delle tue azioni su coloro che devono rimanere lì sotto embargo, senza cibo, acqua, economia e speranza.</p>
<p>Questo ovviamente puoi farlo solo se sei sicuro della tua impunità. Un&#8217;impunità che ha fatto dire ad un ministro israeliano rimasto anonimo<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/to-shoot-an-elephant/#footnote_2_3284" id="identifier_2_3284" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ma che, in base al mandato di cattura spiccato da un giudice britannico questo gennaio e poi subito ritirato, potrebbe essere l&amp;#8217;ex ministro degli esteri Tipzi Livni.">3</a></sup> una cosa del genere: “Quando emergeranno le enormi distruzioni della Striscia di Gaza, non potrò più andare ad Amsterdam per turismo, ma solo per comparire davanti al Tribunale Internazionale dell’Aja”.</p>
<p>La stessa impunità che fa dire a Rujailah alla fine del film, di fronte alle fiamme che stanno divorando il più grande magazzino di aiuti internazionali della Striscia colpito dalle bombe: “Credo che d&#8217;ora in poi non darò la colpa ad Israele, darò la colpa alla comunità internazionale, perché sono state stabilite delle leggi e gli israeliani non fanno che infrangerle. E voi non fate niente”.</p>
<h1 style="text-align: center;">L&#8217;occhio della guerra</h1>
<p><a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/">Vittorio Arrigoni</a> (anche lui attivista dell&#8217;Ism, presente nel documentario) ha scritto in “<a href="http://www.ibs.it/code/9788872855843/arrigoni-vittorio/gaza-restiamo-umani.html"><em>Restiamo umani</em></a>”: “Gaza poggia su di una striscia di terra che non trema. Il terremoto qui si chiama Israele”. <em>TSAE</em> è la perfetta rappresentazione visiva di questa frase. La telecamera viene sballottata qua e là di continuo, alla ricerca di un posto dove ripararsi, tra le macerie, all&#8217;interno di un&#8217;ambulanza, sotto il fuoco dei cecchini. Non c&#8217;è nessuna manipolazione artistica nel film. C&#8217;è solo la squallida, ingiusta e lurida realtà.</p>
<p>Arce non è lì nelle vesti di regista, ma piuttosto in quelle di giornalista alla ricerca onnivora di un momento significativo da filmare, all&#8217;inseguimento urgente e irrequieto di un evento da imprimere sulla coscienza negata dall&#8217;oscuramento mediatico, di un qualcosa che nessuno poteva o voleva dire in quella contingenza.  E il giornalismo di Arce non è quello favolistico modello anni &#8217;30 propugnato dagli apostoli ipocriti dell&#8217;Obiettività, è un giornalismo di parte, “<em>embedded</em>” con le ambulanze e i paramedici – cioè con coloro che volontariamente rischiano la loro vita per salvarne altre, invece di toglierne.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3287" title="---" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/02/toshootanel-3.jpg" alt="" width="448" height="368" /></p>
<p>Vladimir Nabokov ne “<em>L&#8217;occhio</em>” scriveva di aver capito che “l’unica felicità a questo mondo sta nell’osservare, spiare, sorvegliare, esaminare se stessi e gli altri, nel non essere che un grande occhio fisso, un po’ vitreo, leggermente iniettato di sangue”.</p>
<p>“<em>To shoot an elephant</em>” invece ci fa capire che una delle poche soluzioni praticabili per questo <em>paradosso della Striscia</em> sta nell&#8217;osservare, sorvegliare, registrare ed esaminare tutto quello che non si vuole far vedere, nel non essere che un grande occhio mobile, un po&#8217; umido per le esalazioni ed il gas dei metalli fusi, decisamente iniettato del sangue degli altri.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_3284" class="footnote">Il titolo proviene da un saggio breve di Orwell, &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Shooting_an_Elephant">Shooting an elephant</a>&#8220;.</li><li id="footnote_1_3284" class="footnote">Secondo le <a href="http://www.pchrgaza.org/files/PressR/English/2008/36-2009.html">stime</a> del PCHR (Palestianian centre for Human Rights). Le <a href="http://74.125.153.132/search?q=cache:xRJugqynigkJ:www.jpost.com/servlet/Satellite%3Fcid%3D1237727552054%26pagename%3DJPArticle%252FShowFull+http://www.jpost.com/servlet/Satellite%3Fcid%3D1237727552054%26pagename%3DJPost%252FJPArticle%252FShowFull&amp;cd=1&amp;hl=en&amp;ct=clnk">stime</a> dell&#8217;IDF (Esercito israeliano) si attestano su 1.166 morti.</li><li id="footnote_2_3284" class="footnote">Ma che, in base al <a href="http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/14/tzipi-livni-israel-gaza-arrest">mandato di cattura</a> spiccato da un giudice britannico questo gennaio e poi subito ritirato, potrebbe essere l&#8217;ex ministro degli esteri Tipzi Livni.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Ascoltare Burzum A Bagnolo Mella</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 11:16:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minculpop]]></category>
		<category><![CDATA[ad absurdum]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa succederebbe se i Mayhem, invece di essere nati nelle deprimenti e desolate lande norvegesi, fossero nati nelle deprementi e desolate lande padane? Semplice: sarebbero i 58° divisione, farebbero TRUE PADAN BLACK METAL e cercherebbero di suonare il Va' pensiero come Hendrix ha suonato l'inno americano a Woodstock.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3277" title="Nazipadania By Tonus" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/02/ascoltareburzum.jpg" alt="" width="448" height="384" /></p>
<p>(<em>Immagine di <a href="http://marcotonus.blogspot.com">Tonus</a></em>)</p>
<p>Cosa succederebbe se i Mayhem, invece di essere nati nelle deprimenti e desolate lande norvegesi, fossero nati nelle deprementi e desolate lande padane? Semplice: sarebbero i <em>58° divisione</em>, farebbero TRUE PADAN BLACK METAL e cercherebbero di suonare il <em>Va&#8217; pensiero</em> come Hendrix ha suonato l&#8217;inno americano a Woodstock.</p>
<p>Scordatevi dunque gente che si taglia parti del corpo con una bottiglia rotto sul palco, omicidi, suicidi, atti di vandalismo contro simboli cristiani e tutto il corredo di satanismo, nichilismo e reazioni indignate della stampa mainstream. Immaginatevi piuttosto Tosi alla batteria, Gentilini a fare growl, Cota alla chitarra, Maroni alla drum machine, Borghezio a scrivere i testi e Calderoli a produrre il tutto in qualche nebbiosa valle contornata da fabbriche e rifiuti industriali del bermagasco o del vicentino. E poi pensate a omicidi, suicidi, fobie irrazionali, repressione sessuale e atti di vandalismo contro simboli musulmani con tutto il corredo di riti celtici, Gilberto Oneto e il Tg2.</p>
<p>Sulla <a href="http://www.myspace.com/58divisione">pagina Myspace</a><sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/minculpop/ascoltare-burzum-a-bagnolo-mella/#footnote_0_3265" id="identifier_0_3265" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="E poi dicono che Myspace non serve pi&ugrave; a nulla.">1</a></sup> dei <em>58° divisione</em> spicca la progressista dichiarazione d&#8217;intenti della band:</p>
<blockquote><p>Per l&#8217;indipendenza della Padania.<br />
Per la salvaguardia delle tradizioni celtiche.<br />
Per la pulizia etnica e l&#8217;eliminazione fisica degli extracomunitari che occupano i territori padani.<br />
Contro Roma Ladrona.<br />
Contro gli invasori islamici che rovinano la nostra patria.<br />
Contro i terroni che non lavorano e vivono sulle spalle delle regioni del Nord.</p>
<p>SECESSIONE!</p></blockquote>
<p>Così come anche alcuni titoli del demo &#8220;<a href="http://www.archive.org/details/58Divisione-LaCompagniaDellaMortedemo2009"><em>La Compagnia della Morte</em></a>&#8221; (2009) sono egualmente moderati e sollevano molti dubbi sulla natura recondita dei sostenitori della Lega Nord: &#8220;<em>Secessione</em>&#8220;, &#8220;<em>Uomini delle colonie padane</em>&#8220;, &#8220;<em>Pulizia etnica</em>&#8221; e, dulcis in fundo, &#8220;<em>Moschee in fiamme</em>&#8220;. Purtroppo non sono riuscito a capire i testi, a causa del pessimo growl e della scadente qualità audio &#8211; ma non mi è difficile credere che Haider, dal paradiso dei camerati che contavano, ne andrebbe orgoglioso.</p>
<p>Sono sicuro che ora la battaglia con la band PARTHENOPEAN BLACK METAL <a href="http://www.myspace.com/scuorn"><em>Scuorn&#8217;</em></a> per il predominio della scena italiana (secessione permettendo) si preannuncerà tanto eccitante quanto un respingimento o un&#8217;ordinanza comunale anti-immigrati firmata in un comune ad alta densità leghista.</p>
<p>Metallari padani, all&#8217;armi!</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_3265" class="footnote">E poi dicono che Myspace non serve più a nulla.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Kojima, Do It Yourself</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 11:23:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Widescreen]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
		<category><![CDATA[fan-movie]]></category>
		<category><![CDATA[hideo kojima]]></category>
		<category><![CDATA[indie]]></category>
		<category><![CDATA[metal gear solid]]></category>
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		<description><![CDATA[Se negli anni '70 fossi stato giovane, la mia formazione intellettuale probabilmente sarebbe stata plasmata dai filosofi francesi, dal cinema politico italiano, dal punk e dalla rivista Il Male. Ma sono nato, purtroppo e per fortuna, nella seconda metà degli anni '80 e pertanto devo molto ai videogiochi. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-3261" title="MSG: Philanthropy" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2010/02/nuovocinemaouter.jpg" alt="" width="448" height="343" /></p>
