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	<title>La Privata Repubblica &#187; Konvergent Kulture</title>
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	<description>Più a Destra della Sinistra</description>
	<pubDate>Fri, 04 Jul 2008 13:06:02 +0000</pubDate>
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		<title>1984½</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2008 09:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Da qualche parte, nel ventesimo secolo, il mondo è diventato grigio, asfissiato dalle scartoffie di una burocrazia opprimente, inaccessibile, soverchiante; soffocato dai tubi, dai condotti e dai fili di una tecnologia impazzita, retrograda e controproducente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-476" title="Brazil" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/06/brazil.jpg" alt="" width="448" height="288" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l&#8217;assenza del modulo &#8220;H&#8221;. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all&#8217;ufficio competente, che sta creando. (Ennio Flaiano)<br />
</em></p>
<p>Da qualche parte, nel ventesimo secolo, il mondo è diventato grigio, asfissiato dalle scartoffie di una burocrazia opprimente, inaccessibile, soverchiante; soffocato dai tubi, dai condotti e dai fili di una tecnologia impazzita, retrograda e controproducente; racchiuso in una metropoli cupa, infinita e fuori dal tempo. Il sistema è sull&#8217;orlo costante del collasso, sbriciolato dalla composta furia ordinatrice del Sistema Centrale.</p>
<p>Benvenuti nell&#8217;oscuro e caliginoso mondo di &#8220;Brazil&#8221; (1985), la satira distopica, permeata da un irresistibile humour nero, di Terry Gilliam (ex Monty Python), geniale e visionario regista da sempre perseguitato da mille sfortune<sup>1</sup>.</p>
<h1>Come ho imparato a convivere con il sistema</h1>
<p>Gilliam ha definito il suo <a href="http://italian.imdb.com/title/tt0088846/">capolavoro</a> &#8220;l&#8217;incontro di Franz Kafka con Walter Mitty&#8221;, fantasmagorica fusione tra le aporie dello scrittore praghese ed il sognatore della letteratura americana <a href="http://www.all-story.com/issues.cgi?action=show_story&amp;story_id=100">inventato</a> da James Thurber.  Brazil<sup>2</sup>, infatti, è un sogno intrappolato in un incubo. Il protagonista è Sam Lowry (ruolo cucito su misura per Jonathan Pryce), un anonimo e per nulla ambizioso funzionario del Ministero dell&#8217;Informazione, uomo all&#8217;apparenza perfettamente integrato nel sistema dal quale riesce a fuggire solamente grazie alla fantasia onirica.</p>
<p>Quello dell&#8217;appartenenza ad una struttura (politica o sociale) è uno degli innumerevoli temi sviscerati nel film. La realtà può finire fuori controllo non tanto per colpa del sistema, quanto piuttosto perchè il sistema è formato da ognuno di noi. La mostruosità sta negli ingranaggi, non nel macchinario. Nel sistema di Brazil non ci sono grandi leader, uomini forti o dittatori spietati: ci sono uomini che compiono onestamente il loro lavoro, per quanto aberrante questo possa essere<sup>3</sup>.  Nessuno di questi, funzionario o semplice cittadino, può uscire dal percorso idealmente tracciato per loro dalla tecnocrazia.</p>
<p>Una simile impostazione porta inevitabilmente a sconvolgere l&#8217;asse dei problemi: non importa se un innocente viene annientato, insieme alla sua famiglia, a causa di un banale errore burocratico - un foglio mancante, una negligenza di un impiegato, uno scambio di nomi. E&#8217; l&#8217;errore burocratico il male da estirpare, la disfunzione da correggere ad ogni costo. Soprattutto a scapito dei diritti civili e politici. Quando Lowry si accorge dell&#8217;anomalia diventa automaticamente un nemico del regime, un terrorista; ma diventa anche un simbolo. Il simbolo di un&#8217;umanità che cerca disperatamente di sottrarsi alla realtà rifugiandosi nei sogni, nelle visioni.</p>
<h1>War of terror</h1>
<p>Brazil è disseminato di esplosioni. Esplodono negozi, esplodono condotture dell&#8217;aria, esplodono ristoranti. Le bombe scuotono tiepidamente una popolazione completamente assuefatta, che il Sistema Centrale ha già ampiamente stritolato con i suoi tentacoli burocratici. Il governo ha la necessità di mantenere lo status quo, di perpetrare se stesso, e per fare ciò ha bisogno di un nemico. Ha bisogno della paura. Ha bisogno del terrorismo.</p>
<p>Tutti i nemici del regime sono dei terroristi. Ma non perchè organizzano stragi o sequestri: l&#8217;attentato più devastante è quello sferrato all&#8217;ordine costituito senza l&#8217;utilizzo della violenza. Harry Tuttle (interpretato da un sorprendende Bob De Niro), ad esempio, è un ingegnere clandestino che ripara tubi. Ma è anche (e per questo) un terrorista, perchè sovverte lo status quo: per riparare i tubi, infatti, serve l&#8217;autorizzazione del sistema, servono moduli da firmare, servono carte bollate. La lotta armata, in Brazil, si compie attraverso la deregolamentazione della vita.</p>
<p>Il vero terrorismo, in realtà, è quello di stato (<a href="http://www.strano.net/stragi/tstragi/pfontana/index.html">suona familiare</a>?). Una forma di terrore che non esita a far saltare per aria i suoi sottoposti e a ricorrere alla tortura per estorcere informazioni ai presunti &#8220;terroristi&#8221;. In pratica, Gilliam è arrivato ad Abu Grahib e a Guantanamo vent&#8217;anni prima del dovuto, così come Orwell era arrivato ai giorni nostri, ed oltre.</p>
<h1>Aquarela do Brazil</h1>
<p>Visivamente (e anche sonoramente<sup>4</sup>) il film è una meravigliosa deflagrazione di stili diversi, carico di riferimenti letterari, cinematografici ed iconografici. La curatissima scenografia miscela alla perfezione il barocco, l&#8217;art dèco, il noir, lo steampunk ed il cyberpunk, le architetture di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Metropolis_(film_1927)">Metropolis</a> ed i blocchi squadrati dell&#8217;urbanistica fascista. Anche l&#8217;oggettistica (favolosi i computer) è una fusione tra epoche diverse, tra il retrò e l&#8217;avveniristico. Le atmosfere plumbee della metropoli sono spezzate solamente dalle scene oniriche, nelle quali la gamma cromatica si amplia a dismisura sino a sfociare nel fantasy.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-480" title="Brazil" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/06/brazil2.jpg" alt="" width="448" height="277" /></p>
<p>Tutto il film è permeato da un simbolismo esasperato. I tubi, ad esempio, sono il portato tangibile dell&#8217;oppressione della burocrazia e del totalitarismo. Essi sono ovunque: nell&#8217;appartamento del protagonista sono inizialmente nascosti dietro i pannelli, salvo poi conquistare del tutto lo spazio abitativo (per un guasto causato dall&#8217;ingegnere pazzo interpretato da Bob Hoskins); nel Dipartimento dell&#8217;Informazione sono parte integrante dell&#8217;edificio, corrono sopra il soffitto; invadono gli uffici ed i ristoranti; nella casa della famiglia Buttle occupano più spazio degli esseri umani.</p>
<p>La povertà e la sudditanza al regime sono inversamente proporzionali all&#8217;invasività dei tubi. L&#8217;unico posto in cui questi non si vedono è il dipartimento per il Recupero delle Informazioni (che nel film non riesce mai a recuperare nulla), dove tutte le condutture vanno a confluire, il terminale ultimo del regime. Un regime impersonale, astratto, rappresentato dagli imponenti ed inquietanti palazzi che ospitano i vari dipartimenti.</p>
<p>Anche la presenza della tecnologia, peraltro praticamente inutilizzabile e spesso pericolosa, è assolutamente pervasiva ed arriva a contaminare anche la lunga sequenza finale, in bilico tra finzione e la realtà, nella quale Sam, tra le altre cose, è alle prese con un enorme samurai composto esclusivamente da componenti elettronici ed informatici.</p>
<h1>Sleep on dream on</h1>
<p>Brazil ha anticipato, purtroppo, gli ultimi trend in voga nelle democrazie odierne: la <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/7463333.stm">progressiva erosione</a> dei diritti civili in nome di una sempre più artificiosa esigenza di sicurezza; le <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/NSA_warrantless_surveillance_controversy">massicce violazioni</a> alla privacy con la raccolta indiscriminata di dati sensibili; la sempre più pressante necessità per il potere centrale di regolare ed irregimentare Internet, ovverosia l&#8217;ultimo posto al mondo che dia qualche parvenza di libertà.</p>
<p>Una pellicola da avere ben presente, impressa in testa come monito, quando tutto andrà a rotoli e sarà il momento di rifugiarsi, come Sam Lowry, in un sogno fatto di ironia nera, incastonato in un incubo senza fine. Un tormento in cui dobbiamo dormire tranquillamente, senza porci tante domande. Sono gli altri a dirci cosa fare. Noi, semplicemente, abbiamo la libertà di vivere quello che ci viene imposto.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_479" class="footnote">Abbastanza ironicamente - specialmente se si considera che uno dei temi principali del film è quello sulle storture della burocrazia - Gilliam ha dovuto lottare strenuamente con gli studios di Hollywood per vedere il film proiettato nelle sale. Proprio così: non per evitare tagli selvaggi o scriteriati rimaneggiamenti. Per farlo uscire al cinema.</li><li id="footnote_1_479" class="footnote">Il titolo originale della pellicola doveva essere &#8220;1984½&#8221;, duplice omaggio ad Orwell e a Fellini. Per ragioni legate ai diritti d&#8217;autore (maledetto copyright) ed al fatto che nel 1984 era uscita la trasposizione cinematografica della celeberrima opera, Gilliam ha ripiegato su Brazil, dal titolo del leit motif del film: &#8220;Aquarela do Brasil&#8221;.</li><li id="footnote_2_479" class="footnote">Piuttosto esplicative le scene ambientante all&#8217;interno della camera per il Recupero Informazioni (cioè la camera delle torture), perfetta rappresentazione della banalità del male. Una chicca: il set è stato ricavato da una torre di raffreddamento di un impianto per la produzione dell&#8217;energia, nell&#8217;Inghilterra meridionale.</li><li id="footnote_3_479" class="footnote">La colonna sonora, oltre a riproporre continuamente il citato &#8220;Aquarela do Brasil&#8221;, è saturata da suoni metallici che si alternano a pezzi strumentali ed orchestrali - un alone acustico fragoroso che accompagna perfettamente lo stile debordante del film.</li></ol>	<p></p>
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	<small><p>&copy; LPR for <a href="http://www.laprivatarepubblica.com">La Privata Repubblica</a>, 2008. |
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		<title>Domu, Il Sogno Di Un Bambino</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jun 2008 02:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il cappellino di Takeshi è veramente bello, sai, con quelle alette appiccicate ai lati. Già, sembrano d'argento. Però Takeshi è anche uno stupido, è così goffo in tutto quello che fa, cade continuamente dallo skate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-453" title="Domu" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/06/domu.jpg" alt="" width="448" height="286" /></p>
<p>Il cappellino di Takeshi è veramente bello, sai, con quelle alette appiccicate ai lati. Già, sembrano d&#8217;argento. Però Takeshi è anche uno stupido, è così goffo in tutto quello che fa, cade continuamente dallo skate. Forse è per questo che si è buttato dal decimo piano? Takeshi si è sfracellato al suolo, all&#8217;ombra dell&#8217;enorme complesso popolare Tsutsumi, alla periferia di Tokyo.</p>
<p>E&#8217; solo l&#8217;ultimo di una lunga serie di suicidi. Il venticinquesimo in tre anni appena. La polizia non può più stare a guardare, è costretta ad aprire un&#8217;indagine ufficiale. Detective Takayama, il caso è tuo.</p>
<p>Inizia così Domu<sup>1</sup> (1980-1983), opera &#8220;minore&#8221; - nel senso di meno conosciuta - di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Katsuhiro_Otomo">Katsuhiro Otomo</a>, autore del rinomato manga ed anime <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Akira_(manga)">Akira</a>. Ma mentre quest&#8217;ultimo è un&#8217;epopea che si snoda in migliaia di pagine, animata da miriadi di personaggi, sconvolto dall&#8217;ossessione per la bomba e calato in una società post-apocalittica, Domu è invece un manga più intimo, conciso e circoscritto.</p>
<p>Tra le fonti d&#8217;ispirazione di Otomo c&#8217;è stato, per ammissione dello stesso, un articolo sulla depressione che all&#8217;epoca (e purtroppo ancora oggi) si radicava negli abitanti di questi immensi caseggiati, catalizzatori di disagio sociale, di povertà e di emarginazione<sup>2</sup>. La questione, tuttavia, non è centrale nel manga: sta in retroscena, è vista sotto una lente anamorfica. Così come lo è, del resto, la questione dei suicidi<sup>3</sup>, mero pretesto per la storia.</p>
<p>La vicenda di Domu, infatti, è tutta incentrata sulla maturità e sulla digressione mentale nei vari stadi della vita. Molti dei personaggi presenti nel manga sono in uno stato cerebrale arretrato, fanciullesco, crepuscolare: Tsutomu è un ragazzo che non riesce a crescere e ad entrare nell&#8217;università; il padre di Hiroshi è perennemente ubriaco; &#8220;Little&#8221; Yo è un gigante con il cervello da infante; il signor Cho (l&#8217;artefice dei <em>suicidi</em>) è un vecchio raccoglitore di cianfrusaglie apparentemente innuocuo, ma che in realtà si diverte ad usare i suoi strani poteri psichici per uccidere gli abitanti del complesso ed impossessarsi dei loro oggetti.</p>
<p>La storia cambia quando entra in scena Etsuko, una bambina trasferitasi di recente nel condominio, con la famiglia. Anche lei è dotata di poteri paranormali; a differenza del vecchio, però, è consapevole dell&#8217;enormità di quei poteri, ed è dunque in grado di tracciare una linea, seppur approssimativa, tra il bene ed il male. Tra i due scoppia una specie di contesa, un gioco letale tra l&#8217;irresponsabilità senile e la maturità infantile. Un climax travolgente che inevitabilmente sconquasserà ancora di più il complesso, fino alla resa dei conti finale.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-456" title="Domu" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/06/domu2.jpg" alt="" width="448" height="246" /></p>
<p>E&#8217; qua che Otomo realizza il gioiello narrativo e stilistico: lunghi piani sequenza privi di dialogo sui volti dei due antagonisti, tavole che vanno a ritrarre l&#8217;intero spettro delle emozioni, scene ovattate prive di sonoro. Il tutto mentre la realtà circostante, spaziosa e claustrofobica, si incrina (splendidi i riquadri di Etsuko sull&#8217;altalena) sotto i colpi delle folli fantasie oniriche.</p>
<p>Sogni che rimangono scolpiti, indelebili, nell&#8217;impero della mente. Indimenticabili come Domu, il sogno di un bambino.</p>
<ol class="footnotes"><li id="footnote_0_452" class="footnote"><em>Domu</em> è un nome composto: <em>do</em> significa bambino; <em>mu</em> significa sogno.</li><li id="footnote_1_452" class="footnote">Su un tema simile, avuto riguardo delle differenze culturali ed ambientali, J.G. Ballard ha scritto il romanzo &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788807817557/ballard-james-g/condominio.html">Il Condominio</a>&#8220;.</li><li id="footnote_2_452" class="footnote">In Giappone c&#8217;è sempre stato <a href="http://www.economist.com/world/asia/displaystory.cfm?story_id=11294805">uno stillicidio</a> di suicidi. Molte morti sono legate a difficoltà economiche: alcuni si tolgono la vita per levare dalla miseria i parenti, grazie alle assicurazioni sulla vita; altri (la maggioranza) perchè rimasti senza lavoro. In Giappone, bruciata la prima chance, è praticamente impossibile reimmettersi nel mondo del lavoro. Oltre alle questioni sociali, la tradizione samurai vede il suicidio come un gesto nobile; le religioni principali (buddismo e shintoismo) assumono una posizione neutra in merito al suicidio.</li></ol>	<p></p>
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		<title>Barbie Doll Screwed On Pink Couch</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jun 2008 11:52:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Minculpop]]></category>