<p>Se negli anni &#8217;70 fossi stato giovane, la mia formazione intellettuale probabilmente sarebbe stata plasmata dai filosofi francesi, dal cinema politico italiano, dal punk e dalla rivista <em>Il Male</em>. Ma sono nato, purtroppo e per fortuna, nella seconda metà degli anni &#8217;80 e pertanto devo molto ai videogiochi.</p>
<p>Specialmente ad una serie: <em>Metal Gear Solid</em> di Hideo Kojima, che presenta una delle trame letterarie (sì, letterarie) più complesse, circonvolute e coinvolgenti di sempre. Dalla mente di Kojima irradiano complotti geopolitici, spionaggio, nanomacchine, armi di distruzione di massa, riflessioni sulla società dell&#8217;informazione, sulla genetica e molto altro ancora.</p>
<p>Ora, fare un film su queste cose è un&#8217;impresa ai limiti della follia. Farlo a costo zero è da trattamento sanitario obbligatorio. Farlo in Italia è un seppuku organizzato, alla Yukio Mishima. Farlo in Veneto è come darsi fuoco in piazza per richiamare l&#8217;attenzione della comunità internazionale sulla violazione dei diritti umani. Eppure i ragazzi dell&#8217;Hive Division (gruppo indipendente di “guerrilla filmmaking” fondato da Giacomo Talamini e composto da una cinquantina di persone in Veneto) sono riusciti a fare tutto questo. <a href="http://www.mgs-philanthropy.net/"><em>Metal Gear Solid: Philanthropy</em></a> è il primo fan-movie sull&#8217;universo sci-fi partorito dal genio nipponico ed è un&#8217;operazione estremamente ambiziosa, seppur circoscritta all&#8217;ambito (semi) amatoriale.</p>
<p>Nato nel 2002 dopo innumerevoli sessioni di gioco alla Playstation, il progetto in un primo momento si arena per difficoltà tecnico-logistiche, salvo poi essere ripreso da un team allargato grazie ad Internet, più competente, risoluto e internazionale (doppiatori, traduttori e un compositore che ha fornito una pregevole colonna sonora). La trama si svolge tra il primo ed il secondo capitolo di MGS e si sviluppa in 64 minuti di azione, sparatorie e computer grafica di buona fattura, considerando il risicatissimo budget. Il protagonista Solid Snake (Talamini, che è anche regista e sceneggiatore), è inviato a Daskasan, zona di confine tra Armenia e Azerbaijan, per recuperare un senatore americano – il cui interprete potrebbe tranquillamente essere scambiato per il salumiere di fiducia di un paese del trevigiano – sequestrato a causa dei suoi intrallazzi.</p>
<p>La sceneggiatura è decisamente verbosa, almeno nei primi 25 minuti, e lascia molte cose in sospeso: ma essendo solo il primo mediometraggio di un&#8217;ipotetica trilogia è abbastanza giustificabile. Per come è strutturato il film, tuttavia, la sensazione di trovarsi di fronte ad un prodotto fatto da-nerd-per-nerd è innegabilmente forte, e questo potrebbe comportare un&#8217;ulteriore ghettizzazione del bacino d&#8217;utenza. E qui arriviamo al punto: <em>Philanthropy</em> è un progetto interessante più per la sua realizzazione che per il risultato effettivo. Riuscire a imprimere un&#8217;ora su pellicola con lo stesso budget con cui Martinelli riprende Bossi travestito da nobile milanese medievale è infatti una speranza non solo per la pressoché inesistente scena sci-fi italiana ed il circuito indipendente, ma per tutto il cinema nostrano.</p>
<p>Del resto, girare per 24 ore 50 scene in un ex zuccherificio prossimo alla demolizione denota una passione genuina e viscerale per il mezzo – una passione che il cinema italiano sembra aver smarrito in chissà quale piega degli ultimi decenni.</p>
<p>(<em>Pubblicato su <a href="http://www.nocturno.it/news/kojima-do-it-yourself">Nocturno</a></em>)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Senso Delle Svedesi Per Il Cellulare</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 08:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Widescreen]]></category>
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		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[svezia]]></category>
		<category><![CDATA[wtf]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando in Italia un film pornografico verrà interamente finanziato dallo Stato - cioè dal FUS, quella sorta di Freddy Krueger pubblico che molesta i sogni di Brunetta e Bondi sin dall'infanzia - probabilmente la Terra si oscurerà, saette impazzite guizzeranno dal cielo, la lava erutterà dai vulcani sommergendo l'abusivismo edilizio meridionale, la cupola di San Pietro si spaccherà a metà e Andreotti riuscirà ad ottenere i codici segreti per sbloccare l'immortalità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2991" title="Nan" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/11/sensosvedesicell.jpg" alt="Nan" width="448" height="359" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Anche usando la fica si può essere un&#8217;artista.<br />
Moana Pozzi</em></p>
<p>Quando in Italia un film pornografico verrà  interamente finanziato dallo Stato &#8211; cioè dal FUS, quella sorta di Freddy Krueger pubblico che molesta i sogni di Brunetta e Bondi sin dall&#8217;infanzia &#8211; probabilmente la Terra si oscurerà, saette impazzite guizzeranno dal cielo, la lava erutterà dai vulcani sommergendo l&#8217;abusivismo edilizio meridionale, la cupola di San Pietro si spaccherà a metà e Andreotti riuscirà ad ottenere i codici segreti per sbloccare l&#8217;immortalità.</p>
<p>Tuttavia una cosa del genere è successa in Svezia quest&#8217;anno, senza alcun corollario apocalittico, provocando solo qualche reazione sdegnata. Lo <em>Svenska Filminstitutet</em> ha infatti erogato 500 mila corone (69 mila dollari) per la produzione di “<em><a href="http://www.dirtydiaries.se/"><em>Dirty Diaries</em></a>”,</em> porno femminista diretto (si fa per dire) dalla regista Mia Engberg<em>. </em>L&#8217;idea nasce qualche anno fa da un cortometraggio realizzato su un  cellulare, “Come Together”, in cui delle donne si riprendono mentre si masturbano. Messo su Internet, il filmino ha scatenato una serie di reazioni negative, tutte incentrate sul furto del quarto d&#8217;ora di vita di chi l&#8217;ha visto fino in fondo e, soprattutto, sulla bruttezza delle protagoniste. Da queste critiche la Engberg ha tratto l&#8217;ispirazione per la sua “opera”:</p>
<blockquote><p>Ho trovato interessanti queste osservazioni. Hanno dimostrato che stiamo ancora vivendo con l’antica credenza che una donna e la sua sessualità dovrebbe far piacere allo spettatore più di qualsiasi altra cosa. In tutta la storia dell’arte, l’immagine della donna è stata creata dagli uomini. Lo sguardo è stato sempre quello di un uomo e la sessualità femminile è stata limitata a poche identità indicate dal sistema patriarcale (e dall’ego maschile artistico): puttana, moglie, madre, musa. Ora, nel 2009, è giunto il momento per un cambiamento.</p></blockquote>
<p>Già. “<em>Dirty Diaries</em>” consiste di 12 corti, girati con cellulari dotati di fotocamera a -2.8 megapixel, che in cento interminabili minuti ridefiniscono completamente i concetti di “noia” e “agonia”. Ci sono scene di sesso “estremo” oltremodo avvilenti, donne semi-nude che fanno a wrestling con il montaggio, una specie di cartone animato disegnato da qualcuno a cui è stata appena mozzata la mano buona, uomini con parrucche e autoreggenti che si masturbano spasmodicamente intervallati dal primo piano delle rughe di una vecchia, immagini sfocate e tremolanti di frutta e saliva colanti da vari orifizi, penetrazioni al gusto psicofarmaco, fellatio amatoriali-ma-con-taglio-falso-artistico-pretenzioso, scene lesbo à la “Ok, Ho Visto <a href="http://www.imdb.com/title/tt0150662/"><em>Fucking Åmål</em></a> 32 Volte E Non Riesco A Non Pensarci Mentre Riprendo” e pure del sesso telefonico, spezzone che nella pellicola raggiunge agevolmente l&#8217;Everest della tristezza. Nulla di particolarmente forte o disgustoso, intendiamoci. Ma naturalmente la visione è sconsigliata a chiunque non abbia il gas acceso da quattro ore, un accendino in mano e un pericoloso ripensamento sulla decisione di farla finita – a quel punto potrebbe trovare lo stimolo definitivo per passare a miglior vita.</p>
<p>Se mai servisse la riprova che il femminismo è l&#8217;ennesimo complotto della CIA e di ambienti medio-progressisti-fondamentalisti per convincerci dell&#8217;inferiorità delle donne che si ritengono superiori agli uomini, eccola servita su un piatto d&#8217;argento. La motivazione della Engberg ricicla vecchie teorie anti-porno del femminismo radicale<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/il-senso-delle-svedesi-per-il-cellulare/#footnote_0_2973" id="identifier_0_2973" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Le stesse che poi si erano trasformate in istanza di censura, saldandosi inevitabilmente con le tendenze repressive della destra cristiana pi&ugrave; oltranzista.">1</a></sup> fine anni &#8217;70: il porno visto come frutto avvelenato della rivoluzione sessuale, strumento maschilista <em>par excellence</em> di sottomissione psicologico/esistenziale/sociale/economica, fantasia maschile della donna-oggetto, etc. Ma non si limita a riciclarle: le peggiora sensibilmente.</p>
<p>Si tratta di mostrare la sessualità attraverso il punto di vista femminile – afferma la Engberg – essa non è fatta per piacere a un pubblico maschile e non è fatta per fare soldi”. Il dubbio, anzi la certezza, è che “<em>Dirty Diaries</em>” non sia fatto per piacere al pubblico tout court. Per quanto i propositi di girare un porno “innovativo”, “anticonvenzionale” o “alternativo” possano essere in astratto meritevoli, l&#8217;intenzione autoriale si infrange clamorosamente a 230km/h sul guardrail della più totale inettitudine artistica, un po&#8217; come fanno le abbondanti eiaculazioni di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_North_%28pornographer%29">Peter North</a> sui volti delle pornostar.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2992" title="Goldin" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/11/sensosvedesicell-2.jpg" alt="Goldin" width="448" height="359" /></p>
<p>È vero, esistono generi pornografici (un esempio su tutti: il <em>Bizarro-Sleaze</em>) decisamente vili, fatti non tanto per uomini che vogliono eccitarsi e/o masturbarsi, quanto piuttosto per uomini (anche per donne?) che hanno dei problemi con le donne e vogliono vederle umiliate<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/il-senso-delle-svedesi-per-il-cellulare/#footnote_1_2973" id="identifier_1_2973" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Certo, basterebbero tre minuti scarsi di televisione per capire che il vero supplemento osceno/pornografico della sessualit&agrave; non &egrave; tanto nei Bizarro-Sleaze quanto altrove, ma questo &egrave; un altro discorso.">2</a></sup>. L&#8217;intento esplicito di questi film non è la catarsi, ma l&#8217;aggiudicazione di una nicchia di mercato. Sono film volgari, nel senso etimologico di “popolare su scala di massa”, e proprio per questo senza alcuna particolare pretesa di sorta: basta che soddisfino perversioni irrealizzabili e quindi vendano.</p>
<p>Il contrario semantico di volgare è pretenzioso, snob. E il tentativo della Engberg e delle altre “autrici” di questa serie di corti pornografici<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/il-senso-delle-svedesi-per-il-cellulare/#footnote_2_2973" id="identifier_2_2973" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Ce ne sono un paio di &ldquo;erotici&rdquo;, anche se sono talmente grotteschi e mal riusciti da non dover nemmeno essere presi in considerazione.">3</a></sup> è smisuratamente snob, dato che cerca miseramente di soggettivizzare il porno – ed è ridicolmente irrilevante il punto di vista femminile, o meglio femminista. “Il porno – diceva Carmelo Bene &#8211; non è più il soggetto in quanto oggetto squalificato, ma è starsi da oggetto a oggetto, non da soggetto a soggetto”. Niente io desiderante, solo “eccesso di desiderio”:</p>
<blockquote><p>Quando tu fai qualcosa al di là della voglia, la voglia della voglia, questo è il porno. È una svogliatezza. Il porno è il 	manque, è quanto non è, è quanto ha superato se stesso, è quanto non ha voglia.</p></blockquote>
<p>La cosa più interessante di “<em>Dirty Diaries</em>” non è, come si è visto, il suo pressoché inesistente contenuto (va bene, lo ammetto: durante la visione ho saltato secondi su secondi dato che il cappio intorno al collo cominciava a stringersi sempre di più), ma è la concessione del finanziamento pubblico.</p>
<p>La decisione ha due diverse implicazioni, ed entrambe vanno sicuramente oltre la capacità di comprensione di un fondamentalista clericale nostrano che vede tutte queste cose come segni imminenti dell&#8217;arrivo di Satana sulla terra – o di un premier donna cintura nera di karate. Una delle funzioni di uno Stato moderno, contrariamente a quanto pensa l&#8217;alieno che si è impossessato dell&#8217;Area di Broca del cervello di Brunetta, è quello di garantire fondi per lo sviluppo della cultura. La decisione dello <em>Svenska Filminstitutet </em>conferma piuttosto esplicitamente la direzione schizoide presa dal porno in questi ultimi due decenni. Nella psicodinamica del porno c&#8217;è sempre stata una certa dose di vergogna, di intimo disprezzo e percezione di peccato. Ma ora il porno non è più nell&#8217;ombra, è qui fuori, nei nostri browser, alla luce del sole. La sua nuova rispettabilità crea un paradosso, dato che, come scriveva David Foster Wallace in “<a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/livres/considera-laragosta/"><em>Considera l&#8217;aragosta</em></a>”</p>
<blockquote><p>più il porno diventa accettabile nella cultura moderna, più dovrà spingersi in là per poter preservare quel senso di inaccettabilità che è tanto essenziale al suo fascino.</p></blockquote>
<p>E cosa c&#8217;è di più inaccettabile di un film pornografico finanziato dallo Stato? Ma attenzione, non un porno qualsiasi. Solo un porno femminista<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/il-senso-delle-svedesi-per-il-cellulare/#footnote_3_2973" id="identifier_3_2973" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Di questo passo non escludo che tra qualche anno potranno esserci porno con sceneggiature complesse che affrontino temi sociali, filosofici, ontologici, patafisici e cos&igrave; via.">4</a></sup> può assumere una rilevanza <em>lato sensu</em> culturale.</p>
<p>Ed eccoci di fronte alla seconda implicazione del caso. Atteso che “<em>Forza Chiara da Perugia</em>” ha un valore artistico nettamente superiore (oltre ad essere tecnicamente più elaborato) al pastrocchio della Engberg, difficilmente l&#8217;industria pornografica tradizionale vedrà mai scorrere soldi pubblici nelle sue casse: al massimo se li vedrà prelevare dallo Stato attraverso un&#8217;imposizione fiscale schifosamente moralista.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2993" title="Fin" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/11/sensosvedesicell-3.jpg" alt="Fin" width="448" height="295" /></p>
<p>Ad ogni modo, la Svezia è sicuramente uno degli Stati socialmente più avanzati, attenta ad ogni istanza multiculturale – e questa attenzione a volte può portare a promuovere produzioni culturali che sono decisamente nocive per il gruppo minoritario che le propone. L&#8217;impressione è che dandogli rilevanza pubblica i funzionari abbiano voluto inconsciamente punire il lavoro della Engberg, che altro non è che un filmino semi-amatoriale che ricalca in maniera sgangherata e maldestra tutti i peggiori cliché del porno maschilista che vorrebbe sconfiggere, e lo fa sotto un&#8217;odiosa patina di impegno artistico che stona come Sofia Coppola ne “<em>Il Padrino parte terza</em>&#8220;.</p>
<p>Lo sgarbo più imperdonabile del film è un altro, però. Se da noi esistono le studentesse fuoricorso dell&#8217;Accademia di Brera che si fanno gli autoscatti in clinica di disintossicazione credendosi <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nan_Goldin">Nan Goldin</a><sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/il-senso-delle-svedesi-per-il-cellulare/#footnote_4_2973" id="identifier_4_2973" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="A proposito: tutte le foto nel post sono di Nan Goldin.">5</a></sup>, “<em>Dirty Diaries</em>” ci ha fatto scoprire che anche in Svezia esistono ragazze mediamente brutte che si vestono come marinai ubriachi di Malmö dopo una settimana di mare mosso e che sono convinte di fare arte inquadrando per diversi minuti il culo di un cameriere usando un cellulare di terza mano.</p>
<p>La pornografia è una cosa troppo seria per essere lasciata alle femministe.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_2973" class="footnote">Le stesse che poi si erano trasformate in istanza di censura, saldandosi inevitabilmente con le tendenze repressive della destra cristiana più oltranzista.</li><li id="footnote_1_2973" class="footnote">Certo, basterebbero tre minuti scarsi di televisione per capire che il vero supplemento osceno/pornografico della sessualità non è tanto nei <em>Bizarro-Sleaze</em> quanto altrove, ma questo è un altro discorso.</li><li id="footnote_2_2973" class="footnote">Ce ne sono un paio di “erotici”, anche se sono talmente grotteschi e mal riusciti da non dover nemmeno essere presi in considerazione.</li><li id="footnote_3_2973" class="footnote">Di questo passo non escludo che tra qualche anno potranno esserci porno con sceneggiature complesse che affrontino temi sociali, filosofici, ontologici, patafisici e così via.</li><li id="footnote_4_2973" class="footnote">A proposito: tutte le foto nel post sono di Nan Goldin.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>La Zona</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 10:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un grosso suv nero si muove placidamente tra le strade di un elegante quartiere residenziale. Ci sono le villette a due piani dai colori tenui e gradevoli, i giardini curati e innaffiati, la scolaresca che attraversa la strada e la famiglia felice che si prepara per un viaggio, probabilmente nella seconda o terza casa in qualche isola tropicale con 40° all'ombra - per tutto l'anno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2947" title="Banksy" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/11/lazona.jpg" alt="Banksy" width="448" height="389" /></p>
<p>Un grosso suv nero si muove placidamente tra le strade di un elegante quartiere residenziale. Ci sono le villette a due piani dai colori tenui e gradevoli, i giardini curati e innaffiati, la scolaresca che attraversa la strada e la famiglia felice che si prepara per un viaggio, probabilmente nella seconda o terza casa in qualche isola tropicale con 40° all&#8217;ombra &#8211; per tutto l&#8217;anno. Tutto perfetto. Tutto recintato da mura, filo spinato e telecamere di sorveglianza.</p>