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		<category><![CDATA[liaisons dangereuses]]></category>

		<category><![CDATA[pornodipendenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono un pornodipendente. Cioè, in realtà lo sono sempre stato. Ho incominciato con i giornaletti porno, quelli con le fotostory. Poi le gloriose VHS. Poi internet: la fine. Adesso ci sono Redtube, Youporn e compagnia assortita, figurarsi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-407" title="Barbie Doll" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/06/barbiedoll.jpg" alt="" width="448" height="285" /></p>
<p>Sono un pornodipendente. Cioè, in realtà lo sono sempre stato. Ho incominciato con i giornaletti porno, quelli con le fotostory. Poi le gloriose VHS. Poi internet: la fine. Adesso ci sono Redtube, Youporn e compagnia assortita, figurarsi. Senza dimenticare tutte le foto softcore di corriere.it, repubblica.it e compagnia varia. E l&#8217;upskirt di Linsday Lohan.</p>
<p>Ad ogni modo, non sapevo di essere malato. Magari qualche volta si, insomma, esageravo un pò con le razioni quotidiane. Mi divertitavano soprattutto i titoli: &#8220;xxx anal porn lesbians suck fuck interracial AWESOME!!!!! xxxxxx&#8221;; &#8220;TROIONA pazzesca succhia cazzo negro enorme sborra anal DA VEDERE!!!!!!!&#8221;; &#8220;samantha xxx biatch likes it in the ass big cock cumload first time raped hard xxxxxxx sex anal porn xxx&#8221;; &#8220;sexx preteen blond barely legal rape gangbanged spanked in the ass anal xxx xxx&#8221;, etc.</p>
<p>Ma farne una malattia no, insomma. Eppure sono malato, dannazione. Ero solo nella mia disperazione, nella mia vergogna, nella mia mancanza di autostima. Fortunatamente mi sono imbattutto in <a href="http://www.noallapornodipendenza.it">questo sito</a>. Ed ora non sono più solo: siamo in tanti, e dobbiamo sostenerci a vicenda. Dobbiamo dire NO alla <a href="http://www.pornodipendenza.it">pornodipendenza</a>, opporci alla terribile industria della Donna A Caso Presa Per Strada Che Ride Mentre Viene Scopata Violentemente Da Perfetti Estranei, che ci stritola e ci costringe a comprare scorte impressionanti di kleenex e ad imbrattarci i pantaloni di sgradevoli macchie vischiose (per non parlare dei monitor!).</p>
<p>Ho anche fatto <a href="http://www.psicolinea.it/t_q/sei_pornodipendente.htm">un test</a>. Su internet, perchè di andare dal medico per ora non se ne parla. Ho totalizzato un punteggio di 89. La descrizione del mio profilo non è molto incoraggiante: &#8220;Ormai le scene del porno invadono la tua vita ed i          tuoi pensieri in maniera ossessiva, continua, martellante. Vorresti che          la tua vita reale somigliasse a quella delle tue fantasie indotte, ma          non è così e ti senti un frustrato/a. Trovi rifugio nella masturbazione,          nel voyeurismo, nel sesso occasionale. Il rischio è quello          di sconfinare dalla semplice trasgressione privata         agli abusi puniti dal codice          penale<span style="font-family: Arial;">&#8220;.</span> NOOOOO! Io non voglio finire in galera per aver scaricato un porno!! Non sono ancora finito su Cronaca Vera, capitemi, non posso finire in carcere! Non sono così religioso!</p>
<h1>Truly a hot MILF</h1>
<p>Per farvi capire la gravità della mia malattia, riporto delle toccanti testimonianze di alcuni miei colleghi di psicopatologia. Impressionatevi. Sono agghiaccianti.</p>
<blockquote><p>Mi sono collegato al gruppo preso dalla tentazione, per cercare di            sfuggire, ma non è servito&#8230; Ho ceduto e mi dispiace un sacco&#8230;<br />
Di nuovo l&#8217;occasine è stata la solitudine: dopo aver passato la            serata, una bella serata, con la mia ragazza, l&#8217;ho portata a casa sua            e, tornato a casa mia, mi sono connesso&#8230;</p></blockquote>
<p>(Uhm. Si vede che la ragazza, mentre eravate sul divano, non si è messa i tacchi da 12 centrimetri e non ha urlato &#8220;UHHMM YEAH FUCK ME HARD, I WANT YOU TO CUM IN MY MOUTH&#8221;. Succede, non è il caso di abbattersi.)</p>
<blockquote><p>Ho avuto la        certezza di essere un pornodipendente quattro mesi fa circa, quando nel        massimo della disperazione (ovvero dopo l&#8217;ennesima seduta) ho digitato la        parola porno dipendenza e tra le lacrime vi ho trovati&#8230;da allora non mi        sono più collegato ai siti porno e ho preso piena coscienza del problema&#8230;</p></blockquote>
<p>(Che bella immagine: un massacrato di seghe che piange e mescola le lacrime allo sperma, con il pisello pendulo e gonfio. Ma io so di chi è la colpa. Ehhh, lo so eccome. E&#8217; di questo web 2.0, questi siti pesanti da caricare, questi video in streaming che si caricano lentamente. Non si può lavorare con il 56k. Dico: ci voleva tanto a farsi un&#8217;adsl come si deve? Serviva disperarsi?)</p>
<p>Poi c&#8217;è la donna del pornodipendente. Una donna tradita, offesa, umiliata, carpita nell&#8217;intimo, stanca di pulire scrivanie, di portare lenzuola stinte in lavanderia, di sentire il suo compagno nell&#8217;altra stanza che geme e grunisce come un animale insieme ai protagonisti del suo video hardcore.</p>
<blockquote><p><span style="font-style: normal;"> Ho conosciuto uno splendido uomo circa tre anni fa, alto, magro, bel          corpo, attraentissimo e sexy da impazzire. Abbiamo iniziato a          frequentarci e tra noi si è stabilito uno splendido legame, solo che qualche tempo fa ho scoperto che passa le sue giornate davanti al pc non          per lavorare ma per guardare i siti porno. Il suo computer è          letteralmente pieno di video e foto XXX! Cosa devo fare?<br />
Samantha</span></p></blockquote>
<p>(Oooooh! Samantha, prova con <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Teabagging">questo</a>. Di solito funziona.)</p>
<blockquote><p><span style="font-style: normal;">Il problema è il mio &#8220;Lui&#8221;. Questo &#8220;lui&#8221; ha un          nome: Andrea. Ho 38 anni e lui 37 stiamo insieme da quasi 2 anni e da 5          mesi conviviamo. </span><span style="font-style: normal;">La mia attività è informatica e percio&#8217; sia a casa che          in ufficio ho dei computers. Da quando conviviamo ho scoperto che la          passione di Andrea sono scaricare filmini pornografici ore e ore&#8230; Io          lo so perche&#8217; essendo un&#8217;informatica ed anche un pochino &#8220;hackerina&#8221;          leggo tutti i movimenti del mio computer e quindi leggo anche i suoi di          movimenti. Inizialmente ho discusso furiosamente poi quel &#8220;disgraziato&#8221;          di Andrea mi ha fatto sentire in &#8220;colpa&#8221; dicendomi che tutti lo fanno e il suo è solo divertimento e          curiosità.</span></p></blockquote>
<p>(Forse Andrea semplicemente non si trova granchè bene con una che si definisce &#8220;hackerina&#8221;, ed il porno è la naturale, obbligata e dignitosa scelta di vita. Prova a fargli una sega mentre guarda i suoi filmini, vedrai che Andrea sarà felicissimo e tu la smetterai di &#8220;leggere&#8221; tutti i movimenti del computer!)</p>
<blockquote><p><span style="font-style: normal;"> io ho provato a fargli leggere qualche articolo ma lui mi risponde che          non è malato e gli fa male molto male che io arrivi a pensarlo!<br />
Ti giuro le ho provate tutte: incazzandomi, parlandone anche con          dolcezza e facendogli capire che sono una donna di mondo. Lui mi ripete          che vorrebbe piu&#8217; complicita&#8217; provando magari a vedere assieme qualche          film trasgressivo.</span></p></blockquote>
<p>(Fermi, fermi! Ti dico io che film trasgressivi potresti andare a vedere: &#8220;A caval donato lo si prende in bocca&#8221;, &#8220;Anali estremi, estremi rimedi&#8221;, &#8220;Papà ti scopo tua moglie&#8221; (dell&#8217;ottimo <a href="http://caminadella.wordpress.com/2008/03/19/andrea-verde-un-difensore-della-cultura-italiana-allestero/">Andrea Verde</a>), &#8220;Sopra gli anta la voragine è tanta&#8221; e molti altri ancora!)</p>
<blockquote><p>nel 2004 scopro pornodipendenza guerra, rabbia ma          sempre vicina per amore e con l&#8217;aiuto di piscologa che mi spiega che può          aver trovato un un altro modo per sfogare la dua depressione senza          togliere secondo lui nulla alla famiglia. Ha cominciato a fare sedute          gruppali a roma fino ad ottobre 2006 poi a dic scopro che di nuovo gioco          d&#8217;azzardo e PD l&#8217;ho lascato me lo sono ripreso ed ora di nuovo          lui è nel tunnel io non voglio più risntrarci  solo guardarlo mi fà          schifo!!!!</p>
<p>Con affetto anna</p></blockquote>
<p>(Cara anna, se il tuo lui fa, o ha fatto, sedute gruppali è naturale che rsntrarci nel tunnel della PD è l&#8217;unica soluzione ai suoi problemi. Tu, nel frattempo, continua a rivolgerti alla pisciologa.)</p>
<p>Potrei continuare ancora per molto. Ma sarebbe troppo straziante. Alla fine ne ho parlato in famiglia, ho sentito i pareri delle mie varie ragazze, mi sono consultato con alcune minorenni nel mio ultimo viaggio in Thailandia e ho deciso che la pornodipendenza, in questa fase della mia vita, è il problema più grosso. Andrò da un medico e svuoterò il pacco.</p>
<p>Sto impazzendo, ho paura, paura di sentirmi ansimare e sospirare di fronte ai miei video osceni, paura di continuare a mentire. Faccio parte della &#8220;XXX Generation&#8221;. Il porno è tra noi. Signore, libera nos a malo. Aiutatemi.</p>
	<p></p>
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		<title>Cannibal Holocaust</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 11:41:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Widescreen]]></category>