<p>Fuori dalla Zona. Una sterminata distesa di case abusive è ammassata disordinatamente nella spianata della Città, un agglomerato che si mangia con la sua fatiscenza grigio-smog i bordi della montagna sovrastante. Qui niente suv, niente prati curati, nessuna famiglia felice: al massimo pick-up neri che pompano a tutto volume le <em>narcorridos </em>che esaltano le gesta dei <em>capos</em>, cartelli di trafficanti formati da poliziotti, corruzione soffocante e strade lastricate di cadaveri. La vita vale poco o niente, da queste parti.</p>
<p>Opera prima di Rodrigo Plà, &#8220;<a href="http://www.imdb.com/title/tt1039652/">La Zona</a>&#8221; parte da questa dicotomia sempre più insostenibile per cercare di dissezionare il corpo sociale di un Messico (sebbene nel film non ci siano riferimenti geografici espliciti) pericolosamente prossimo alla guerra civile.</p>
<h1>Another wall in the wall</h1>
<p>Nel 1967 il sociologo urbano Robert Park ha scritto che la città è</p>
<blockquote><p>il tentativo più riuscito dell&#8217;uomo di rifare il mondo in cui vive, seguendo il desiderio del suo cuore. Ma se la città è il mondo che l&#8217;uomo ha creato, è anche il mondo nel quale è condannato a vivere di conseguenza. Pertanto, indirettamente, e senza un chiaro senso della natura del suo compito, nel costruire la città l&#8217;uomo ha ricostruito sé stesso.</p></blockquote>
<p><em>La Zona</em>, nel film, è il mondo dotato di statuto giuridico autonomo<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/la-zona/#footnote_0_2930" id="identifier_0_2930" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Una vera e propria enclave con leggi proprie e polizia privata: come, del resto, nei quartieri popolari pi&ugrave; disastrati.">1</a></sup> in cui un gruppo di facoltosi abitanti ha deciso di rinchiudersi per sfuggire alle loro paure e per proteggersi dalle insidie provenienti dal mondo &#8220;esterno&#8221;, sporco, caotico e criminale.</p>
<p>Tuttavia, il confine tra quello che c&#8217;è &#8220;dentro&#8221; e quello che c&#8217;è &#8220;fuori&#8221; è estremamente poroso, pronto a sgretolarsi non appena tre giovanissimi malviventi di strada, grazie ad una circostanza fortuita, fanno breccia nel muro. La rapina va a finire male: due ladri finiscono uccisi, mentre il terzo riesce a scappare. Inizia così una rabbiosa caccia all&#8217;uomo, mentre sullo sfondo si intrecciano i tentativi della polizia di far luce sulla vicenda, quelli degli abitanti della <em>Zona </em>per depistare le indagini e farsi giustizia da soli, la storia personale dell&#8217;adolescente privilegiato Alejandro (figlio di uno dei capi della <em>Zona</em>) ed il suo rapporto ad alto rischio con Miguel (il ladro ricercato) &#8211; in definitiva, la trama si risolve nella disperata pretesa di dare un senso alla lotta quotidiana per un&#8217;esistenza che si svolge su piani tra loro sempre più divergenti.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2945" title="La Zona" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/11/lazona-2.jpg" alt="La Zona" width="448" height="389" /></p>
<p>Non è un caso, infatti, che il film sia ambientato in Messico, un paese che è in grado di combinare miliardari come Carlos Slim, l&#8217;uomo più ricco del mondo il cui patrimonio è stimato intorno al Pil di un paio di stati africani (60 miliardi di dollari), con fasce di popolazione che a malapena mangiano e che per sfuggire dall&#8217;orrore dei <em>barrios </em>metropolitani si riducono a sniffare colla, dato che non hanno  i soldi nemmeno per la droga.</p>
<p>La pellicola di Plà prescinde, in un certo senso, dal suo paese natale: più che la denuncia di un <em>unicum </em>sudamericano, si tratta di una potente riflessione che coinvolge l&#8217;intero occidente &#8211; o quello che questo può diventare se non si riesce a cauterizzare la sempre più devastante frattura sociale. Una frattura sociale che coinvolge direttamente l&#8217;ambito spaziale delle città in cui viviamo, del mondo che abbiamo scelto, o che hanno scelto per noi, quello in cui ci siamo ritrovati ad abitare.</p>
<p>Frammenti fortificati, comunità recintate e spazi pubblici privatizzati passati al setaccio 24/7 da telecamere silenziose &amp; implacabili. Negli ultimi 30 anni la città si è progressivamente atomizzata in piccole entità separate: da una parte quartieri benestanti provvisti di tutti i tipi di servizi, tra cui scuole esclusive, campi da golf e polizia privata: dall&#8217;altra accampamenti illegali di lamiera, polvere e microcriminalità dove l&#8217;acqua è un lusso, l&#8217;igiene un miraggio e dove le strade si trasformano in paludi ogni volta che piove. Ogni segmento urbano vive e funziona in maniera autonoma e sconnessa, in una sfera di fittizia intoccabilità che non può essere contaminata dal contatto con l&#8217;altro, pena l&#8217;abbattimento di tutte quelle barriere socioeconomiche che, in fondo, ci proteggono da quello che siamo &#8211; e noi siamo ciò che facciamo finta di essere, diceva Kurt Vonnegut, per questo dovremmo porre più attenzione in ciò che facciamo finta di essere.</p>
<p>Un grosso suv nero si muove placidamente tra le strade di un elegante quartiere residenziale<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/la-zona/#footnote_1_2930" id="identifier_1_2930" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Chiarissimo il riferimento alla scena iniziale/finale di Velluto Blu di David Lynch.">2</a></sup>. Ci sono le villette a due piani dai colori tenui e gradevoli, i giardini curati e innaffiati, la scolaresca che attraversa la strada e la famiglia felice che si prepara per un viaggio, probabilmente nella seconda o terza casa in qualche isola tropicale con 40° all&#8217;ombra &#8211; per tutto l&#8217;anno.</p>
<p>Tutto così uguale all&#8217;inizio del film. Tutto così diverso, ora.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_2930" class="footnote">Una vera e propria enclave con leggi proprie e polizia privata: come, del resto, nei quartieri popolari più disastrati.</li><li id="footnote_1_2930" class="footnote">Chiarissimo il riferimento alla scena iniziale/finale di <em>Velluto Blu</em> di David Lynch.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Dubya.</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 12:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'11 settembre di quest'anno La7 ha trasmesso la penultima fatica di Oliver Stone, "W.", biopic sulla vita ed i disastri di George W. Bush, uno dei peggiori, se non il peggiore, Presidente USA della storia. Diciamolo subito: il film è brutto - e non so se lo sia volontariamente, per adeguare il livello della pellicola al soggetto-oggetto Bush.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2802" title="W." src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/09/dubya.jpg" alt="W." width="448" height="400" /></p>
<blockquote><p>I sondaggi indicano che Nixon otterrà una larga maggioranza del Voto Giovane. E che potrebbe vincere in tutti i 50 stati&#8230;Questo sarà l&#8217;anno in cui finalmente ci confronteremo con noi stessi, faccia a faccia; ora rilassati e dillo &#8211; siamo solamente una nazione di 220 milioni di venditori di macchine usate con tutti i soldi necessari per comprare armi, e senza scrupoli nell&#8217;uccidere chiunque nel mondo cerchi di disturbarci. [...] Cristo! Finirà mai? Quanto in basso devi arrivare in questo paese per diventare Presidente? (Hunter S. Thompson)</p></blockquote>
<p>L&#8217;11 settembre di quest&#8217;anno La7 ha trasmesso la penultima fatica di Oliver Stone, &#8220;<a href="http://www.imdb.com/title/tt1175491/">W.</a>&#8220;, biopic sui disastri di George W. Bush, uno dei peggiori, se non il peggiore, Presidente USA della storia. Diciamolo subito: il film è brutto &#8211; e non so se lo sia <em>volontariamente</em>, per adeguare il livello della pellicola al soggetto-oggetto Bush.</p>
<p>Girato con l&#8217;ormai abusato taglio del Documentario Che Non Lo È, Vedi?, Questo È Un Film Ma È Girato Come Un Documentario, Oh, Oh, &#8220;W.&#8221; non solo è tecnicamente pessimo ma è assolutamente pretestuoso nei suoi intenti stilistici, scenici e &#8220;satirici&#8221;. Per tutto il film ho avuto la netta sensazione che Oliver Stone fosse dietro di me, il fiato sul mio collo, ad indicarmi il Grande Dettaglio D&#8217;Autore in ogni singola scena. E ho avuto pure il sospetto che avesse i pantaloni slacciati e che ogni tanto si toccasse compiaciuto, specialmente nei momenti di lotta tra George &#8220;Poppy&#8221; senior (James Cromwell) e George junior (un discreto Josh Brolin) &#8211; e quella sera non avevo neanche bevuto i miei soliti dodici white russian per andare a letto tranquillo.</p>
<p>Tutto il mondo si è accorto subito di chi fosse Bush: un cretino matricolato incapace di stare al mondo, ex alcolizzato uscito miracolosamente dalla dipendenza del bere per tuffarsi nella dipendenza della Fede ultracattolica<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/dubya/#footnote_0_2800" id="identifier_0_2800" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Decisamente pi&ugrave; pericolosa dell&amp;#8217;alcool.">1</a></sup>, un burattino nelle mani del complesso industriale-militare<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/dubya/#footnote_1_2800" id="identifier_1_2800" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Una delle note dolenti del film, e che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere uno dei punti di forza, &egrave; la rappresentazione molto floscia e caricaturale dei Rumsfeld, Cheney, Rice, Powell, Rove etc.">2</a></sup> che ha infestato sin dall&#8217;inizio la sua amministrazione, esautorando de facto il potere dell&#8217;Esecutivo e del Legislativo. In poche parole: la percezione fisica e tangibile del significato dei concetti di &#8220;inettitudine&#8221;, &#8220;manipolabilità&#8221; e &#8220;inconsapevolezza&#8221;. Molto peggio di Nixon o Reagan, che rappresentavano sì il Male metafisico, ma almeno avevano le palle di essere puramente e totalmente malvagi in pubblico, senza riserve e soprattutto senza tutta quella menata del &#8220;conservatorismo compassionevole&#8221; o altre amenità del genere.</p>
<p>Il ritratto che ne ha fatto Stone ha portato alcuni commentatori a definire il Bush sul grande schermo &#8220;un uomo ordinario in una situazione straordinaria&#8221; &#8211; una parafrasi molto educata per dire &#8220;un coglione totale&#8221;. D&#8217;accordo, grazie, ma lo sapevamo già: si è visto ogni giorno in televisione, per otto lunghissimi anni. Invece di puntare su una commedia nera o su una satira sulfurea, Stone ha fatto un film che trasuda supponenza da ogni inquadratura. Ed è quella supponenza molto liberal-fighetta che aspira a capire le &#8220;ragioni profonde del malessere&#8221; ed i &#8220;problemi reconditi&#8221; dell&#8217;odiato nemico, che pensa di calarsi nei panni dell&#8217;avversario per analizzarlo e comprenderlo meglio, mentre in realtà lo fa solo per il disperato bisogno di sentirsi Superiore &#8211; un atteggiamento che Calvino ha spiegato lucidamente in <em>La giornata d&#8217;uno scrutatore</em>:</p>
<blockquote><p>[<em>Amerigo Ormea (protagonista del romanzo), nda</em>] si buttava allora coi suoi pensieri nella direzione d&#8217;un possibilismo tanto agile da permettergli di vedere con gli occhi stessi dell&#8217;avversario le cose che dianzi l&#8217;avevano sdegnato, per poi ritornare a sperimentare con più freddezza le ragioni della sua critica e tentare un giudizio finalmente sereno. Anche qui agiva in lui &#8211; più che uno spirito di tolleranza e adesione verso il prossimo &#8211; il bisogno di sentirsi superiore, capace di pensare tutto il pensabile, anche i pensieri degli avversari, capace di comporre la sintesi, di scorgere dovunque i disegni della Storia, come dovrebb&#8217;essere prerogativa del vero spirito liberale.</p></blockquote>
<p>Ora, che bisogno c&#8217;era di fare un film del genere? Non era meglio aspettare un paio d&#8217;anni, attendere la sedimentazione/elaborazione/consolidamento della figura di Bush nella coscienza collettiva/individuale e ponderare in profondità le conseguenze a lungo termine della scelleratezza guerrafondaia? Evidentemente per Stone no, che ha girato il tutto in poche settimane<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/dubya/#footnote_2_2800" id="identifier_2_2800" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Un&amp;#8217;operazione pre-elettorale? Forse, forse no. Un caso simile, ad ogni modo, si &egrave; registrato nel mondo della musica. Nel 2004 gli A Perfect Circle fecero uscire &amp;#8220;eMOTIVe&amp;#8221;, una serie di cover di canzoni impegnate, proprio in occasione delle elezioni presidenziali. Venne fuori una mezza porcheria, posticcia, priva di idee e fondamentalmente inutile. E ovviamente Bush venne rieletto.">3</a></sup> raffazzonando e assemblando i frammenti di una vita pubblica e privata, collocandoli lungo un piano temporale e logico scomposto, spezzettato e incoerente.</p>
<p>Eppure sarebbe bastato inserire una semplice scena, in un qualsiasi momento del film, che avrebbe fatto gridare al capolavoro. Una cosa del genere: George W. Bush è seduto alla sua scrivania nella Stanza Ovale, e sembra che stia lavorando. Improvvisamente porta la mano alla nuca, abbassa la zip, si toglie la maschera da umano e rivela al mondo il suo vero volto: un raccapricciante incesto tra uno zombie, un orco e un pro-lifer. Fatto ciò, Bush si alza e la sua corazza umana si squaglia, sfrigolando orribilmente e svelando un corpo schifosamente deformato, vizzoso e rugoso, con due lunghissimi peni che penzolano dai capezzoli, sette paia di tette sulla schiena e un dispositivo per sganciare testate nucleari sul pube, al posto del cazzo.</p>
<p>Con un urlo lancinante Bush esce correndo dalla stanza e ingloba le persone che trova sulla sua strada, ingrossandosi sempre di più. Arrivato a 5 metri di altezza, Bush si teletrasporta simultaneamente a Teheran e a Islamabad, si tocca ripetutamente il cazzo-dispositivo nucleare e inonda con una pioggia di distruzione nucleare l&#8217;Iran, il Pakistan ed il Medio Oriente, suicidandosi e consegnando un radioso avvenire a petrolieri, industriali militari e pensatori neocon orgasmicamente impotenti. Fine, titoli di coda, incassi cospicui, plauso della critica e posto privilegiato nell&#8217;Olimpo della cultura, in saecula saeculorum.</p>
<p>Ci voleva così tanto?</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_2800" class="footnote">Decisamente più pericolosa dell&#8217;alcool.</li><li id="footnote_1_2800" class="footnote">Una delle note dolenti del film, e che nelle intenzioni del regista avrebbe dovuto essere uno dei punti di forza, è la rappresentazione molto floscia e caricaturale dei Rumsfeld, Cheney, Rice, Powell, Rove etc.</li><li id="footnote_2_2800" class="footnote">Un&#8217;operazione pre-elettorale? Forse, forse no. Un caso simile, ad ogni modo, si è registrato nel mondo della musica. Nel 2004 gli <a href="http://www.aperfectcircle.com/">A Perfect Circle</a> fecero uscire &#8220;eMOTIVe&#8221;, una serie di cover di canzoni impegnate, proprio in occasione delle elezioni presidenziali. Venne fuori una mezza porcheria, posticcia, priva di idee e fondamentalmente inutile. E ovviamente Bush venne rieletto.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Confessions Of A Political Junkie</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 09:24:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se qualcuno avesse intenzione di comprare l'ultimo libro tradotto e pubblicato in Italia di Hunter S. Thompson, "Meglio del sesso. Confessioni di un drogato della politica", fatevi un grosso favore: non compratelo. Piuttosto fate un corso di inglese (se non lo sapete) e ordinate "Fear and Loathing on the Campaign Trail '72" dall'Internet, oppure subissate di richieste di traduzione una casa editrice]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2791" title="Ralph Steadman" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/09/confessionsjunkie.jpg" alt="Ralph Steadman" width="448" height="324" /></p>
<p>Se qualcuno avesse intenzione di comprare l&#8217;ultimo libro tradotto e pubblicato in Italia di Hunter S. Thompson, &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788860735447/thompson-hunter-s/meglio-del-sesso-confessioni.html"><em>Meglio del sesso. Confessioni di un drogato della politica</em></a>&#8220;, fatevi un grosso favore: non compratelo. Piuttosto fate un corso di inglese (se non lo sapete) e ordinate &#8220;<em>Fear and Loathing on the Campaign Trail &#8217;72</em>&#8221; dall&#8217;<a href="http://www.bookdepository.co.uk/search?searchTerm=fear+and+loathing+on+campaign+trail+%2772&amp;search=search">Internet</a>, oppure subissate di richieste di traduzione una casa editrice, oppure molestate telefonicamente il fidanzato indiefighetto di vostra sorella con la <a href="http://www.youtube.com/watch?v=JcAPNU_X_gA">cover</a> di &#8220;Creep&#8221; dei Radiohead di Vasco Rossi<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/livres/confessions-of-a-political-junkie/#footnote_0_2781" id="identifier_0_2781" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Sappiate che Dio &egrave; esistito fino all&amp;#8217;uscita della cover, l&amp;#8217;ho letto sulla Bibbia. Seriamente.">1</a></sup>.</p>
<p>Non è una questione di soldi. È una questione di rispetto non tanto per l&#8217;uomo, quanto per l&#8217;artista HST. Si contano sulle dita di una mano le pagine in cui si intravede uno scorcio dell&#8217;autentico inventore del gonzo journalism, per quanto eroso dal tempo, dagli eccessi, dal lento affievolirsi della sua fama e dalla degenerazione culturale della &#8220;rivoluzione&#8221; reaganiana:</p>
<blockquote><p>Non tutti concordano con l&#8217;idea che l&#8217;assuefazione alla politica sia una colpa. Però lo <em>è</em>. E costoro <em>sono</em> assuefatti, e <em>sono</em> colpevoli, e mentono e imbrogliano e rubano <em>a più non posso</em> &#8211; come tutti i drogati. E quando gli verrà la frenesia, sacrificheranno tutto e tutti per alimentare la loro stolta e brutta abitudine -  e non <em>esiste</em> alcuna cura. Questo è il meccanismo dell&#8217;assuefazione. Questa è la politica &#8211; specie durante le campagne presidenziali. [...] La politica è come la filaria di Medina. Ti si insinua nel corpo e cresce come una cisti &#8211; fino a diventare così grossa che ti esce dalla pelle, uno schifoso verme rosso con la testa di un piccolo cobra, che addenta l&#8217;aria come se per respirare dovesse lottare.</p>
<p>La verità è questa. [...] La filaria di Medina esiste davvero&#8230;come la politica, del resto. L&#8217;unica differenza è che del verme puoi sbarazzartene, afferrandogli la testa e avvolgendogli il corpo attorno a un bastoncino, e poi estraendolo dalla carne lentamente, come gli uccelli tirano fuori i lombrichi dalla terra.</p>