		<category><![CDATA[cannibalismo]]></category>

		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>

		<category><![CDATA[documentario]]></category>

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		<category><![CDATA[snuff movie]]></category>

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		<description><![CDATA[I B-Movies. Qualcuno prima o poi dovrà renderne conto. Dell'orripilante definizione, dico. Un film o è bello o è brutto: non esistono film di serie A e film di serie B, anche perchè sennò si arriverebbe a dire che la serie A, spesso e volentieri, fa decisamente più schifo della serie B.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-390" title="Cannibal Holocaust" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/06/cannibalholocaust.jpg" alt="" width="448" height="287" /></p>
<p>I B-Movies. Qualcuno prima o poi dovrà renderne conto. Dell&#8217;orripilante definizione, dico. Un film o è bello o è brutto: non esistono film di serie A e film di serie B, anche perchè sennò si arriverebbe a dire che la serie A, spesso e volentieri, fa decisamente più schifo della serie B. &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cannibal_Holocaust">Cannibal Holocaust</a>&#8221; è l&#8217;esempio cristallino di un film <em>figlio di un dio minore</em> che, con il tempo, si è saputo rivelare per quello che è: una denuncia folle, sconfortante e spietata del sistema massmediatico - una pellicola di culto che all&#8217;epoca (1979) era incomprensibile, talmente era proiettata nell&#8217;avvenire.</p>
<h1>The one that goes all the way</h1>
<p>Cosa succederebbe se un giornalista televisivo si mettesse a torturare, a violentare, a massacrare e ad impalare i soggetti del suo reportage? (Vespa, Mentana e Minoli non sono inclusi nel pacchetto: troppo facile sennò). Ve lo dico io: niente. Nessuno, infatti, lo verrebbe a sapere, talmente tanto connaturata è la manipolazione all&#8217;informazione odierna. Questa, in sintesi, è la trama del film di Ruggero Deodato - per anni e anni ingiustamente liquidato come irriducibile attention whore e come sordido cineoperatore.</p>
<p>Il film è diviso in due parti: la prima, <em>The Last Road to Hell, </em>mostra le ricerche del professor Monroe, incaricato di mettersi sulle tracce di quattro reporter scomparsi improvvisamente nella giungla, ed è girato in 35mm; la seconda, <em>The Green Inferno</em>, è il girato (in 16mm) della troupe. Quest&#8217;ultima è sicuramente la parte più interessante di CH, vera e propria discesa negli abissi di un delirio cronachistico intriso di sangue, raccapricciante, fatto di squartamenti, di cannibalismo, di uccisioni vere di animali (che causarono grossi problemi legali a Deodato), di efferatezze, in costante bilico tra riprese documentaristiche e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Snuff">snuff movie</a>, il tutto accompagnato dalla splendida e disturbante (per il contrasto con le immagini della pellicola) colonna sonora di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=pkUnfm0H50w">Riz Ortolani</a>. Un film nel film, idea che venne poi ripresa, con ingiustificato successo commerciale, da &#8220;The Blair Witch Project&#8221; e da altri epigoni, con risultati alterni (spesso deludenti).</p>
<p>Cannibal Holocaust, che appartiene al genere dei cannibal movies, è anche una dura e cruda critica ai <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mondo_movie">mondo movies</a>, tristissime e perverse operazioni cinematografiche inaugurate da Jacopetti e Prosperi nei primi anni Sessanta: trattasi di reportage etnografici, vere e proprie deformazioni della realtà, bufale sensazionalistiche che spacciavano il falso per il vero, traendo in inganno l&#8217;ignaro spettatore grazie alla furbesca confezione documentaristica. Insomma, dei predecessori dei telegiornali odierni.</p>
<h1>Snuff media</h1>
<blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm;">&#8220;Non dobbiamo dimenticare che sulla terra esistono ancora i selvaggi, uomini il cui livello sociale non è arrivato al di là dell’età della pietra, esseri il cui livello morale è rimasto all’istinto della giungla: primitivi che vivono in un mondo ostile e spietato dove vige ancora la legge del più forte&#8221; (<em>dalla <a href="http://www.youtube.com/watch?v=OHfAc3CJStQ&amp;feature=related">scena iniziale</a> di CH</em>)</p>
</blockquote>
<p>Deodato gioca sicuramente al rialzo: se i mondo movies erano aberranti, CH lo è nella massima misura. Ma è un&#8217;aberrazione satirica, un atto d&#8217;accusa alla dilagante necrofilia del sistema informativo occidentale. L&#8217;accostamento tra violenza/sangue/morte e televisione è suggerito a chiarissime lettere, sbattuto sul muso in maniera brutale, tranciante.</p>
<p>Non c&#8217;è da sorprendersi, del resto, se la televisione riversa ettolitri di sangue sulle tavole di milioni di persone (rigorosamente ad ore pasti), nè se si moltiplicano all&#8217;ennesima gli speciali su fatti di cronaca nera, nè se molti sono (o sono diventati) avvezzi al gusto del macabro, al particolare grand-guignolesco. E&#8217; il portato normale, atrocemente logico, di un modo di fare informazione che cerca a tutti i costi la sensazione viscerale, la razione quotidiana di cadaveri, l&#8217;avvenimento truculento.</p>
<p>Il titolo stesso è un ossimoro piuttosto indicativo. <em>Cannibal </em>evoca immagini disturbanti, negative: l&#8217;uomo che si ciba dell&#8217;uomo, <em>homo homini lupus</em> - letteralmente. <em>Holocaust</em> (<em>holos</em> e <em>kaustos</em>), invece, significa sacrificio di innocenti sull&#8217;altare: se nel film gli innocenti sono paradossalmente i cannibali, nella realtà gli innocenti (ma neanche troppo, a volte) sono intere generazioni che hanno dovuto pagare, insensatamente, un tributo intellettuale elevatissimo all&#8217;assurda spettacolarizzazione mediatica della morte, non più schifosa e lasciva, tragica; ma la morte elevata a show, cannibalismo mediatico ben ritratto nel film dall&#8217;agghiacciante allocuzione &#8220;Continua a girare!&#8221; proferita da uno dei protagonisti in una delle scene più drammatiche.</p>
<p>In conclusione, sono sempre state assolutamente comiche le accuse rivolte al film di Deodato di essere uno snuff movie (notoriamente una leggenda metropolitana, dato che nessuno ne ha mai visto uno), oppure di essere <em>troppo violento</em>: &#8220;ODDIO, SI VEDE UNO CHE MANGIA LE BUDELLA DI UN ALTRO, CHE SCANDALO!!&#8221; Embè? Se uno ha voglia di vedersi qualcosa di veramente snuff non ha che da compiere un gesto semplicissimo: accendere la televisione, sedersi e lasciarsi trasportate dal flusso incessante ed infinito dei trapassi catodici. Finchè morte non vi separi.</p>
<p>(Dimenticavo: per gridare al capolavoro basterebbe vedere Luca Barbareschi che amputa arti, che spara a bruciapelo addosso ad un maialino, che filma lo squartamento di una tartaruga gigante e che stupra un&#8217;indigena.)</p>
	<p></p>
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		<title>Giochi Sacri</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jun 2008 00:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Livres]]></category>