<p>Liberarsi di una tossicodipendenza dalla politica non è altrettanto facile. È un tipo di verme più piccolo e tende a strisciare verso l&#8217;alto, fino al cranio, dove trova nutrimento e cresce sul tessuto connettivo. All&#8217;inizio è irrilevante, poi, di solito, viene diagnosticato come un &#8220;tumore al cervello&#8221; (cosa di per sé già quasi incurabile) &#8211; e nel tempo acquisisce abbastanza forza per scavarsi una via nella parte più tenera del cervello, e a quel punto neppure i medici potranno metterci le mani.</p></blockquote>
<p>Davvero poche, troppo poche. &#8220;<em>Meglio del sesso (etc.)</em>&#8221; è una raccolta molto posticcia e forzata di articoli scialbi che seguono la campagna elettorale del &#8217;92-&#8217;93 tra George Bush padre e Bill Clinton, intervallati da una serie di fax poco o per nulla interessanti e che si chiude con l&#8217;epitaffio di Richard Nixon.</p>
<p>Per tutto il libro mi sono chiesto se fosse il declino dell&#8217;autore americano la causa di questa abulia creativa o se fosse la mediocrità assoluta di Clinton<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/livres/confessions-of-a-political-junkie/#footnote_1_2781" id="identifier_1_2781" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Definito dallo stesso HST cos&igrave;: &amp;#8220;uno sfigato privo di senso dell&amp;#8217;umorismo e con delle pessime abitudini. [...] Clinton &egrave; cattivo in un modo tale che far&agrave; uscire dalla politica tutti, tranne i peggiori&amp;#8221;.">2</a></sup> a buttare giù a calci il Dr. Hunter Thompson dall&#8217;imponente vetta che aveva scalato a forza di capolavori negli anni &#8217;60 e &#8217;70. La risposta è: tutti e due i motivi &#8211; e nel momento di più cupo sconforto (leggi: noia) sono arrivato a pensare che forse nemmeno il migliore HST sotto droghe pesanti sarebbe riuscito a ricavare qualcosa di buono dall&#8217;insignificante erotomane dell&#8217;Arkansas.</p>
<p>Dalla <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Fear_and_Loathing_in_Las_Vegas#The_.22wave_speech.22">ripida collina</a> di &#8220;<em>Paura e disgusto a Las Vegas</em>&#8220;, con il tipo giusto di occhi, si riesce ancora oggi a vedere il punto sul quale l&#8217;onda altissima e meravigliosa di un&#8217;intera generazione si è infranta ed è tornata indietro &#8211; ed in quella generazione è incluso Thompson, lo <em>scrittore </em>Thompson.</p>
<p>Per trovare la sua pura essenza e la più cristallina potenza espressiva bisogna tornare indietro fino a quegli anni, seguire il riflusso dell&#8217;acqua, abbandonarsi al suo andamento circolare e tornare a cavalcare quell&#8217;onda immensa che è destinata nuovamente a schiantarsi, questa volta definitivamente, il 22 aprile del 1994, sul cadavere di Richard Nixon &#8211; il segno finale, l&#8217;ultimo, invalicabile muro.</p>
<p>Nixon, l&#8217;uomo che ha fatto entrare nella politica uno dei più grandi reporter della storia del giornalismo del XX secolo e che, al contempo, ha &#8220;pugnalato al cuore il Sogno Americano&#8221;, lasciando orfani i suoi figli più degenerati, brillanti e disperatamente bisognosi di qualcosa di grandioso in cui credere per non perdersi del tutto.</p>
<p>Fatevi questo favore.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_2781" class="footnote">Sappiate che Dio è esistito fino all&#8217;uscita della cover, l&#8217;ho letto sulla Bibbia. Seriamente.</li><li id="footnote_1_2781" class="footnote">Definito dallo stesso HST così: &#8220;uno sfigato privo di senso dell&#8217;umorismo e con delle pessime abitudini. [...] Clinton è cattivo in un modo tale che farà uscire dalla politica tutti, tranne i peggiori&#8221;.</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>In The Loop</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2009 01:23:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Già nel 2002 la guerra in Iraq pareva inevitabile. Il giornale online conservatore "Frontpage Magazine" riunì in quell'agosto quattro esperti per discutere sull'opportunità dell'invasione statunitense. "Ok, se siamo tutti così certi della terribile necessità di invadere l'Iraq, quando dobbiamo farlo?"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2675" title="No You Fucking Can't" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/08/intheloop.jpg" alt="No You Fucking Can't" width="448" height="400" /></p>
<p>Già nel 2002 la guerra in Iraq pareva inevitabile. Il giornale online conservatore &#8220;Frontpage Magazine&#8221; riunì in quell&#8217;agosto quattro esperti per <a href="http://frontpagemag.com/readArticle.aspx?ARTID=23277">discutere</a> sull&#8217;opportunità dell&#8217;invasione statunitense. &#8220;Ok, se siamo tutti così certi della terribile necessità di invadere l&#8217;Iraq, quando dobbiamo farlo?&#8221; <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Michael_Ledeen">Michael Leeden</a>, direttore dell&#8217;American Enterprise Institute (un think tank neocon)<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/in-the-loop/#footnote_0_2664" id="identifier_0_2664" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="E non solo: Leeden &egrave; una vecchia conoscenza di certi ambienti italiani: si va dai legami con la P2 al Nigergate.">1</a></sup>, rispose senza indugio: &#8220;Ieri&#8221;.</p>
<p>Il controverso giornalista-storico, poco dopo quell&#8217;intervista, pubblicò il libro &#8220;<a href="http://www.amazon.com/War-Against-Terror-Masters-Happened/dp/031230644X">The War Against the Terror Masters: Why It Happened. Where We Are Now. How We&#8217;ll Win.</a>&#8221; (&#8220;La guerra contro i maestri del terrore: perchè è avvenuta. Dove siamo ora. Come vinceremo.&#8221;) nel quale scrisse:</p>
<blockquote><p>Noi dichiariamo guerra totale poiché combattiamo nel nome di un&#8217;idea, e le idee o trionfano o falliscono&#8230;completamente. [...] Noi possiamo comandare grazie alla forza di un grande esempio morale &#8230; [ma] la paura<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/in-the-loop/#footnote_1_2664" id="identifier_1_2664" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Interpolazione I: Biopolitica.
Paura, paura e biopolitica. Il primo ad usare il concetto di &amp;#8220;biopolitica&amp;#8221; fu Georges Bataille, ma a definirla compiumente &egrave; stato Michel Foucault negli anni Settanta del secolo scorso. Secondo il filosofo sloveno Slavoj Žižek l&amp;#8217;obiettivo principale della biopolitica &egrave;
la regolamentazione della sicurezza e del benessere delle vite umane [...] La biopolitica &egrave; in definitiva una politica della paura, incentrata sulla difesa contro potenziali persecuzioni o molestie&amp;#8230; La paura come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell&rsquo;empia depravazione sessuale, di un eccesso di Stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie.
Chiss&agrave; se Leeden l&amp;#8217;ha letto.">2</a></sup><br />
è molto più affidabile, e dura più a lungo. Una volta dimostrata la nostra capacità di infliggere ai nostri nemici terribili punizioni, il nostro potere sarà di gran lunga maggiore.</p></blockquote>
<p>Seguitissimo dai falchi neocon della disastrosa amministrazione Bush, Leeden ha delineato (insieme ad altri) le linee guida della politica estera americana post 11/9. Tralasciando le ormai tristemente note questioni sulle armi di distruzione di massa e sulle menzogne governative per rendere accettabile al pubblico un conflitto assolutamente pretestuoso, è il ruolo di personaggi come Leeden che dovrebbe portare tutti quanti a chiedersi: qual è stato (o qual è) il ruolo di questi consulenti/spin-doctor/&#8221;teorici&#8221; nelle due guerre angloamericane di inizio secolo? Fino a dove finiscono le &#8220;idee&#8221; che ispirano un agire politico e l&#8217;agire politico stesso? Chi decide di bombardare e mandare i soldati: il Presidente, il Primo Ministro o qualche <em>professore </em>di mezza età che sta dietro le quinte delle quinte?</p>
<p>&#8220;<a href="http://www.imdb.com/title/tt1226774/">In the loop</a>&#8221; (2009), una sorta di spin-off della fortunata serie tv britannica &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Thick_of_It">The Thick Of It</a>&#8220;, affronta le suddette tematiche con una satira acida, penetrante e matura. Girato con un taglio che sta a metà tra il documentario e i fulminei movimenti di cinepresa à la &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/The_Shield">The Shield</a>&#8220;, il regista e ideatore Armando Iannucci ci porta nelle ovattate stanze della diplomazia parallela UK-USA &#8211; sale conferenza gremite di manipolatori, comitati segreti-ma-non-così-tanto-segreti, gradi e stellette militari, violenza verbale e ritorsioni interpersonali che proiettano i loro perversi risultati sulla tenuta democratica di un intero sistema.</p>
<h1>No, You F*****g Can&#8217;t</h1>
<p>Stati Uniti e Regno Unito stanno preparando una guerra imprecisata (anche se è chiarissimo il riferimento) in Medio Oriente. La situazione però precipita quando un ministro del Gabinetto britannico, Simon Foster (Tom Hollander, una specie di Candido scaraventato al centro di un intrigo politico), si lascia sfuggire in un&#8217;intervista che una guerra in quelle zone è ormai &#8220;unforeseeable&#8221;, imprevedibile. La fumosa dichiarazione manda in fibrillazione la stampa, fa indiavolare Malcom Tucker (un meraviglioso Peter Capaldi), vulcanico e volgarissimo<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/in-the-loop/#footnote_2_2664" id="identifier_2_2664" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Interpolazione II: Della Volgarit&agrave; Della Satira.
Per anni schiere di perbenisti bigotti, moralisti d&amp;#8217;accatto e censori repressi hanno legato intorno al palo della Pubblica Indignazione Pelosa la Volgarit&agrave; e le hanno dato fuoco &amp;#8211; bagnandosi sotto il loro vestitino porporato come farebbe un erotomane castrato alla lettura di Piperno. Essi hanno sempre ignorato che la volgarit&agrave; &egrave; la tecnica della satira, e alcune parti della sceneggiatura di &amp;#8220;In the loop&amp;#8221; sono l&igrave; a dimostrarlo:
Malcom Tucker &amp;#8211; Why the fuck would I tell you about it? I told you to fuck off twice.
Judy &amp;#8211; It&amp;#8217;s a scheduled media appearance by this department&amp;#8217;s secretary of state so it falls well within my purview.
M.T. &amp;#8211; Within your purview?
J. &amp;#8211; Yes.
MT &amp;#8211; Where do you think you are, in some sort of regency fucking costume drama? This is a government department, not a fucking Jane fucking Austen novel!&hellip;Allow me to pop a jaunty little bonnet on your purview and ram it up your shitter with a lubricated horse cock!
">3</a></sup><br />
capo delle comunicazioni di Downing Street e viene utilizzata per scopi differenti dal falco americano Linton Barwick (un ottimo David Rasche) e dalle sue due nemesi politiche, Karen Clarke (Mimi Kennedy) e il generale Miller (<span style="text-decoration: line-through;">Tony Soprano</span> James Gandolfini), contrari alla guerra.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2678" title="S. Foster" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/08/intheloop-4.jpg" alt="S. Foster" width="448" height="400" /></p>
<p>Preoccupato unicamente di non fare la figura del fesso, Foster aggrava irreversibilmente le circostanze con un&#8217;altra sciagurata dichiarazione alla stampa, ingarbugliandosi in un&#8217;esilarante intervista dentro metafore riguardanti aerei e montagne:  &#8220;Per camminare sulla strada della pace, qualche volta bisogna essere pronti a scalare la montagna del conflitto&#8221;. Praticamente una dichiarazione di guerra.</p>
<p>Il film prosegue sull&#8217;asse Washington-Londra e osserva le schermaglie politiche e i massacri verbali tra Barwick, Clarke, il generale pacifista Miller, Tucker e alcuni giovani aspiranti spin-doctor ossessionati dal successo ma enormemente incompetenti, fino ad arrivare al  Consiglio di Sicurezza ONU che in definitiva autorizza  la guerra<sup><a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/in-the-loop/#footnote_3_2664" id="identifier_3_2664" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="Senza alcun veto: la satira, la satira!">4</a></sup> &#8211; ovviamente dopo alcuni ritocchi ai rapporti &#8220;d&#8217;intelligence&#8221; e opportune manipolazioni mediatiche.</p>
<p>L&#8217;atmosfera di sospensione e assurdità subito dopo il voto è ben esplicata da quello che dice Toby Wright (Chris Addison), assistente del ministro Foster, nella &#8220;stanza della meditazione&#8221; all&#8217;interno del Palazzo di Cristallo: &#8220;Bene, mi ricordo che il giorno in cui è stata dichiarata la guerra mi sono girato verso il Ministro, e lui mi ha detto: &#8216;Questo è quanto, allora. Qualcuno ha una mentina?&#8217;&#8221;</p>
<h1>Grazie di tutto il pesce, Tony</h1>
<p>In &#8220;In the loop&#8221; non c&#8217;è una chiara connotazione politica dei personaggi: non rappresentano alcun partito, apparentemente. Tuttavia sono ben riconoscibili i due movimenti che hanno dominato negli ultimi anni la scena pubblica negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: il neoconservatorismo statunitense e il New Labour di Blair.</p>
<p>È una scelta intelligente che offre diversi spunti di riflessione. Slavoj Žižek anni fa ha scritto che ci troviamo nell&#8217;epoca della &#8220;postpolitica postmoderna&#8221;:</p>
<blockquote><p>Nella postpolitica il conflitto tra le visioni ideologiche globali incarnate dai diversi partiti che competono per il potere viene rimpiazzato dalla collaborazione dei tecnocrati illuminati (economisti, specialisti dell&#8217;opinione pubblica&#8230;) e dei multiculturalisti liberali; attraverso il processo di negoziazione degli interessi si raggiunge un compromesso nella forma di consenso più o meno universale. La postpolitica sottolinea quindi la necessità di lasciarsi alle spalle le vecchie divisioni ideologiche e di affrontare i nuovi problemi armati della necessaria conoscenza specialistica e di una libera riflessione che tenga conto dei bisogni e delle richieste concrete della gente.</p></blockquote>
<p>E come si fa a tener conto dei &#8220;bisogni&#8221; della gente? La teoria fondamentale del New Labour è che si dovrebbero adottare tutte le buone idee, senza alcun pregiudizio, e applicarle a prescindere dalla loro origine &#8211; questo è l&#8217;&#8221;estremismo di centro&#8221;, il &#8220;centro radicale&#8221;.</p>
<p>Tuttavia è nella decisione di muovere guerra all&#8217;Iraq che il New Labour ha trovato il proprio punto di rottura, sprofondando nell&#8217;incoerenza della sua logica. L&#8217;ipocrisia insita nell&#8217;abbandono di ogni ideologia si è rivelata nient&#8217;altro che una rimozione del politico, ovvero la rimozione della sfera decisionale dell&#8217;opinione pubblica, anche se manipolata &#8211; non teniamo conto della gente, teniamo conto di quello che noi pensiamo sia meglio per la gente, cioè per Noi, finalmente senza più fastidiosi filtri di sorta.</p>
<p>Nel film questa specie di disturbo bipolare è perfettamente incarnato dallo spin-doctor Malcom Tucker, che ne porta anche i segni fisici. Costantemente sull&#8217;orlo di una crisi di nervi, il volto sempre teso, gli occhi sgranati, la frenesia compulsiva dei movimenti &#8211; il perfetto corollario, la protesi corporale di una personalità brutale, psicotica, soverchiante, aggressiva.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2677" title="M. Tucker" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/08/intheloop-3.jpg" alt="M. Tucker" width="448" height="330" /></p>
<p>In un <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2009/mar/24/in-the-loop-alastair-campbell">articolo</a> sul Guardian, Alastair Campbell (responsabile delle comunicazioni di Tony Blair dal 1997 al 2003) non si è definito offeso dal suo equivalente (Tucker) in pellicola: si è  definito &#8220;annoiato&#8221;. Il film, secondo lui, sarebbe troppo &#8220;antipolitico&#8221;, mancherebbe di rilevare le diverse &#8220;tonalità di grigio&#8221; che compongono (de-colorano) la politica e, infine, si allontanerebbe troppo dalla realtà. Campbell ovviamente non si è accorto che la satira di Iannucci distorce e deforma la realtà per far emergere non solo il grigio, ma tutta la gamma cromatica che tinteggia la vita pubblica, gettando un fascio di luce su una scritta che potrebbe stare sui muri più in ombra di ogni città: &#8220;Vogliamo più politica!&#8221;</p>
<p>E questo ci riporta alla domanda iniziale: chi prende veramente le decisioni? Il Governo o alcuni indefiniti consulenti dal modus operandi piuttosto ineffabile? &#8220;In the loop&#8221; ci suggerisce la risposta più complessa/problematica/inquietante, proprio perchè è diventata, a posteriori, la più plausibile. E lo fa dire al generale Miller, verso la metà del film:</p>
<blockquote><p>Lui [<em>riferendosi al falco Barwick, nda</em>] ha i suoi piccoli cannoni, le sue piccole armi&#8230;e questo è il problema con i civili che vogliono andare in guerra. Una volta che ci sei stato, una volta che l&#8217;hai vista, non vuoi più ritornarci, a meno che tu non sia fottutamente obbligato a farlo. È come la Francia.</p></blockquote>
<p>E dall&#8217;espressione del generale si fa davvero fatica a capire se sia più pericolosa la guerra o la Francia.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-2676" title="Gen. Miller" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/08/intheloop-2.jpg" alt="Gen. Miller" width="448" height="400" /></p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_2664" class="footnote">E non solo: Leeden è una vecchia conoscenza di certi ambienti italiani: si va dai legami con la P2 al <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nigergate">Nigergate</a>.</li><li id="footnote_1_2664" class="footnote"><strong><em>Interpolazione I: Biopolitica</em>.</strong></p>
<p>Paura, paura e biopolitica. Il primo ad usare il concetto di &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Biopolitica">biopolitica</a>&#8221; fu Georges Bataille, ma a definirla compiumente è stato Michel Foucault negli anni Settanta del secolo scorso. Secondo il filosofo sloveno Slavoj Žižek l&#8217;obiettivo principale della biopolitica è</p>