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		<description><![CDATA[La Grande Partita è infinita, non conosce sosta. Se fermata o circoscritta o bloccata, immediatamente si rigenera, riprendendo il suo naturale corso. Il grande gioco si snoda tra le strade impolverate di Bombay, lerce e brulicanti di vita e di morte]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-377" title="Giochi Sacri" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/06/giochisacri.jpg" alt="" width="448" height="289" /></p>
<p>La Grande Partita è infinita, non conosce sosta. Se fermata o circoscritta o bloccata, immediatamente si rigenera, riprendendo il suo naturale corso. Il grande gioco si snoda tra le strade impolverate di Bombay, lerce e brulicanti di vita e di morte, tra i missili che piovono al confine tra India e Pakistan, tra guerre striscianti e umiliazioni decennali, tra ambigue operazioni di intelligence, tra capimafia al servizio della ragion di Stato, tra poliziotti corrotti &amp; collusi e tra poliziotti onesti ma disillusi, il tutto all&#8217;ombra minacciosa dell&#8217;arcobaleno della gravità nucleare. Tutti i giochi sono sacri.</p>
<p>Il <a href="http://www.ibs.it/code/9788804560562/chandra-vikram-a/giochi-sacri.html">ponderoso libro</a> (più di mille pagine) di Vikram Chandra è un&#8217;opera complessa, così com&#8217;è articolata la storia che si accinge a narrare. Strutturata come un mandala buddista/indù (disegno composto dall&#8217;associazione di diverse figure geometriche), la trama inizialmente segue i canoni della crime novel, vera e propria detective story di poliziotti e <em>bhai</em> (termine indù per boss). Ma è solo un pretesto: l&#8217;autore progressivamente ne abbandona gli stilemi, biforcando la storia principale (l&#8217;incontro tra l&#8217;ispettore Sartaj Singh ed il capomafia Ganesh Gaitonde, l&#8217;unico personaggio a cui è concesso il beneficio/maleficio della prima persona) ed incastonandola di inserti che raccontano storie lontane sia spazialmente che cronologicamente, ma tutte correlate a Bombay e soprattutto allo sfrenato disordine del mondo.</p>
<p>Mumbai è il fulcro di &#8220;Giochi sacri&#8221;. Città di una bellezza sfolgorante, quasi terrificante, continuamente rovinata dalle intemperie umane: inquinamento, aria fetida, povertà assoluta e diffusa, corruzione dilagante, criminalità spietata, intrecci perversi tra politici, imprenditori, mafiosi e star di Bollywood. Una città crivellata dal crimine, fino a marcire. Una metropoli moderna attraversata da frizioni religiose insanabili. Le persone che sono stanche di Bombay sono stanche della vita, e viceversa. Il sistema prevede una sola uscita: la morte. L&#8217;intelaiatura è sineddotica: Mumbai sta a dire India contemporanea, e India significa estremo occidente; violenza, economia liberista, sviluppo, espansione ed involuzioni fondamentaliste che sottendono ad una società frantumata, a partizionamenti forzati e ad estenuanti conflitti a bassa intensità (Kashmir su tutti).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">La battaglia (il gioco) si svolge su due piani: uno contempla la caoticità del mondo, la sua imperfezione congenita, l&#8217;inevitabile dolorosità; l&#8217;altro prevede un&#8217;innaturale instaurazione di ordine e purezza. Il primo piano comporta scelte sofferte, poliedriche, situazioni di forte compromissione dettate dall&#8217;inevitabilità di quella particolare contingenza - che sia introspettiva, geopolitica, sentimentale o quant&#8217;altro.</p>
<p>E così l&#8217;ispettore Sartaj cerca di ricomporre la sua vita relazionale distrutta dal divorzio, di trovare una composizione tra la sua malinconica solitudine ed il suo innato romanticismo, di non soccombere alla corruzione stritolante; il boss Gaitonde cerca rimedi su Internet per aumentare i centrimetri del suo pene, mentre gradualmente acquisisce la consapevolezza tragica ed epica della sua figura; criminali in grado di rivoltare intere città si costruiscono universi morali di dubbia consistenza per fronteggiare la morte che tutto recide; puttanelle sfrontate giungono a Bombay in cerca di gloria, pronte ad arrampicarsi sulla scala del successo bollywoodiano; politici nazionalisti si accordano con la criminalità organizzata; spie fanno il doppio ed il triplo gioco; poveri istruiti si danno alla lotta armata, votandosi ad una rivoluzione  impossibile, destinata ad essere tradita dai suoi adepti - tutto questo sullo sfondo di una partita enorme, <em>larger than life</em>, che inghiotte aspirazioni, emozioni, vite, uomini.</p>
<p>Il mondo, alla fine, è fatto di relazioni strettamente collegate tra loro, sfuggenti, quasi mistiche, come fa dire Chandra ad uno degli innumerevoli personaggi memorabili del libro (l&#8217;agente segreto K.D. Yadav):</p>
<blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm;">A K.D. pare sempre di essere seduto nel ganglio di una rete dove si intersecano linee di energia che percorrono l&#8217;intero globo terrestre vibrando, girando su se stesse e cambiando forma. Basta percuotere una corda qui perchè a ventimila chilometri di distanza un uomo si accasci davanti a una porta.</p>
</blockquote>
<p>Il secondo piano, invece, è quello più pericoloso. Il piano integralista in &#8220;Giochi sacri&#8221; prevede l&#8217;intima psicologia del terrore: &#8220;il progresso non può avvenire senza distruzione&#8221;. Il fondamentalismo religioso, splendidamente ritratto nel libro nella figura di Guruji (la guida spirituale di Gaitonde), non può prescindere dal subbuglio atomico: &#8220;Ogni età dell&#8217;oro deve essere preceduta da un&#8217;apocalisse&#8221;.</p>
<p>L&#8217;immagine terrificante, l&#8217;intimidazione della bomba (questione evidentemente sentita in un paese che possiede l&#8217;atomica ed è a sua volta circondato da paesi che la possiedono), lo smantellamento totale della civiltà costituita arriva a scuotere persino il <em>bhai</em> Ganesh - cioè ad atterrire persino Mumbai, impotente di fronte all&#8217;incanto terrificante della depurazione finale:</p>
<blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Immaginai questa città-formicaio divorato dal fuoco che crollava, annerita, si dibatteva e infine spariva. Questi milioni di anime alla deriva conducevano piccole vite miserabili. Dopo che se ne fossero andati, dopo che il vento purificatore avesse spazzato via non solo questa città, ma tutte le altre, ci sarebbe stato spazio per un nuovo inizio.</p>
</blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Mille e più pagine di immersione in un affresco letterario tenuto insieme dall&#8217;abilità di Chandra, dipinto tramite una scrittura impregnata di termini indù non tradotti (fondamentale il glossario in appendice) e di descrizioni ambientali e cittadine che rasentano il lirismo, di sapori acri e forti come la cucina indiana e di esistenze che danzano incontrollabili, ora scontrandosi, ora confluendo l&#8217;una nell&#8217;altra, ora annientandosi, ora scomparendo.</p>
<blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;">Per essere bravi a questo gioco, bisognava sapere come comportarsi con i criminali, e lasciargli compiere azioni malvagie il cui risultato, alla fine, aveva qualcosa di buono. Era necessario. Solo chi non era mai stato su un vero campo di battaglia pretendeva virtù immacolate e azioni pure. Sul campo, tutte le azioni seguivano una morale provvisoria, mentre invece il gioco era eterno.”</p>
</blockquote>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>Paisa vasul.</em> Lo spettacolo è valso il prezzo del biglietto.</p>
	<p></p>
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		<title>Il Divo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 May 2008 19:46:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Widescreen]]></category>