<blockquote><p>la regolamentazione della sicurezza e del benessere delle vite umane [...] La biopolitica è in definitiva una politica della paura, incentrata sulla difesa contro potenziali persecuzioni o molestie&#8230; La paura come ultima risorsa di mobilitazione: paura degli immigrati, del crimine, dell’empia depravazione sessuale, di un eccesso di Stato, con il suo fardello di tasse pesanti, delle catastrofi ecologiche, paura delle molestie.</p></blockquote>
<p>Chissà se Leeden l&#8217;ha letto.</li><li id="footnote_2_2664" class="footnote"><em><strong>Interpolazione II: Della Volgarità Della Satira.</strong></em></p>
<p>Per anni schiere di perbenisti bigotti, moralisti d&#8217;accatto e censori repressi hanno legato intorno al palo della Pubblica Indignazione Pelosa la Volgarità e le hanno dato fuoco &#8211; bagnandosi sotto il loro vestitino porporato come farebbe un erotomane castrato alla lettura di Piperno. Essi hanno sempre ignorato che la volgarità è la tecnica della satira, e alcune parti della sceneggiatura di &#8220;In the loop&#8221; sono lì a dimostrarlo:</p>
<blockquote><p>Malcom Tucker &#8211; Why the fuck would I tell you about it? I told you to fuck off twice.</p>
<p>Judy &#8211; It&#8217;s a scheduled media appearance by this department&#8217;s secretary of state so it falls well within my purview.</p>
<p>M.T. &#8211; Within your purview?</p>
<p>J. &#8211; Yes.</p>
<p>MT &#8211; Where do you think you are, in some sort of regency fucking costume drama? This is a government department, not a fucking Jane fucking Austen novel!…Allow me to pop a jaunty little bonnet on your purview and ram it up your shitter with a lubricated horse cock!</p></blockquote>
<p></li><li id="footnote_3_2664" class="footnote">Senza alcun veto: la satira, la satira!</li></ol>]]></content:encoded>
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		<title>Contrari A Uccidere Per Un&#8217;Astrazione</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 23:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>blicero</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ora si può dire. Giovedì scorso, la mia organizzazione, Quelli Contrati A Uccidere Per Un'Astrazione (CUA), ha attuato una schiacciante dimostrazione di forza in tutto il pianeta. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-2636" title="Guns and roses" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2009/07/cua.jpg" alt="Guns and roses" width="448" height="509" /></p>
<p>(<em>Illustrazione: <a href="http://www.obeygiant.com">Obey Giant</a></em>)</p>
<p><strong>Di <a href="http://www.saunderssaunderssaunders.com/">George Saunders</a></strong></p>
<p>Ora si può dire.</p>
<p>Giovedì scorso, la mia organizzazione, Quelli Contrati A Uccidere Per Un&#8217;Astrazione (CUA), ha attuato una schiacciante dimostrazione di forza in tutto il pianeta.</p>
<p>Alle nove di mattina in punto, lavorando con impegno e segretezza, tutti i nostri membri sono simultaneamente riusciti a non decapitare nessuno. Alle nove e mezzo abbiamo intrapreso la Fase 2, durante la quale tutti i nostri membri sono simultaneamente riusciti a non costringere neanche un uomo a simulare un rapporto sessuale con un altro uomo. Alle dieci è partita la Fase 3, durante la quale nessuno di noi si è fatto/a saltare in aria in un luogo pubblico affollato. Nessun civile è stato rivoltato come un calzino dai nostri potenti esplosivi. Durante la suddetta fase dell&#8217;operazione nessuna persona spiritosa è stata ridotta a un ammasso di carne sanguinolenta. Inoltre, alle undici, durante la Fase 4, sugli edifici si sono abbattuti zero (0) aeroplani.</p>
<p>Abbiamo agito talmente in sordina da passare quasi inosservati.</p>
<p>Durante la fase 5, subito dopo pranzo, mentre continuavamo a sottrarci alle attività di cui sopra, siamo riusciti a non spianare nessuna casa con i bulldozer. Abbiamo inoltre piazzato sulle vie di ogni città, di ogni nazione del pianeta, un totale di zero (0) bombe sul ciglio della strada, le quali, non essendoci, non sono esplose, uccidendo/mutilando un totale di zero (0) persone. Nessun ordigno, bomba a grappolo o razzo è stato lanciato sugli affollati quartieri dei civili, dove di conseguenza non ha regnato alcuno sgradevole silenzio momentaneo post-esplosione. Silenzio che, in tutti i casi, non è stato seguito da nessun pazzesco, lancinante grido di rabbia e di dolore. Durante la Fase 5 nessun bambino è stato strappato al sonno dal crollo e/o incendio improvviso della sua abitazione, seguito dalle urla strazianti dei membri della sua famiglia.</p>
<p>Nel primo pomeriggio (Fase 6) i nostri membri si sono sforzati di usare zero (0) cani addestrati per mordere/terrorizzare i prigionieri nudi. Inoltre, nessuno storditore elettrico, manganello di gomma, proiettile di gomma, gas lacrimogeno o proiettile vero e proprio è stato usato, dai nostri membri, su nessun individuo, in nessuna parte del mondo. Nessuno è stato costretto a indossare un cappuccio. Non sono stati cavati denti all&#8217;interno di stanze buie. Non sono stati applicati trapani, né fruste né fiamme su carne umana. Nessuno è stato ridotto in un pianto isterico mediante una serie di colpi alla testa o al corpo. I nostri membri, senza denigrare nessuna razza ed etnia, hanno abilmente continuato a non stuprare nessuno singolarmente né in gruppo e a non commettere molestie sessuali. Al contrario, durante la suddetta fase pomeridiana, molti dei nostri membri hanno compiuti atti sessuali teneri e amorosi, hanno felicemente amoreggiato e addirittura consolato, senza implicazioni sessuali, individui da cui si sentivano attratti, mettendo da parte la propria attrazione per un improvviso rigurgito di empatia.</p>
<p>Mentre scendeva la sera, i nostri membri non hanno covato sentimenti di rabbia né di odio, e laddove è successo, hanno pregato, meditato o confidato questi sentimenti a un amico, fino a farli svanire o ritenere sintomo di una tristezza più profonda, al che i nostri membri hanno promesso in silenzio di continuare a lottare contro questi sentimenti.</p>
<p>Va notato che, oltre alle sopraelencate attività progettate e portate a termine dai nostri membri, numerose attività fuori programma sono state portate a termine da membri part-time o addirittura da esterni.</p>
<p>Per esempio a Chitral, in Pakistan, un nuovo adepto di Al Qaeda ha ricordato l&#8217;anziana signora americana che una volta lo aveva fatto ridere con una battutina su un orrendo paralume e il modo in cui, mentre parlava, gli toccava il braccio, come una madre. A Gaza, un soldato israeliano e un giovane palestinese si sono scambiati al volo uno sguardo di vergogna. A Londra, un nonno violentemente omofobo a cui si era rotta la busta della spesa ha regalato una fragrante pagnotta al gay mezzo pelato che si era fermato ad aiutarlo. Una donna curva e sdentata di Tokyo si è presa a pugni in testa, perché era incredibilmente stanca di vivere nel rancore e nell&#8217;odio, e ha pregato in silenzio che il suo cuore si aprisse prima che fosse troppo tardi. A Syracuse, nello stato di New York, stringendo il corpo martoriato del suo gattino, un uomo ha pianto.</p>
<p>Chi siamo? Due parole sui nostri membri.</p>
<p>Dagli albori del mondo, portiamo avanti la nostra opera senza clamori, frenando l&#8217;impulso a generalizzare, insistendo sull&#8217;importanza dell&#8217;individuo rispetto al gruppo, del concreto rispetto all&#8217;astratto, dell&#8217;innata dolcezza di un momento di pace rispetto a un teorico futuro di pace ottenibile mediante omicidi e stragi. Molti di noi dormono male, non chiudono occhio la notte, per paura che una catastrofe possa abbattarsi su un loro caro. Ci alziamo al mattino senza alcuna intenzione di convertire il prossimo a forza di percosse, umiliazioni, omicidi o invasioni. A dire la verità, siamo stanchi. Noi lavoriamo. Quando sbagliamo, ci riflettiamo e poi chiediamo scusa. Quando in città c&#8217;è il temporale ci ripariamo sotto i cornicioni, incuriositi dai volti bellissimi e turbati che ci sfrecciano davanti. Nei momenti di crisi, ci scambiamo pacche imbarazzate sulla schiena, borbottando timide frasi fatte. Corriamo a un appuntamento, e ricordando un amico che non c&#8217;è più i nostri occhi si riempiono di lacrime e pensiamo: Oddio, che fortuna averlo conosciuto.</p>
<p>Ecco come siamo. Ecco chi siamo. Ecco cos&#8217;è il CUA. A quelli che ci contrastreranno, posso solo dire: Siamo in tanti. Siamo in tutto il pianeta. Anzi, siamo molti più di voi. Anche se fate più chiasso, anche se increspate per un attimo l&#8217;acqua della vita, noi dureremo e vinceremo.</p>
<p>Unitevi a noi.</p>
<p>Resistere è inutile.</p>
<p>(<em><a href="http://www.slate.com/id/2105672/">People Reluctant To Kill for an Abstraction</a>, &#8220;<a href="http://www.minimumfax.com/libro.asp?libroID=446">Il megafono spento</a>&#8220;, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/George_Saunders">George Saunders</a></em>)</p>
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