		<category><![CDATA[andreotti]]></category>

		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>

		<category><![CDATA[il divo]]></category>

		<category><![CDATA[mafia]]></category>

		<category><![CDATA[politica]]></category>

		<category><![CDATA[potere]]></category>

		<category><![CDATA[sorrentino]]></category>

		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>

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		<description><![CDATA[C'è un uomo, ripiegato sulla scrivania. Spilloni gli circondano la testa, rimedi cinesi che affiorano dalla penombra come lunghi ed affilati puntelli per arginare l'emicrania. Quell'uomo è Andreotti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignnone size-full wp-image-361" title="ildivo" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/ildivo.jpg" alt="Il Divo" width="448" height="288" /></p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Osip Mandel&#8217;štam</em></p>
<p>C&#8217;è un uomo, ripiegato sulla scrivania. Spilloni gli circondano la testa, rimedi cinesi che affiorano dalla penombra come lunghi ed affilati puntelli per arginare l&#8217;emicrania. Quell&#8217;uomo è Andreotti. Questo film è Il Divo. Quell&#8217;emicrania è il potere.</p>
<p>Era ora. Era ora di finirla con lanuginose introspezioni ombelicali di un paese allo sfacelo. Era ora di affontrare la causa prima e definitiva dell&#8217;agonia di una nazione: la natura assoluta, putrida, estasiante, esaltante, violenta ed assurda del Potere.</p>
<h1>Todo Modo</h1>
<p>Le radici cinematografiche de &#8220;Il Divo&#8221; affondano indubbiamente nel filone storico-politico degli anni Sessanta e Settanta, su tutti Francesco Rosi ed Elio Petri. Dal primo Sorrentino eredita sicuramente la passione civile che anima questo modo di fare cinema, mentre dal secondo la cifra grottesca che rende possibile la denuncia radicale ed il ripudio totale del potere.</p>
<p>Ma non solo. In un certo senso, Il Divo è l&#8217;estrinsecazione cinematografica di un modo di fare letteratura che ha in &#8220;Petrolio&#8221; di Pasolini la prima pietra di paragone e che arriva ai giorni nostri grazie ad &#8220;American Tabloid&#8221; di Ellroy e a &#8220;Romanzo criminale&#8221; di De Cataldo. Ovvero: la creazione di un&#8217;infrastruttura narrativa tale da integrare i buchi neri che costellano il mistero del potere, il tentativo estremo di appianare il deficit cognitivo di una realtà viscida e sfuggente, per sua natura inafferrabile ed indecifrabile mediante gli abituali strumenti cronachistici e storici.</p>
<p>Non è corretto, del resto, parlare di rinascita del cinema civile, di rinvigorimento del filone. Qua siamo di fronte ad una evoluzione del genere. L&#8217;acquisita consapevolezza del mezzo cinematografico unisce ed amalgama perfettamente l&#8217;urgenza della denuncia alla ricercatezza dello stile: una ricercatezza non fine a se stessa, ma funzionale alla narrazione. Se in &#8220;Gomorra&#8221; la drammaticità della realtà campana viene trascinata di peso sullo schermo, immettendola così nell&#8217;immaginario collettivo, ne &#8220;Il Divo&#8221; l&#8217;approccio è diametralmente opposto: trattando della natura occulta del potere, il rigore documentale (tributo ad un altro esponente del cinema civile, Giuseppe Ferrara) deve per forza convergere nell&#8217;invenzione, nella spettacolarizzazione.</p>
<h1>La prima lettera dell&#8217;alfabeto</h1>
<p>Andreotti è la figura che incarna tuttora l&#8217;enigmaticità del potere assoluto e vincolato solo da e a se stesso. Un vincolo puerile, appunto, fatto di ironia (&#8221;<em>la migliore arma per non morire</em>&#8220;) e di regole costantemente rinegoziabili. Di capricci, quasi. Ma anche di sangue, della lunga scia di morte e devastazione che ha accompagnato tutta la carriera politica del Divo Giulio. Stragi, strategia della tensione, massoneria eversiva, omicidi eccellenti, terrorismo, sequestri irrisolti, inquietanti contiguità mafiose: una carrellata di compromessi <em>inevitabili</em> che travolge lo spettatore sin dalla sequenza iniziale (che ha &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=7t9kUYJ1vXA">Toop Toop</a>&#8221; dei Cassius come trascinante accompagnamento sonoro).</p>
<p>Tempo fa Massimo Fini scriveva: &#8220;In un qualsiasi altro Paese d&#8217;Europa Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. Da noi invece la sua statura politica è stata dimezzata dai rapporti ambigui e compromissori che ha dovuto tenere con la mafia. Del resto questo è il destino di ogni democrazia che essendo una somma di oligarchie, politiche ed economiche, e quindi un potere debole deve scendere a patti con ogni altro potere forte, anche se criminale&#8221;.</p>
<p>E&#8217; quello che, in pratica, Sorrentino fa dire ad uno trasfigurato Servillo - che magistralmente si cala nei panni di Andreotti (evidente il riferimento alla maschera di Moro interpretata da Gian Maria Volontè in &#8220;Todo Modo&#8221;) - nel nucleo onirico del film, quello della confessione: è necessario fare del male per fare del bene; è necessario destabilizzare per stabilizzare - meglio, per sopravvivere. &#8220;E&#8217; meglio tirare a campare che tirare le cuoia&#8221;: questo è il vero credo politico e di vita della <em>prima lettera dell&#8217;alfabeto</em>.</p>
<p>Per il resto, la figura che emerge dal film è quella di un uomo complesso ma monolitico, indecifrabile ed ermetico, completamente dedito al potere ed alla sua perpetuazione eterna, al di là del bene e del male. Un uomo solo, isolato, costantemente inseguito dal fantasma di Aldo Moro, il collega e <em>amico </em>lasciato morire in nome di uno Stato che mai Andreotti e la Democrazia Cristiana hanno rappresentato e che nemmeno lontanamente potevano rappresentare.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-362" title="Il Divo" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/ildivo2.jpg" alt="" width="448" height="289" /></p>
<p>Un fatto che è magnificamente raffigurato dalla <a href="http://www.allocine.fr/video/player_gen_cmedia=18816139&amp;cfilm=132962.html">presentazione</a> della corrente andreottiana della DC: una lunga sequenza in slow motion, le auto blu che scaricano dal loro ventre politici, affaristi e cardinali, l&#8217;inquietante fischiettìo (la lusinga ed il richiamo irresistibile del potere) che accompagna progressivamente l&#8217;ingresso in scena dei fedeli andreottiani. Una famiglia politica necessariamente inquinata: usando le parole di Andreotti, &#8220;per far crescere un albero serve il concime&#8221;.</p>
<h1>Caro Divo ti prescrivo</h1>
<p>Il film si occupa principalmente (anche se numerosi sono i flashback) dei primi anni Novanta: si va dalla nascita del settimo ed ultimo governo Andreotti e si arriva sino all&#8217;inizio del processo per mafia. La scelta è oculatissima. Lo stesso Sorrentino ha detto: &#8220;Ciò che accadeva fino al 1989 veniva giustificato con la ragion di Stato della Guerra fredda. Dopo, la natura occulta del potere non s’è più minimamente giustificata, invece s’è accentuata&#8221;.</p>
<p>Mani Pulite, con tutto quello che ne è conseguito, ha spazzato via una classe politica corrotta, sepolta dal peso immane delle tangenti, delle malversazioni e dei ricatti. Ma non solo: ha quasi sospinto Andreotti sull&#8217;orlo del precipizio. Nemmeno all&#8217;epoca del sequestro Moro la caduta era stata così vicina. I processi di Perugia e di Palermo hanno infatti permesso di scavare in profondità nella vita del Divo Giulio, cioè nei meandri più reconditi del potere. Ma neppure in questa occasione è successo nulla. Le istituzioni hanno rigettato la colpevolezza per il semplice motivo che il potere non può condannare se stesso. Il potere non può permettersi il proprio declino.</p>
<p>L&#8217;assoluzione per l&#8217;omicidio di Pecorelli e la prescrizione per le accuse di mafia sono state, infatti, le uniche due soluzioni praticabili per uscire dai processi. L&#8217;unico modo in cui il potere ha potuto assolvere se stesso. Un potere che è dovuto scendere per ragioni sociali, politiche e storiche a transazioni inconfessabili per conservare e mantenere vivo, o quantomeno per far apparire vivo, lo Stato di diritto, in un senso che possiede pienamente la sua forza e la sua logica intrinseca.</p>
<p>Sorrentino ha suggestivamente chiuso il film sull&#8217;immagine di Andreotti assiso al banco degli imputati, scolpendo sulla pellicola l&#8217;unico e ultimo momento in cui si è visto il Divo potenzialmente inchiodato alle sue responsabilità. Uno splendido quadro visivo in cui rieccheggiano, tragicamente maestose, le parole di Aldo Moro: &#8220;Lei uscirà dalla Storia e passerà alla triste cronaca che le si addice&#8221; - capovolte, però. Andreotti uscirà dalla triste cronaca che gli si addice e passerà, molto probabilmente, alla storia.</p>
<p><em>Il Divo</em> è cattivo. <em>Il Divo</em> è maligno. <em>Il Divo</em> è una mascalzonata. <em>Il Divo</em> è un film necessario.</p>
	<p></p>
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		<title>Gomorra</title>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2008 14:10:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Scontriamoci con questa verità, andiamo a sbatterci contro. Corriamo veloci, più veloci del vento, perché l’impatto deve essere forte, tanto forte da far male. Voltiamoci indietro, pensiamo a ciò che avremmo dovuto fare o dire, o quantomeno sapere, e ammettiamo di aver sbagliato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gomorra.jpg" alt="" width="448" height="287" /></p>
<p>Di <strong>Holly Golightly</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>La verità è come un urlo. Controllato e lanciato alto contro un vetro blindato. Con la volontà di farlo esplodere. (Roberto Saviano)<br />
</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Scontriamoci con questa verità, andiamo a sbatterci contro. Corriamo veloci, più veloci del vento, perché l’impatto deve essere forte, tanto forte da far male.  Voltiamoci indietro, pensiamo a ciò che avremmo dovuto fare o dire, o quantomeno sapere, e ammettiamo di aver sbagliato. Sediamoci per due ore davanti alla realtà e osserviamola nel dettaglio, domandiamoci dove siamo stati e perché solo ora viene così vergognosamente smascherato davanti a tutti. Bastano sei storie, solo sei. Non importa vedere tutto,   non si potrà mai vedere tutto. Ma quel che ci viene mostrato non si può dimenticare.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Spegniamo il sole e immergiamoci nella penombra. E, accompagnati da una cantilenante melodia, muoviamo i nostri passi. Lentamente. Attraversiamo le Vele , costeggiamo le strade su cui sostano ragazzi di ogni età per distribuire, come il pane, buste di plastiche cariche di meraviglia. Guardiamo un bambino, diventato <em>per magia uomo</em> meritevole di rispetto, fare i turni di guardia per proteggere gli spacciatori trovandosi, poi, a dover scegliere tra la vita e la morte della madre di un amico diventato un <em>traditore</em>. Seguiamo i passi di un uomo di mezza età, distinto e sobrio al contempo, che bussa alle porte per consegnare quanto spetta ad ogni famiglia da parte di chi comanda, asettico e discreto, mero esecutore di ordini.  Ascoltiamo il rumore degli spari, delle sirene della polizia, delle grida di un dolore ormai rassegnato.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Entriamo in un bar vicino al porto, e guardiamo negli occhi un uomo che vede la propria vita distrutta da un piccolo schermo, in cui è riflessa la sua più bella creazione cui non è stato dato alcun merito, se non un colpo di pistola per essersi venduto alla concorrenza cinese. Mettiamoci in un angolo e lasciamolo salire in silenzio sul suo camion. Poi andiamo via, ricordando che davanti a noi avevamo uno dei sarti più bravi del mondo. Camminiamo in una cava, origliamo le strategie di  un elegante stakeholder per lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici. E ascoltiamo il no di un ragazzo che preferisce perdere un lavoro proficuo pur di non accettare che la vita di un operaio del Nord debba essere pagata con la morte di una famiglia del Sud. Inseguiamo il sogno di due adolescenti che impersonano, in tutto ciò che fanno, un colosso cinematografico di tutti i tempi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Percepiamo la loro paura e la loro ingenuità, camuffate da urla di gloria, di indipendenza e di falso potere mentre si aggirano armati nella gabbia dei leoni, <em>in un mondo che loro non è</em>,  venendo osservati in ogni momento. L’inganno li porta su quella spiaggia, sotto un cielo plumbeo, dove vengono uccisi come bestie, mentre una pala meccanica li solleva come sabbia, portandoli via. Nel nulla.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">D’’improvviso, torna la luce. Restiamo fermi, attoniti, ammutoliti. Il dolore è troppo forte per dire qualsiasi cosa. Sentiamo un pugnale trafiggere il nostro stomaco, impedendo anche il più labile sospiro. Tutto ad un tratto, ci svegliamo da un incubo, pur non essendoci mai addormentati. Era vero, era tutto vero. Quelle persone sono esistite o esistono davvero. Hanno un nome diverso,quello reale, ma che importanza ha.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Ciò che conta sono i fatti. E quei fatti sono stati trasmessi in maniera impeccabile. Inconsapevolmente, abbiamo assistito alla faida dei Di Lauro, al triste lavoro di un sottomarino che porta la mesata alle famiglie del clan, alla storia di Giuseppe e Romeo, alla morte di Carmela Attrice, alla doppia vita del sarto Pasquale, alla presenza cinese che si è imposta sul territorio partenopeo, alla disperazione dei cittadini delle campagne che vendono la propria terra per lo scarico dei rifiuti tossici, ai sotterfugi di chi ne approfitta, in forza di un falso lavoro, fonte di ricchezza immensa.  Abbiamo sentito l’odore dei luoghi,i pensieri della gente,le sensazioni che bruciano sulla pelle. Impossibile staccarsi dai passi, dai movimenti, dalle parole pronunciate in quel dialetto del tutto incomprensibile. Ci siamo immersi in quella realtà, come se la stessimo vivendo noi  in prima persona, come se la paura si fosse impossessata di ogni altra emozione.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><img src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gomorra2.jpg" alt="" width="448" height="290" /></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Penso che la grandezza di Gomorra sia proprio questa. Garrone ha travalicato i confini delle parole, squarciando pagine e pagine di inchieste su traffici economici illegali,  e cogliendo il lato più umano, quello vero, quello tangibile, l’unico capace di destare la reazione. Si è introdotto in un mondo spietato, l’ha osservato, l’ha fatto suo pur mantenendosi fedele alla verità, senza farsi condizionare dai pregiudizi nei confronti di una terra il cui modo di vivere viene giudicato, dai più, sconvolgente. Si è mantenuto lucido, razionale, critico. Nessuna spettacolarizzazione, né enfatizzazione o falsità. Non stavolta. <em>Guerra e morte sono il quotidiano, che non distruggerà la realtà, che non permetterà a nulla di diventare diverso. </em>La speranza sta svanendo, e ciò che prima era indifferenza, ora è pietà mista al disgusto.<em> </em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="left">Quello che resta, si chiama rabbia. La rabbia nel pensare che ,mentre migliaia di persone si recano al cinema per guardare e  curiosare in una realtà così lontana e apparentemente mai rivelata, a Napoli bruciano roghi in mezzo alla strada, vengono aggrediti pompieri, è in corso una fittizia sommossa popolare manovrata anch’essa dai fili nascosti della camorra. Ma questo verrà raccontato solo dopo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Quanto ancora ci si dovrà umiliare, quanto ancora si dovranno vedere giornalisti, <em>eroi</em> per due minuti, addentrarsi dove nessuno ha il coraggio di mettere piede, quanti film ancora dovranno essere proiettati, quanto ancora ci si farà applaudire per una verità così orrenda. Ormai Napoli è un’arma puntata in faccia, un colpo di mitra sparato in aria,un coltello di popart, una pala meccanica in una cava. Napoli è l’Iraq, come qualcuno ha sostenuto. Una volta era un sogno, conosciuto e amato in tutto il mondo, ma nessuno sapeva la verità. E, più si andava avanti, più questa cresceva, rinvigoriva, più veniva nascosta. Ma la verità è sempre una: possiamo nasconderla, possiamo cambiarla, possiamo ignorarla, possiamo minimizzarla. Ma lei rimane lì, immobile. Ci fissa, ci rincorre, ci insegue. Mentre noi distogliamo lo sguardo provando a fuggire come conigli. Perché ci fa paura.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Mi viene in mente una lettera che mai fu letta, il cui contenuto, stracolmo di forza e di indignazione, è stato reso noto dopo tanti anni. Sono le parole di Cipriano, compagno fedele di Don Peppino Diana, il parroco che combatteva contro i clan del suo paese, morto ammazzato nel marzo del ’94, perché voleva rendere nota questa verità.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">“<em>Uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l’uno con l’altro fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una sola pedina sulla scacchiera. E non sarete voi. Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini. Ma non sono pulcini quelli che imbeccate ma avvoltoi e voi non siete uccelle ma bufali pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria. E’ giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra…” .</em> Amen.</p>
	<p></p>
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		<title>Volevo Invitarlo A Cena</title>
		<link>http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/livres/volevo-invitarlo-a-cena/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 May 2008 01:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Livres]]></category>

		<category><![CDATA[concorso esterno]]></category>

		<category><![CDATA[giustizia]]></category>

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		<category><![CDATA[mafia]]></category>

		<category><![CDATA[scheletri nell'armadio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il libro di Giangiulio Ambrosini (magistrato di Cassazione), "Articolo 416 bis", è un interessante esperimento letterario. Non solo per la forma - scrittura priva di punteggiatura, ponctuation blanche, fast-reading che si legge in un fiato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-326" title="Volevo Invitarlo A Cena" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/volevosolo.jpg" alt="" width="448" height="283" /></p>
<p><em>(Foto: <a href="http://www.flickr.com/photos/pierodemarchis/2128981409/">Flickr</a>)</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Il libro di Giangiulio Ambrosini (magistrato di Cassazione), &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788874521005/ambrosini-giangiulio/articolo-416-bis.html">Articolo 416 bis</a>&#8220;, è un interessante esperimento letterario. Non solo per la forma - scrittura priva di punteggiatura, <em>ponctuation blanche</em>, fast-reading che si legge in un fiato, graficamente affine ad un componimento poetico<em> - </em>ma anche e soprattutto per il contenuto. Una vicenda che ha come indiscusso punto di riferimento &#8220;<a href="http://www.miserabili.com/2005/06/28/kafka_davanti_alla_legge.html">Davanti alla legge</a>&#8220;, celeberrimo racconto kafkiano.</p>
<h1>Il concorso eterno</h1>
<p>Il titolo del libro prende il nome dall&#8217;articolo del codice penale introdotto nel 1982 (legge Rognoni-La Torre), a seguito dell&#8217;omicidio del generale Dalla Chiesa. In questo instant book, però, si parla di concorso esterno in associazione di stampo mafioso: forma di incriminazione tutta giurisprudenziale, elaborata teoricamente ai tempi del primo pool antimafia, ottenuta in seguito combinando gli artt. 110 e 416 del codice penale.</p>
<p>Chi è, più precisamente, un concorrente esterno alla mafia? Secondo la sentenza Demitry della Corte di Cassazione (1994, la prima pronuncia organica in materia) è colui che «non vuole far parte dell’associazione e che l’associazione non chiama a “far parte” ma al quale si rivolge sia, ad esempio per colmare temporanei vuoti in un determinato ruolo, sia, soprattutto [...] nel momento in cui la “fisiologia” dell’associazione entra in fibrillazione, attraversa una fase patologica, che, per essere superata, esige il contributo temporaneo, limitato di un esterno».</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Ora le maglie giurisprudenziali si solo allargate: non è più necessario, infatti, che l&#8217;associazione mafiosa sia in stato di crisi (anche perchè ora come ora le mafie scoppiano di salute). Può esserci un concorso esterno in qualsiasi momento di vita del sodalizio criminale. Tuttavia, la formulazione stessa del reato negli anni è divenuta problematica. Se è vero che un simile strumento può indubbiamente, in astratto, aiutare gli inquirenti a colpire i fiancheggiatori di tutte le mafie, in pratica regge poco al vaglio di un tribunale.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">In sedici anni, 7190 persone sono state accusate per questo reato; 2952 le richieste di archiviazione; 1992 i casi in cui è stato chiesto il rinvio a giudizio; 542 sono state invece le sentenze definite. Un pò poco: meno di 15 fiancheggiatori all&#8217;anno. Appare a questo punto inevitabile un ripensamento di un <a href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&amp;currentArticle=GDGPV">istituto</a> che, come ha detto il professor Fiandaca, &#8220;oggi più che al processo è utile all&#8217;avvio delle indagini&#8221;.</p>
<h1>Sarò per tutti colpevole / bollato come mafioso</h1>
<p>Ambrosini delinea in maniera esemplare l&#8217;equivoco di fondo: essendo nel campo del diritto vivente (quindi di natura mutevole, continuamente cangiante) qualsiasi situazione vagamente ambigua può essere trascinata in tribunale. I guardiani della legge fanno molto presto a stritolare tra le braccia repressive dello Stato un cittadino distratto, ignorante ed inerme.</p>
<p>Bastano poche disattenzioni al professore protagonista del libro per essere risucchiato nell&#8217;incubo scandito dal ritmo infernale del processo penale: un banale incidente, una strana festa, il sequestro del suo cellulare da parte di un curioso gorilla, una retata della polizia, un intervento non troppo cristallino ad una conferenza, corruzione all&#8217;ateneo, la morte di un collega.</p>
<p>Poi c&#8217;è l&#8217;avvocato personale diffidente, i mormorii dei colleghi, i veleni dell&#8217;ambiente di appartenenza (&#8221;sarò per tutti colpevole / bollato come mafioso&#8221;) alimentati dalla cronica cultura del sospetto, lo smarrimento del protagonista una volta dentro il tribunale, opprimente aula sorda e sbiadita, di fronte ad estranei che devono giudicare sulla sua vita:</p>
<blockquote><p>Aula maestosa / rivestita di legno / deturpata nella sobria armonia / da una minacciosa gabbia di ferro / entro cui non siede nessuno / il latitante è rimasto tale / banco dei giudici sovrastante / a semicerchio / il presidente più in alto / imponente nella toga nera [...] luce fioca dal lampadario centrale / più lampadine spente che accese / tende polverose / vetri incrostati / imputati avvocati pubblico ministero / fronteggiano in banco della corte / seduti davanti a modesti tavoli.</p></blockquote>
<p>Alla fine l&#8217;aporia (non) si risolve - si ricordi che il libro inizia con un banale &#8220;volevo invitarlo a cena&#8221; - nella rituale formulazione pronunciata dal presidente della Corte: &#8220;In nome del popolo italiano&#8221;. Una chiusa che suggella perfettamente l&#8217;angoscia che si respira incessamente, frenetica e serrata, nello scritto. Non c&#8217;è scelta: o si è colpevoli o si è quantomeno attigui, quindi colpevoli, nel paese del rovescio, dell&#8217;incertezza del diritto e dello strapotere della ragione criminale elevata a sistema di connivenza sociale.</p>
	<p></p>
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		<title>Il Dizionario Del Caso Moro</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 22:01:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Livres]]></category>

		<category><![CDATA[1978]]></category>

		<category><![CDATA[affaire]]></category>

		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nello scrivere la sua fondamentale "opera di verità", l'Affaire Moro, Sciascia si era trovato, ad un certo punto, a muoversi "in un mareggiare di ritagli di giornale e col dizionario del Tommaseo solido in mezzo come un frangiflutti".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-310" title="Il Dizionario Di Aldo Moro" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/dizionario.jpg" alt="" width="448" height="283" /></p>
<p>Nello scrivere la sua fondamentale &#8220;opera di verità&#8221;, l&#8217;<em>Affaire Moro</em>, Sciascia si era trovato, ad un certo punto, a muoversi &#8220;in un mareggiare di ritagli di giornale e col dizionario del Tommaseo solido in mezzo come un frangiflutti&#8221;. Il vocabolario: strumento vitale per ridare il giusto significato al lessico oscuro delle lettere di Moro e per ribaltare lo stravolgimento operato dal <em>politicantese</em>. Ebbene, a trent&#8217;anni da quell&#8217;evento e da quello scritto è uscito un <a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788804568513/grassi-stefano/caso-aldo-moro.html">dizionario</a> molto particolare, tutto dedicato alla tragica vicenda che segnò la svolta irreversibile di una nazione.</p>
<p>Nel tempo la mole di materiali prodottasi intorno al caso è stata sicuramente mastodontica - e non accenna a fermarsi. Documenti giudiziari, comunicati, articoli, inchieste, testimonianze, dietrologie, tesi, teoremi, assiomi. Un impasto vischioso di fatti incompleti e di mezze verità, di dettagli appena abbozzati, di prospettazioni logiche incoerenti; una superficie marina increspata e torbida, che non lascia intravedere alcun fondale; una tela sfumata, indefinita, solcata dall&#8217;impossibilità di arrivare ad una versione veritiera del caso - l&#8217;ineffabile globalità dell&#8217;insieme.</p>
<p>Il sovraccarico di informazioni gravitanti intorno all&#8217;affaire ha portato a delle concrezioni inscalfibili, troppo sedimentate nelle opposte fazioni che propugnano la loro risoluzione definitiva. I brigatisti, i democristiani, i dietrologisti, quelli della linea della fermezza, la fermezza flessibile, il doppio Stato, la Cia, il Kgb, l&#8217;universo e tutto il resto. Di qui nasce la necessità che ha spinto Stefano Grassi a &#8220;degradare&#8221; il medium libro da saggio, magari d&#8217;inchiesta, a dizionario, cioè la forma più elementare, il luogo deputato all&#8217;esposizione grafica di lemmi e significati semantici, cioè alla non verità.</p>
<p>Dall&#8217;introduzione: &#8220;Un dizionario, infatti, muove da due posizioni opposte, che in esso interagiscono: i testi vengono decostruiti fino a trovarne l&#8217;impianto lessicale ultimo, per poi essere di nuovo costruiti - o per lo meno accennati in maniera esemplificativa - laddove, nelle varie occorrenze di un lemma, si riprendono, seppure in forma ridotta, le fasi di un testo complesso. Si gioca così fra parzialità e integrazione, fra riduzione e costruzione.&#8221;</p>
<p>Ed è così che si può usare &#8220;Il caso Moro&#8221; di Grassi: si può partire dalla parzialità di un documento, ad esempio di un articolo o di un approfondimento su di uno specifico fatto (P2, Pecorelli, Via Gradoli), per poi integrarlo e incorniciarlo nella sua area di appartenenza, mediante il dizionario; viceversa, si può partire dal dizionario, cioè dalla riduzione di un nome, di un brigatista, di una linea politica, ed arrivare alla costruzione di una credibile infrastruttura storica, alla saldatura del collegamento fluttuante all&#8217;interno della marea affollata e travolgente di persone, istituzioni, segreti e quant&#8217;altro.</p>
<p>Non si pensi dunque di avere il libro definitivo sull&#8217;affaire Moro. Tutt&#8217;altro: è materiale da consultazione, da avere sempre sotto mano per essere implacabili nell&#8217;apprestarsi al caso. E&#8217; il frangiflutti nel mareggiare della pubblicistica che è scaturita negli anni dal violento buco nero che ha disperatamente risucchiato l&#8217;Italia in una nuova era. E&#8217;, per dirla con la quarta di copertina &#8220;l&#8217;unica lettura possibile di un caso il cui centro è dappertutto e la cui circonferenza è in nessun luogo&#8221;.</p>
	<p></p>
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		<title>Gentrify This!</title>
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		<pubDate>Sun, 11 May 2008 13:58:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Minculpop]]></category>

		<category><![CDATA[art terrorism]]></category>

		<category><![CDATA[bansky]]></category>

		<category><![CDATA[cans festival]]></category>

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		<description><![CDATA[Una galleria di Londra in disuso, a Leake Street. La street art. Londra. Il Cans Festival. Banksy, il famigerato e anonimo art terrorist. Inside jokes. Automobili distrutte. Stencils. Pop culture all'ennesima potenza, provocatoria e stimolante. Messaggi politici, anti establishment. Si può volere di più?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-291" title="Gentrify This!" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gentrify.jpg" alt="" width="448" height="282" /></p>
<p>Una galleria di Londra in disuso, a Leake Street. La street art. Londra. Il Cans Festival. <a href="http://www.banksy.co.uk">Banksy</a>, il famigerato e anonimo art terrorist. Inside jokes. Automobili distrutte. Stencils. Pop culture all&#8217;ennesima potenza, provocatoria e stimolante. Messaggi politici, anti establishment. Si può volere di più?</p>
<p>Bansky ha detto: &#8220;In the space of a few hours with a couple of hundred cans of paint I&#8217;m hoping we can transform a dark forgotten filth pit into an oasis of beautiful art&#8221;. Ci è riuscito, come al suo solito. Noi ci siamo stati. <a href="http://www.flickr.com/photos/laprivatarepubblica/sets/72157604999304525/">Qua</a> ci sono le foto.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-293" title="Gentrify This!" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gentrify2.jpg" alt="" width="220" height="165" /> <img class="size-full wp-image-295" title="Gentrify This!" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gentrify4.jpg" alt="" width="220" height="165" /></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-294" title="Gentrify This!" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gentrify3.jpg" alt="" width="220" height="165" /> <img class="alignnone size-full wp-image-292" title="Gentrify This!" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gentrify1.jpg" alt="" width="220" height="165" /></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-299" title="Gentrify This!" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gentrify5.jpg" alt="" width="220" height="165" /> <img class="alignnone size-full wp-image-300" title="Gentrify This!" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/gentrify6.jpg" alt="" width="220" height="165" /></p>
<p><em>(<a href="http://www.flickr.com/photos/laprivatarepubblica/sets/72157604999304525/">Gentrify This! su Flickr</a>. Tutte le foto sono di Horry)</em></p>
	<p></p>
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		<title>Passaggio Di Tempo</title>
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		<pubDate>Sat, 10 May 2008 13:59:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Livres]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Maggio del '72 all'Ottobre di quell'anno, non successe niente di ciò che era previsto addirittura come un Evento. Il Msi ebbe molti voti alle elezioni: ebbe addirittura un grande successo, come il lettore sa meglio di me.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-281" title="Passaggio Di Tempo" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/05/passaggio.jpg" alt="" width="448" height="284" /></p>
<p><em>(Appunto 59, &#8220;<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788804548812/pasolini-p-paolo/petrolio.html">Petrolio</a>&#8221; di Pier Paolo Pasolini)</em></p>
<p>Dal Maggio del &#8216;72 all&#8217;Ottobre di quell&#8217;anno, non successe niente di ciò che era previsto addirittura come un Evento. Il Msi ebbe molti voti alle elezioni: ebbe addirittura un grande successo, come il lettore sa meglio di me. I socialisti uscirono dal Governo che si spostò a destra, con i Liberali, e capo del Governo fu Andreotti. I vecchi clerico-fascisti rialzarono la cresta, e un clima di restaurazione soffiò come uno scirocco sull&#8217;Italia. Ma tutto, almeno per ora, si limitò a questo. Che era una cosa vecchia. La realtà, andando avanti per conto suo, come volevano le sue leggi reali, trasformava gli italiani attraverso nuovi fenomeni di permissività: certe acquisizioni, che, coi socialisti al Governo, si chiamavano Riforme, erano divenute ormai irreversibili. L&#8217;Italia era avviata verso l&#8217;Edonismo del Consumo - se il lettore mi permette questa frettolosa definizione - il cui tempio non era certo la Chiesa. Un fascista edonista era una contraddizione in termini. Il Potere era preso nell&#8217;impasse di questa contraddizione. Che direzione avrebbe imposto la sua Mente, calandosi, nella fattispecie, nel Capo del Governo Andreotti? Una più decisa svolta a destra - come in superficie dimostrava il revival moralistico dei vecchi agonizzanti clerico-fascisti alla Magistratura, della Polizia ecc.? Oppure una più reale svolta a destra, lungo le strade della democrazia tollerante?</p>
<p>Il potere è eternamente giovane, duttile, spesso dubbioso e in crisi, come ogni cosa umana. Ora i suoi lemmi erano in discussione.</p>
<p>L&#8217;opposizione si era riordinata, e aveva ritrovato una certa unità tradizionale fondata su quella idea retorica del Potere inteso tradzionalmente come &#8216;vecchio, idiota, ottuso, senza dilemmi&#8217;. Il gauchismo aveva perduto le sue masse, perchè sottocultura di protesta contro sottocultura di potere è un&#8217;antitesi che non può non finire con la sconfitta della prima. Le masse dei giovani erano rientrate enigmaticamente nell&#8217;ordine, pur conservando visibilmente i segni traumatici della rivolta di qualche anno prima. La cosa però si era rivoltata contro di loro. La condanna totale e intransigente che avevano pronunciato senza discriminazione contro tutti i padri, aveva impedito loro di avere con quei padri un rapporto dialettico, attraverso cui superarli, andare avanti. Il rifiuto puro è arido e malvagio. E così, attraverso il rifiuto, i giovani si trovarono fermi nella storia. Ciò che implicò, fatalmente, un regresso. Su loro ricomparvero i caratteri psicologici e corporali di una vecchia borghesia infelice: segni che, almeno in minima parte, nei loro padri erano scomparsi: si rividero facce di vecchi preti, di avvocatucci colpevoli, di giudici vuoti, di sergenti corrotti, ecc. ecc.: questo nei più indifesi di quei giovani, naturalmente. Nella &#8216;massa&#8217; altro non c&#8217;era che la scontentezza, nevrosi, ignoranza, aggressività: l&#8217;integrazione non pagava il tradimento.</p>
<p>L&#8217;avvicinamento della periferia al centro, della provincia alle capitali, aveva intanto distrutto anche le varie, particolari culture popolari. La periferia di Roma o le terre povere del Meridione, le piccole città tradizionali e le regioni contadine del Nord, non producevano più modelli umani propri, nati appunto dalle loro vecchie culture; modelli umani da opporre a quelli offerti dal centro, come forme di resistenza e di libertà - anche se vecchie e povere. Il modello ormai era unico: era quello che il centro, attraverso la stampa e la televisione, mollemente imponeva. E poichè era un modello piccolo-borghese, l&#8217;immensa quantità di giovani poveri che cercavano di adeguarvisi, ne erano frustrati. Non c&#8217;era più orgoglio popolare, alternativo. Anzi, le mille lire di più che il benessere aveva infilato nelle saccocce dei giovani proletari, avevano reso quei giovani proletari sciocchi, presuntuosi, vanitosi, cattivi. E&#8217; solo nella povertà che si manifesta sia pure illusoriamente la bontà dell&#8217;uomo. Non c&#8217;era giovane del popolo, che ormai non avesse impresso nel viso un ghigno di autosufficienza, che non guardasse più negli occhi nessuno, o non camminasse con gli occhi bassi, come un&#8217;educanda, a manifestare dignità, riservatezza e moralità. Non c&#8217;era più curiosità per niente. tutto era già obbligatoriamente noto. C&#8217;era solo l&#8217;ansia nervosa - che rendeva brutti e pallidi - di consumare la propria fetta di torta. A questo si aggiungevano i capelli lunghi, o meglio i capelli acconciati come su laide maschere, con tiraggi, codine, frangette, ciuffi arrotolati: una deformazione incontenibile, che si presentava come un risultato raggiunto attraverso ineffabili sforzi, e che sostituiva addirittura la parola. Vecchie puttane, sgualdrinelle degli Anni Venti, oppure Santoni senza pensiero, i ragazzi del popolo imitavano gli studenti in questa mascherata che faceva trascorrere loro gli anni più belli della vita come buffoni, vergognosi dello splendore imberbe della pelle, schiacciata dai vecchi ciuffi fieri e innocenti, dalle virili e umili nuche tosate dei tempi della Povertà.</p>
<p>Degli uomini colti non ci fu uno che avesse il coraggio di alzare la voce per protestare contro tutto questo. Il rischio dell&#8217;impopolarità faceva più paura del vecchio rischio della verità. Del resto anche la cultura specializzata era degna del suo tempo: ormai la sua organizzazione interna era definitivamente pragmatica: i prodotti intellettuali erano prodotti come gli altri: si definivano attraverso il successo o l&#8217;insuccesso, e la loro euristica era nel loro esserci, come cose o fatti: scommesse perse o vinte. La malafede era ideologizzata come elemento del modo di essere colti o addirittura poeti. Dei &#8216;Gruppi&#8217; - anch&#8217;essi psicologicamente e corporalmente simili a una borghesia che pareva finita per sempre - facevano del &#8216;potere letterario&#8217; il loro fine dichiarato e diretto, non solo senza pudore, ma addirittura gestendo contemporaneamente una funzione moralistica, terroristica e ricattatrice, desunta, con inaudita sfacciataggine, dal gauchismo pateticamente sconfitto.</p>
<p>L&#8217;unica realtà che pulsava col ritmo e l&#8217;affanno della verità era quella - spietata - della produzione, della difesa della moneta, della manutenzione delle vecchie istituzioni ancora essenziali al nuovo potere e non erano certamente le scuole, né gli ospedali, né le chiese.</p>
	<p></p>
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		<title>Biùtiful Cauntri</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Apr 2008 16:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Widescreen]]></category>

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		<description><![CDATA[Biùtiful cauntri. Un inglese sarcasticamente napoletano che incorpora due ore di pellicola. Un’ironia mal celante scherno, amarezza e - perché no - compassione per una terra senza speranza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-226" title="Biùtiful Cauntri" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/04/biutiful.jpg" alt="" width="448" height="281" /></p>
<p>Di <strong>Holly Golightly</strong></p>
<p><a href="http://www.biutifulcauntri.it/">Biùtiful cauntri</a>. Un<em> </em>inglese sarcasticamente<em> napoletano</em> che incorpora due ore di pellicola. Un’ironia mal celante scherno, amarezza e - perché no - compassione per una terra <em>senza speranza</em>. Immagini vergognose, umilianti, degradanti. Immagini vere.</p>
<p>Volti disperati, occhi silenti rotti dal pianto, persone che non sanno dove andare e, soprattutto, come vivere.  Anni di duro e sano lavoro andati in frantumi, distrutti dalla diossina. Camion che scaricano rifiuti sotto le autostrade, alla luce del sole. Muri di immondizia che costeggiano strade infinite, rendendo impossibile il passaggio alle auto transitanti. Testimonianze di minacce, di omertà, di colpi di pistola durante la notte, di bugie, di promesse mai mantenute.</p>
<p>Imbarazzanti intercettazioni telefoniche tra boss della camorra e imprenditori veneti e milanesi circa la destinazione partenopea per i rifiuti tossici provenienti dalle industrie del Nord. Una realtà urlata nelle silenziose immagini immortalate sullo schermo, che penetrano lo sguardo incredulo dello spettatore. Una realtà raccontata da chi la vive veramente, senza falsità o esagerazioni. Un documentario che non lascia nulla all’immaginazione. Una ulteriore conferma per l’opinione pubblica.</p>
<p>Quando la scena si interrompe e cominciano a scorrere lenti i titoli di coda, nessuno osa distogliere gli occhi dallo schermo. Tutto tace. Poi si accendono le luci e si torna alla realtà di sempre.  I commenti ripetono sempre lo stesso e noioso ritornello, con il solito tono <em>commosso</em>: “<em> Poverini, bisogna fare qualcosa..</em>”. Oppure: “<em>Io non capisco come sia possibile vivere a Napoli…E’ una vergogna..</em>”. Già, signora mia, è proprio una vergogna. Ma lei stia tranquilla, torni pure a casa a cucinare. E si dimentichi dello scempio di Napoli. E’ un problema marginale, non la riguarda, lei vivrà sempre nella pulizia e nella sanità.</p>
<p><em>I rifiuti vanno dove devono andare</em>, anche i suoi.<span style="font-family: Helvetica,sans-serif;"> </span>Ormai sono più di trent’anni che le imprese del Nord-Italia si liberano di tutto ciò che non fa comodo, avvalendosi delle imprese camorristiche che fanno risparmiare sui costi di smaltimento legale<span style="font-family: Helvetica,sans-serif;">. E </span>la parola chiave è sempre e solo una: Napoli. Campania, volendo usare il <em>sinonimo</em> adoperato dai media.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="left">Da mesi, ormai, i telegiornali aprono le edizioni con il tema “Emergenza rifiuti in Campania” e, anche  quando la prima notizia è di diversa natura, si finisce sempre e comunque a parlare di quello. L’Italia, l’Europa,  il mondo intero qualifica la terra partenopea come culla dell’immondizia (pardon, della <em>munnezza</em>), senza tener conto del resto.</p>
<p>Questo viene fatto vedere, questo viene fatto conoscere. Così, tutti hanno modo di parlare, pur non sapendo. O meglio, tutti hanno modo di parlare credendo di sapere. Napoli è sulla bocca di tutti. I “terroni” continuano imperterriti a far <em>ridere</em> di sé. Sono loro la rovina e la vergogna del Paese, sono loro che infettano l’immagine perfetta della <em>terra del sole.</em></p>
<p>“<em>Questa storia sta andando avanti da mesi, eppure non è stata ancora risolta”</em>. Dice la gente. Mesi. Quattordici anni, semmai. Se non di più. Quattordici anni di assenteismo, di menefreghismo, di inettitudine<em>. </em>Parole,<em> solo </em>parole, dichiarazioni, prese di coscienza. E la munnezza è sempre restata al suo posto.</p>
<p>Una classe politica lavativa, debole, codarda, collusa, che per anni ha aggirato il problema, fingendo di non capire, minimizzando, facendo i porci comodi propri. Il caro Presidente della regione Campania, Antonio Bassolino, <a href="http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/rifiuti-6/bassolino-rinviato/bassolino-rinviato.html">rinviato a giudizio</a> per reati di truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture, falso ed abuso d’ufficio. Per non dimenticare, poi, l’ex Ministro dell’Ambiente, il <em>salernitano</em> Pecoraro Scanio, <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_04/viaggi_gratis_pecoraro_indagato_c3e83ab4-0206-11dd-b2eb-00144f486ba6.shtml">indagato</a> per associazione a delinquere e corruzione per rapporti con imprenditori legati allo smaltimento dei rifiuti.</p>
	<p>(...)<br/>Read the rest of <a href="http://www.laprivatarepubblica.com/konvergent-kulture/widescreen/biutiful-cauntri/">Biùtiful Cauntri</a> (598 words)</p>
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		<title>Dal Bivacco Sulle Rovine</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Apr 2008 20:51:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Primavera mesta, tempo incerto, vaga assicurazione di disfatta. Sole flebile, freddino moderato. Il verde dei campi è spento, ai lati del treno che pigramente sferraglia a destinazione. Disgusto misurato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-189" title="Dal Bivacco Sulle Rovine" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/04/bivacco.jpg" alt="" width="448" height="277" /></p>
<p>Primavera mesta, tempo incerto, vaga assicurazione di disfatta. Sole flebile, freddino moderato. Il verde dei campi è spento, ai lati del treno che pigramente sferraglia a destinazione. Disgusto misurato. Vorrei che non ci fosse nessuno nella carrozza ma non è possibile, si lavora e si deve creare reddito, la videocrazia non fa prigionieri e non ammette saldi.</p>
<h1>Giocatori di totocalcio, niente più</h1>
<p style="margin-bottom: 0cm;">In momenti simili, cioè frequentissimi, bisognerebbe prendere il mano il &#8220;<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788845916861/flaiano-ennio/diario-degli-errori.html">Diario degli errori</a>&#8221; di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ennio_Flaiano">Ennio Flaiano</a> (il quale sta ovviamente scontando l&#8217;oblio riservato alle nostre menti migliori) e imporselo come bussola morale. Si, una guida, un manuale di orientamento nella desolazione diffusa, un puntello per l&#8217;italianofobia che coglie ogni cittadino ad intervalli regolari. Non è mica facile sopravvivere in &#8220;un paese di giocatori di totocalcio&#8221;, in cui l&#8217;esistenza  &#8220;si svolge a vari livelli storici&#8221; insieme a gente che magari &#8220;vive in pieno medio-evo e agisce non al di fuori della legge, ma senza conoscerla&#8221;.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Già, l&#8217;Italia, la patria. La &#8220;matria&#8221;. &#8220;[...] Paese di porci e di mascalzoni. Il paese delle mistificazioni alimentari, della fede utilitaria (l’attesa del miracolo a tutti i livelli), della mancanza di senso civico (le città distrutte, la speculazione edilizia portata al limite), della protesta teppistica, un paese di ladri e bagnini (che aspettano l&#8217;estate) un paese che vive per le lotterie e per le ferie pagate. Un paese che conserva tutti i suoi escrementi.&#8221;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Neanche poi così male, se si considera il fatto che la merda è l&#8217;unica certezza che ci sia rimasta. Poi sfogli i giornali, e prima di utilizzarli per quello a cui sono adibiti (cioè lavarsi il didietro, per rimanere in tema), pensi che in fondo, tra mille soprusi, storture ed ingiustizie, l&#8217;italiano è &#8220;profondamente realista (biologicamente) cioè profondamente naturale. Può apparire vile, è soltanto troppo inserito nella natura. E gli animali assalgono il più debole, i vecchi, quelli che non possono più difendersi. Accettando la realtà crede di fare il suo bene, prolunga invece la sua schiavitù.&#8221;</p>
<h1>Credere, obbedire e&#8230;mh, pregare?</h1>
<p>E&#8217; impressionante leggere il &#8220;Diario degli errori&#8221;. Ma è puerile analizzarlo, sconsiderato recensirlo. Inutile, perchè memorabile e non scomponibile, pur essendo pensieri sparsi e distesi temporalmente tra gli innumerevoli viaggi di Flaiano. Si può solo ricordare, a memoria appunto. Calembour saettanti, pessimismo comico, aforismi carichi di mezze verità, analisi approssimate e per questo già definite e definitive. Come questa: &#8220;A me sembra che nell&#8217;ultimo quarto di secolo in Italia non vi sia stato un cambiamento sostanziale. La società si va apparentemente evolvendo verso un tipo di società americana, con la tendenza ad assorbirne più i difetti che i pregi: vedi, per esempio, il cattivo impiego del tempo libero, la scarsa partecipazione ai grossi problemi sociali che vengono strumentalizzati soltanto dai partiti politici [...]&#8221; E così via.</p>
<p>L&#8217;ultimo quarto di secolo, per Flaiano, è quello che va dal dopoguerra ai Settanta. Ebbene, il cambiamento sostanziale non c&#8217;è stato neppure nella contemporaneità. O meglio, se cambiamento c&#8217;è stato, sicuramente è stato in peggio. &#8220;Fra 30 anni l&#8217;Italia non sarà come l&#8217;avranno fatta i governi, ma come l&#8217;avrà fatta la TV&#8221; non è una semplice premonizione, è una cantonata (un errore) non prevedibile all&#8217;epoca: oggi, infatti, è il governo a fare la televisione, e viceversa, e la televisione gli italiani, e vicecersa. Questa è l&#8217;esilarante aporia senza fine in cui vivacchiamo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">&#8220;Vorrei soltanto che Dio, o chi ne fa le veci, tenga lontano da questo paese un sistema politico che ci costringa daccapo a credere, a obbedire e a combattere, o a essere “migliori” di quello che siamo; che in altre parole ci conservi la libertà, anche se questa è una parola che fa ridere&#8221;. Beh, Dio è da un po&#8217; che si è stufato di questa penisola. Nel frattempo, mentre era in sciopero, ci è crollato sulla testa (approssimativamente da Mani Pulite in poi) un sistema politico che ci chiede - anche se in realtà chiede <em>loro</em>, cioè a chi si rende complice - non di essere &#8220;migliori&#8221;, ma di essere il più abietti possibile, ci impone di toccare il fondo e di sguazzare nello squallore, il tutto rigorosamente con il sorriso stampato in volto, anche e soprattutto a costo di non riconoscersi più allo specchio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">E alla fine ci ritroviamo tutti quanti, assuefatti ed un pò spaventati, a bivaccare stancamente sulle rovine &#8220;in attesa di tempi migliori, che non arrivano mai&#8221;, e che probabilmente mai arriveranno. Orgogliosamente e raffinatamente rassegnati, non ci resta che fare come Bartebly lo scrivano: &#8220;preferire sempre di no&#8221;, rifiutare tutto, a priori e a prescindere.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Coraggio, Ennio. Il meglio è passato.</p>
	<p></p>
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		<title>L&#8217;Arte della Divaricazione</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 18:05:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>LPR</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Minculpop]]></category>

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		<description><![CDATA[Un ritmo perforante. Un artista a tutto tondo. Uno stile ricercatissimo, ineccepibile, curato sino in profondità, che pesca a piene mani nell'immaginario collettivo homo ed erotico. Una sfida a bocca aperta, un guanto gettato sulle paffute e benpensanti guance delle italiche genti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-135" title="immanuel" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/04/immanuel.jpg" alt="" width="448" height="287" /></p>
<p>Un ritmo perforante. Un artista a tutto tondo. Uno stile ricercatissimo, ineccepibile, curato sino in profondità, che pesca a piene mani nell&#8217;immaginario collettivo homo ed erotico. Una sfida a bocca aperta, un guanto gettato sulle paffute e benpensanti guance delle italiche genti. Una filosofia che gradevolmente sconvolge, insinuandosi in ogni orifizio intellettuale. Immanuel Casto potrebbe essere racchiuso in una frase, tratta dal suo pamphlet seminale <a href="http://www.castoimmanuel.org/?p=53"><em>Divarication</em></a>: &#8220;Feci un’ orgia in cui non mi piaceva nessuno, ma essendo un signore, mi concessi come il galateo imponeva&#8221;. Potrebbe, appunto: ma non è sufficiente. In realtà, il Casto Divo è molto di più.</p>
<h1>La mano non mi basta, voglio di più</h1>
<p>Come <a href="http://www.freddynietzsche.com/2006/02/its_rainin_milk_hallelujah.php">ha scritto</a> Matteo Bordone, &#8220;la musica del Casto Divo funziona, e ti accorgi se ti piace o ti ributta al primo ascolto. Prima, una roba così non esisteva&#8221;. Prima, intendiamo noi, che l&#8217;estrema e virulenta ondata oscurantista si abbattesse sul Belpaese, creando un clima di pseudo-inquisizione in cui sono ammesse tette (rigorosamente siliconate) al vento nelle reclamè, ma in cui le tematiche sessuali sono ricondotte alle nozione di peccato. Per non parlare delle conquiste sociali degli anni Settanta, sistematicamente smantellate e messe in discussione da pretofili atei e da bigotti in calore.</p>
<p>Una situazione da cui il Vergineo prende nettamente le distanze con la travolgente hit &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=jnYsbtmNMqU">Io la dò</a>&#8220;, in cui viene esaltata la libertà di concedersi senza remore, spassionatamente, scevri da impalcature moraleggianti e pruderie sofistiche di sorta: &#8220;Deborah, la protagonista, è una sorta di martire, di eroina sacrificale. &#8216;Dalla per noi tu che puoi&#8217; dice la canzone. Tu che sei libera da moralismi, tu che sai ciò che vuoi e lo mangi con gusto. [...] Deborah è lo stereotipo del film porno, la tettona che comincia a urlare di piacere quando qualcuno le viene in faccia e che, quando due uomini la fermano per strada e la costringono ad una doppia penetrazione, reagisce con un sorriso.&#8221;</p>
<p>In un certo senso, il Divo è per noi ciò che Deborah è in &#8220;Io la dò&#8221;. Immanuel porta avanti le istanze sociali che noi, popolino impaurito, abbiamo paura solo a nominare. Significativa in tal senso è la strepitosa &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=cXuTcoiar_A">Che bella la cappella</a>&#8220;, in cui si narra il trascendente equivoco che può ingenerare l&#8217;attrazione tra il fedele ed il messo di Cristo in Terra, ovvero il sacerdote. Un liaison dangereuse nata all&#8217;ombra dei rosoni e delle campane di una chiesa, cioè nell&#8217;ambiente sacro per eccellenza, in cui noi siamo costipati, soffocati tra peccato, pentimento e redenzione.</p>
<p>Altro versante inquadra la sfolgorante traccia &#8220;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=JpvLfRs3L8o">50 bocca / 100 amore</a>&#8220;, in cui il Vate fa assurgere il viados ed il marchettaro ad archetipi con i quali illuminare l&#8217;oscura &#8220;natura ossimorica dell’individuo nella società postmoderna&#8221;. Una denunzia ottimamente figurata nel relativo video musicale, nel quale la dicotomia interno/esterno ben si attaglia al contrasto che genera il volo che gli uccelli spiccano dai tetti delle costruzioni e l&#8217;angustezza del sotterranei in cui si muovono, emblematicamente danzando, Immanuel e le sue Beat Girls.</p>
<h1>Feel the porn groove</h1>
<p>Il Vergineo ha definito il suo stile musicale &#8220;porn groove&#8221;, ovvero una alchimistica compenetrazione tra colonne sonore dei film porno, del groove anni &#8216;80 e della house dance anni &#8216;90, senza disdegnare sortite urban chic e glam-hip-porn. Inutile dire che il suddetto stile si fonde alla perfezione con l&#8217;accentuato lirismo delle sue composizioni. Immanuel utilizza una lingua raffinatissima, che schizza fresca rugiada da ogni pertugio, senza ovviamente rinunziare alla sottile ironia che permea tutta la sua Opera.</p>
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